Ieri abbiamo deciso di provare a capire i motivi dell’interesse, libresco e giornalistico, nei confronti della famiglia reale inglese e del tormentato principe Harry, la cui biografia è risultata già vendutissima nel primo giorno di uscita. Ora, anche se il solo parlare della vicenda ha turbato qualche puro spirito, o i soliti malignazzi, c’è una questione a mio parere non proprio secondaria, in editoria come nel giornalismo. Si chiama mutazione, ed è iniziata clamorosamente, sui quotidiani, nella tarda estate del 1992. All’epoca Repubblica mi chiese un articolo per capire come mai le prime pagine dei giornali fossero occupate dalla foto dell’alluce di Sarah Ferguson. Lo scrissi. In capo a pochi giorni si aggiunse Umberto Eco. Rileggere, anche se parliamo di 31 anni fa, aiuta: “Oggi tutti hanno gli stessi diritti a sapere tutto. Eppure è questa cancellazione della divisione sociale del pettegolezzo che costituisce il pericolo dei nostri mass media. Così come agli inizi della televisione i sociologi ci avevano raccontato che, per molti spettatori impreparati, non c’ era differenza di genere nel corso della serata, e si prendeva sia il telegiornale che il telefilm come rapporti di pari veridicità sulla stessa realtà, oggi non solo gli indotti ma persino i dotti non riescono più a districare la notizia pettegola dalla notizia che fa tremare il mondo.”

Qua e là leggo diversi interventi sulla vecchiaia. Dunque, mi sembra il giorno giusto per riproporre l’articolo che ho scritto mesi fa per L’Espresso. Sulle donne e la vecchiaia, sì?
Alda Merini posò nuda, ma è stato un raro atto di libertà, in questa sotterranea denigrazione dove, peraltro, la consapevolezza del cambiamento dei corpi portata dalla vecchiaia viene chiesta quasi esclusivamente alle donne. Non esiste il corrispettivo femminile di José Saramago che sosteneva che più si diventa vecchi, più si diventa liberi, e più si diventa liberi, più si diventa radicali (e lo dimostrò eccome, sul suo blog). Le donne over 60 sono consapevoli, come disse Imre Kertész a proposito del Novecento – e perdonate quella che sembra un’irriverenza – che sono esposte, e chiunque può prenderle a fucilate. Non esiste la vecchia competente e saggia: esiste la vecchia.
  Se questo è l’immaginario, non ci si stupisca della mancanza di donne ai vertici della politica e delle istituzioni.

Due fatti fra loro distanti mi fanno pensare a una stessa problematica. Il primo, più grande e doloroso, è la morte di Russell Banks, uno scrittore eccelso stranamente non notissimo in Italia. Il secondo è minimo ma fa pensare: gli sms che quotidianamente lamentano la lettura ad alta voce de Il giornalino di Gian Burrasca di Vamba in quanto, in ordine sparso, diseducativo o disturbante o addirittura (dagli inizi del secolo!) causa del peggioramento morale del nostro paese.
Una riflessione che coinvolge Il dolce domani di Russell Banks, il Pifferaio di Hamelin, Favolacce e che arriva a una conclusione. Le fiabe raccontano sempre la vita, in modo ineducato, e solo dopo arriva qualcuno ad abbellirle, a renderle dolci e innocue. Salvo, poi, conservare uno spiraglio di speranza, nel sopravvissuto che resta per ricordare per noi, per consegnarci una storia, e fare di quella storia, se non un monito, uno specchio.
Ecco, dopo questo lungo post, questo vorrei fosse chiaro: le storie per bambini non devono essere educate. Altrimenti, come diceva Banks, quei bambini li perdiamo.

Sabato sera, dopo anni di desiderio frustrato, sono riuscita a vedere L’uomo calamita spettacolo di letteratura, musica e circo, ideato da Giacomo Costantini e Wu Ming 2 per il Circo El Grito, le musiche di Fabrizio “Cirro” Baioni, la consulenza alla drammaturgia di Luca Pakarov. Cercatelo dove potete. Perché per la prima volta ho visto riunite tutte le componenti dell’immaginario e della narrazione. Letteratura, storia, musica, arte circense, illusionismo. E dunque corpo, memoria, magia.
Dura un’ora e si vorrebbe durasse il più a lungo possibile: perché c’è un equilibrio così raro fra la musica di Cirro, le parole di Wu Ming 2 (e il flauto, anche) e il corpo incredibile di Giacomo Costantini che ci si ripete che finalmente si trova quel che si è a lungo cercato: la bellezza delle storie, senza enfasi, senza egoismi, con una fratellanza di scena che si trasforma in una fratellanza col pubblico.
Le strade ci sono, e si possono anche percorrere.

Mi concedo sempre una rilettura, per sopravvivere all’urgenza delle letture fresche, e al momento sto rileggendo Harry Potter. Mi interessava, quando, tre giorni fa,  ho ripreso in mano il primo libro, capire meglio come progrediva la costruzione del suo mondo, e come, crescendo, i personaggi aumentassero in complessità fino a quello che per me resta un  finale  (anche) doloroso, Harry Potter e i doni della morte. 
Harold Bloom considerava Rowling il segno della decadenza (“parlo a me stesso – cosa che la grande poesia ci insegna a fare – e a tutti quei lettori che in solitudine cercano istintivamente la grande letteratura, disdegnando chi divora autori come la Rowling e si affretta a suicidarsi intellettualmente nel grigio oceano di Internet”).
Non volle vedere che con la saga era nata, soprattutto, una nuova generazione di lettrici e lettori.

