Alle bambine della mia generazione si insegnava a disegnare le cornicette: per una pasticciona insofferente come la sottoscritta era una tortura, perché mi risultava difficilissimo rimanere nei quadretti. Smarginavo continuamente.
Nessun trauma, per carità: solo la premessa di quello che mi sarebbe avvenuto più tardi, e avviene ancora, in tutta la mia vita. Per questo mi arrabbio non poco quando qualcuno cerca di ficcarmi in una cornicetta. Esprimo un dubbio non sull’esistenza in vita del Festival di Sanremo, bensì della – per me – stupefacente overdose di informazioni che occupa giornali, telegiornali e social? Ecco che divento la nemica della cultura popolare, la Elkann in gonnella che legge Proust mentre i buoni e giusti e la Vera Sinistra applaudono Fiorello. Senza ricorrere al curriculum (tranne in due casi, due libri: non so quanti fra i buoni e giusti abbiano scritto di Mozart rock e di Pokémon), verrebbe da dire che un paio di cose sulla cultura popolare andrebbero ripassate, magari leggendo qualche testo in più, ma sarà per un’altra volta, quando la sbornia è passata.
Invece parliamo di cornicette. Anzi, di caselle. Anzi, di generi.
Lo fa Paolo Panzacchi nel suo intervento agli Stati Generali del Genere del 4 febbraio. 
Pace, bene e più  Henry Jenkins per tutti.

Secondo testo dagli Stati Generali del Genere di Bologna. E’ quello, amaro, di Antonio Paolacci e Paola Ronco.
“E noi invece siamo qui, adesso: stiamo qui a guardare le classifiche; ad arricciare il naso se il commissario è o non è un buongustaio; se è siciliano o valdostano; se fa ridere o se è tormentato al punto giusto. 
Un mondo culturale che arranca: timoroso e spaventato all’idea di pestare i piedi a chi comanda in casa editrice o in Rai… 
Una narrativa pavida e insipida che si racconta che parlare di crimini non è letterario quanto parlare di crisi coniugali e amori adolescenziali, problemi personali dei benestanti di Roma Nord, o nostalgia di quando eravamo giovani e c’era solo il telefono fisso…”

Domenica scorsa, a Bologna, c’è stato il secondo appuntamento degli Stati Generali: prima, a ottobre, dell’Immaginazione, stavolta del Genere.
Non sono riuscita ad andare (prometto che per il terzo incontro ci sarò) ma ho seguito per quanto ho potuto. So che si è parlato molto di noir, e un po’ meno di fantascienza (credo pochissimo di horror e gotico e weird, ma attendo i testi), e si è parlato soprattutto del curvarsi del noir medesimo verso una confezione rassicurante, diciamo così.
Quel che continua a interessare me è il senso di utilizzare ancora l’incasellamento del genere, mentre nel resto del mondo, quasi sempre, si parla di romanzo e basta, e non importa se in quel romanzo entra un crimine o si spalanca una porta che dovrebbe restare chiusa su altri mondi o se proprio gli altri mondi sono il contesto.
Intanto, pubblico qui l’intervento di Patrick Fogli, che con Massimo Carlotto ha avuto l’idea e ha invitato a partecipare (ricordo ancora che non c’erano chiamate ma un appello a iscriversi e partecipare). Buona lettura.

SU PLUTO E NON SOLO

Non so cosa altro si debba chiedere alla fantascienza del secolo scorso, che ha esercitato al massimo non tanto e non solo la sua funzione di precog, ma la sua capacità di comprendere gli sviluppi del presente. Alla fine del 2023 il rapporto Censis ci ha definiti sonnambuli e incapaci di immaginare un futuro, appagati dai piccoli piaceri del presente. Ma neanche la bellezza che cerchiamo basterà, se non ci uniamo: così come l’amore per la musica non sarà sufficiente per il magnifico robot North Number Two di Pluto. Rasserena, ma non salva.

Su L’Espresso di oggi torno a parlare di aborto, citando un romanzo appena uscito per Bompiani, Clandestine di Marta Stella e dando conto delle solite uscite della Lega. Poi smentite, con le mani avanti a dire “ma no, avete capito male, noi siamo per la libertà delle donne”.
Il problema è che esiste un tabù, in questo paese, ed è  proprio il tabù dell’aborto. Ma non è tale solo perché, come detto altre volte, la narrazione fondamentalista cattolica sta lavorando da anni per fare leva sulla parte più intollerante dei credenti (riuscendoci molto bene). E’ tale anche perché manca una discussione limpida e chiara sul peso che alcuni intellettuali e politici laici hanno avuto o hanno tuttora sulla questione. Non basta dire “è una cosa da donne, mi tiro fuori”. Bisogna prendere posizione con chiarezza, dire (e devono dirlo anche gli uomini) che esiste un diritto alla scelta e che quel diritto, oggi pesantissimamente messo in discussione in Europa e negli Stati Uniti, va salvaguardato a qualunque costo. Come stanno provando a fare in Francia.

Certo che le parole sono importanti: ma non sempre nel senso in cui si intende questa frase. 
Prendiamo quelle di Tom Joad in  Furore di John Steinbeck. Un romanzo. Che tanto ha fatto e tanto fa esattamente nel costruire un immaginario di rivolta. Con le parole si costruisce un controimmaginario rispetto a quello dominante. Non lo dico io, lo diceva Valerio Evangelisti, quando scriveva che con le storie ci si riappropriava delle parole che ci vengono tolte.
Fin qui, suppongo, tutte e tutti d’accordo.
Ma c’è un’occasione in cui le parole diventano feticcio: ed è quando una frase considerata scorretta, magari perché inserisce il temutissimo schwa o, in caso di discorso orale, eccede in avverbi (“assolutamente”) o prende tempo per collegare le parti del discorso (“in qualche modo”, “come dire”), oscura il contenuto.
E’ capitato stamattina, sotto un post con le immagini della polizia che blinda il Teatro India, come aveva già fatto con il Teatro Argentina. Invece di preoccuparsi per quel che avviene, una signora ha strillato che all’assassinio dell’italiano.
Desolante.

SIPARIO

C’è qualcosa che non ho mai dimenticato, e che appartiene a un tempo lontanissimo. Entrare nella platea di un teatro mentre si stanno facendo le prove. Dunque, entrare in punta di piedi, col rispetto che si deve, temendo lo scricchiolio delle scarpe. Scivolare su una poltrona, trattenendo il fiato perché anche le poltrone scricchiolano, e il silenzio non va rotto. Osservare. Ferma, ricomincia, ancora.
Ci ripensavo lunedì sera nel retropalco del Teatro Quirino, ci ho ripensato ieri, guardando fotografie che non avrei mai voluto vedere: l’esercito schierato davanti al Teatro di Roma per proteggerlo da un gruppo di artisti che manifestavano contro la scelleratezza dello spettacolo (non teatrale, ma politico) in corso.

PER MICHELA MURGIA

Ieri mattina scrivevo dell’intelligenza dei gruppi e di quella scintilla percepibile quando un gruppo non necessariamente affine per carattere e storia, ma per intenti, si unisce. Ecco, ieri sera, durante la lettura di Dare la vita di Michela Murgia al Teatro Quirino, quella scintilla si è accesa di nuovo, quando amiche e amici hanno letto le parole dell’amica scomparsa, eppure presente.
“E un giorno forse, quando ogni cordone ombelicale sarà creduto reciso, lei ritornerà a me sul filo di una storia, e nella memoria di quel racconto capirà che nella vita non si nasce solo una volta. Quel giorno diremo a voce alta il nostro nome per intero, e raccontare non sarà mai più un gioco da bambini”.
(Michela Murgia, Dare la vita)

DITE AMICI

Negli ultimi tempi alcuni fra i miei amici e amiche (quelli in carne e ossa, intendo, quelli che mi conoscono e frequentano non solo sui social) si preoccupano per me. Che farai, mi chiedono, dal 30 giugno? Non temi, dicono alcuni fra gli alcuni, di perdere visibilità? Di non sapere come impiegare il tempo?
Sulla seconda e la terza so cosa dire, ma alla prima domanda non ho ancora risposte. O meglio, ho risposte parziali ma che non riguardano la mia trascurabile esistenza ma in generale il modo in cui viviamo la cultura negli ultimi tempi. Provo a spiegarmi.
Leggo le cronache, leggo molti articoli sulle egemonie culturali, di destra o sinistra, attuali e pregresse, e trovo che ancora non si discuta abbastanza sul funzionamento del sistema culturale medesimo. Non sono convinta che possa continuare così come lo conosciamo: grandi eventi, grandi festival, grandi teatri, insomma, con la concentrazione di produzioni e manifestazioni in alcuni luoghi-totem. Credo che dovremo studiare, tutte e tutti, una direzione diversa. Sapere quale è un bel problema, ma non dubito che in tempi neanche troppo lontani diventerà abbastanza chiaro.
Quello di cui sono certa è che bisogna puntare molto, moltissimo, sulla famosa intelligenza dei gruppi. Che è una cosa molto precisa. Segue, ovviamente.

C’è qualcosa che continua a sfuggirci, in ogni campo: in quello culturale, consiglio la lettura dell’articolo di Nicola Lagioia su Lucy, dove si evidenzia molto bene che continuare a ragionare solo delle nefandezze della destra non porta da nessuna parte, se non si contrappone un progetto e se non si riesce a far crescere una comunità.
In poche parole, che credo di aver scritto fino allo sfinimento: accusare gli elettori di essere brutti e sporchi e ignoranti non solo non serve, ma denota un sentimento di superiorità morale ingiustificato. La politica, e il vivere insieme, presuppongono che ci si sappia mettere nei panni degli altri: non  per porgere l’altra guancia, ma per capire.  Se non si fa, ecco che ritorna Trump, ecco che la destra, in Italia e non solo, si consolida.
Certo che è difficile. E forse la mia generazione ha meno strumenti per farlo. Perché è nata da genitori che hanno vissuto e molto spesso (non sempre, attenzione) combattuto il fascismo. Perché era adolescente quando il fascismo di ritorno era vivissimo e si moltiplicavano i golpe e le dittature. Perché era ventenne ai tempi delle stragi neofasciste. Perché, infine, era convinta che esistesse un progetto di futuro.
Quel progetto oggi non c’è. O se c’è non si vede, non è coeso, è stropicciato, non affascina.

Loredana Lipperini
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