Piero Dorfles, nel suo intervento su La Stampa, lamenta quello che in lingua corrente si chiama “amichettismo”, ovvero la consuetudine di recensirsi a vicenda fra scrittori lodandosi (c’è anche un rovescio mai evocato: il nemichettismo, quelli che sparano a pallettoni su un’autrice – e non uso il femminile a caso – senza neanche averne aperto una pagina, ma pazienza).
Non nego che la questione possa esistere: ma ridurre tutta l’informazione (non solo la critica) a questo rischia di non fare bene e di rafforzare quel fantasma della casta chiusa di cui son pieni i post e i tweet. 
Il problema che pongo è antico. Nel dicembre 2005, in quella che era la newsletter dei Wu Ming (Nandropausa) viene affrontato apertamente. Wu Ming 1 vuole scrivere de L’anno luce di Giuseppe Genna. Lo fa, proprio perché è consapevole delle critiche che gli arriveranno.
A prescindere dall’autocensura (che personalmente applico e applicherò almeno fin quando condurrò Fahrenheit, con rarissime eccezioni), il problema è riuscire a “vedere”i bei libri, che ci sono, in un’onda di titoli almeno quadruplicata, credo, rispetto al 2005. La questione è qui, e pazienza se si continua a indicare il famigerato dito.

A dodici anni la mia merenda di metà mattina erano quattro tramezzini gonfi di carciofini e di tonno e salmone e salame e uova e pomodoro e mozzarella, e ancora adesso mentre lo scrivo ne riprovo il desiderio, anche se non potrei fare mai più una merenda del genere, perché so quanta è faticosa la fame per perdere i chili, e quanto occorra esercitare un potere violento su se stessi per farsi obbedire dal corpo prima che ti scappi di mano.
Ieri a Fahrenheit il libro del giorno era “Balena” di Giulia Muscatelli. E’ un memoir bello e potente, che non ha paura di esplorare anche il lato fallibile della body positivity. Raccomandandovelo, posto qui un articolo che ho scritto a giugno per La Stampa. Sul fatto che la grassezza è faccenda che non si perdona, e che è vero, come dice Muscatelli, che una donna magra può parlare di tutto e una donna grassa può parlare solo del proprio corpo. 

Il secondo giorno del 2023 porta con sè una bellissima richiesta che arriva da Twitter: un uomo ha deciso di fare un regalo ad amici neogenitori e al nuovo nato. Una fornitura di libri per dieci o quindici anni, e chiede a quale libreria potrebbe rivolgersi.
Nel frattempo, mi ha fatto tornare in mente un esperimento fatto qui sul blog nove anni fa. Una lista collettiva di libri fantastici, che vale come bibliografia per ogni età. Già che ci sono, la ripropongo come augurio per tutto il commentarium.
Che sia un anno felice.
Ps. Naturalmente è, appunto, di nove anni fa. Ben vengano gli aggiornamenti.

Sono arrivata quasi alla fine di questo anno col fiato corto, e so di non essere la sola. Ne ho scritto, ne ho parlato con le persone che incontro, e la sensazione è identica: un’accelerazione mai vista fin qui, una moltiplicazione di impegni, eventi, libri, manifestazioni, e per di più in un tempo ulteriormente accelerato per quanto riguarda notizie, avvenimenti grandi e piccoli, indignazioni grandi e piccole, scandali e glorificazioni, tutto sempre più in fretta, tutto affastellato.
E insieme immobile.
Dunque, mi regalo uno spazio lento: anche se dal 26 dicembre al 13 gennaio sarò di nuovo in conduzione a Fahrenheit, sfrondo per qualche giorno (non troppi: fino al 2) gli altri impegni, compreso il blog. Mai scrivere per obbligo, credo. Per rispettare un impegno con se stessi sì. Per rispettare una scadenza, anche. Ma questo è il momento di conservare le parole e di affinarle e di trovarne di nuove.
Dunque, vi lascio con una poesia di Diane Lockward. Sembra malinconica ma non lo è, a mio parere: le voci nelle conchiglie sono la nostra storia, privata e no. Lasciamo che sussurrino. E rigeneriamoci, questo è l’augurio.
Buone feste, caro commentarium: ci si ritrova nel nuovo anno.

Appunto, le liste. Faccenda da cui infine finisco ogni anno per sottrarmi, perché generano comunque malcontento e accuse di parzialità. E ogni volta che le acque si agitano in ambito letterario, mi piace tirar fuori Shirley Jackson, di cui è da poco in libreria “Un giorno come un altro” (Adelphi, traduzione di Simona Vinci). In una delle sue lezioni, “L’aglio nella narrativa”, Jackson affronta un discorso antipatico: non pensate abbastanza al lettore, sostiene. Ora, siamo abituati a dirci che se si pensa al lettore escono fuori libri facili facili, omogeneizzati al gusto corrente, semplici nella struttura e nella lingua. E in parte è verissimo, per carità. Però nessuno di noi scrive per sé. Dunque, ecco un modo per dirci le cose con franchezza, e almeno rifletterci su. Un frammento da “L’aglio nella narrativa”.

Loredana Lipperini
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