Storie di ieri, vite di ieri, pratiche e pensieri da riprendere ostinatamente, giorno dopo giorno, anche quando la discussione si fa meno accesa. Perché quel che è avvenuto in questi mesi dimostra che la memoria ha bisogno di essere stimolata. 
Primo Mazzolari si oppose al fascismo ma anche alle gerarchie ecclesiastiche in nome della nonviolenza.  Con la pubblicazione anonima di ‘Tu non uccidere’, nel 1955, attaccò a fondo la dottrina della guerra giusta e l’ideologia della vittoria in favore di un movimento nonviolento di resistenza contro la guerra e per la giustizia. Come scrisse, a muoverlo era la consapevolezza delle conseguenze della  bomba atomica, che aveva cambiato il campo razionale entro il quale l’extrema ratio della guerra.
Le cose cambiarono. Venne riabilitato, studiato, omaggiato. Cambiano, le cose. Lentamente, ma cambiano sempre.

“Le grandezze immaginarie sono dovere e volere”. E’ “Risveglio di primavera” di Franz Wedekind. Molti anni fa, nel 1984, ho assisto al saggio finale degli studenti dell’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico (c’erano, in quel saggio, Luca Zingaretti e Massimo Popolizio, fra gli altri). La regia era di Lorenzo Salveti.
Della bellezza e ferocia degli scritti di Wedekind ognun sa. Meno nota, credo, è la sua attività satirica. Con Albert Langen fondò nel 1896 la rivista Simplicissimus. Fra i testi che vi pubblicò, uno, contro l’imperatore Guglielmo II, gli costò sette mesi di carcere per lesa maestà, nel 1899. Cadde in miseria. Fra  il 1900 e il 1904 Wedekind si esibì come chansonnier  nel  cabaret tedesco. Dall’inizio della prima guerra mondiale, la avversò in tutti i modi, fino alla morte, avvenuta in quello stesso 1918. Pietro Gobetti, lo chiamò «odiatore fierissimo di tutte le convenzionalità, condottiero audace di ogni lotta per la franchezza». Pagata cara.

Rachel Carson sognava di diventare scrittrice e poi intrecciò il suo sogno con la biologia marina, e finì per usare le parole e la competenza per svegliare il mondo e diventare “la madre del movimento ambientalista”. Dovremmo amarla e raccontarla tantissimo, perché senza di lei il DDT innaffierebbe indiscriminatamente giardini e boschi: ma dopo il suo libro Primavera silenziosa non fu più possibile, anche se Carson non fece in tempo a vedere la regolamentazione o la messa al bando dei fitofarmaci inquinanti, perché morì nel 1964, due anni dopo l’enorme successo del suo best-seller e della sua battaglia.
Come scrive Atwood, prima di Primavera silenziosa, “la gente pensava in un modo, e dopo di esso si ritrovò a pensare diversamente”.  Per questo, aggiunge, “ho fatto di lei una Santa dei Giardinieri di Dio nel mio romanzo The Year of the Flood (L’anno del Diluvio). Gli esseri umani hanno un enorme debito di riconoscenza nei suoi confronti, e se ci addentreremo nel ventiduesimo secolo come specie, in parte lo dovremo a lei”.

“Nessuno si sognava di rinfacciargli il massacro. Sapevano bene – come Vyasa stesso aveva detto – che avrebbero potuto fermare la guerra, che non vi era là nessun destino predeterminato, irresistibile.”
Nel 2016 Peter Brook, scomparso ieri, torna al Mahābhārata con uno spettacolo che racconta come ogni vittoria sia una sconfitta.
Lo spettacolo è Battlefield: “Il testo parla di una grande guerra di sterminio, una guerra che fa a pezzi una famiglia, quella dei Bharata. Da un lato i cinque fratelli, i Pandava, dall’altro i cugini, i Kaurava, cento figli dello zio, il re cieco Dritarashtra. In questa guerra così violenta vengono utilizzate armi di distruzione di massa. Alla fine i Pandava vincono. Milioni di cadaveri coprono il suolo del campo di battaglia. Il maggiore dei Pandava, Yudishtira, deve ora salire sul trono. La vittoria, per lui che ha visto morire tutta la sua famiglia, ha il gusto amaro della sconfitta”.

Sì, proprio le librerie. Se le rivoluzioni pacifiche sono fatte di parole (e come vedremo anche di musica), le librerie veicolano parole e le mettono al centro dei discorsi. Le librerie chiudono, e chiudono i cinema. Oggi sono Sale Bingo, o centri congresso, o sale multimediali o depositi o sono stati occupati e poi sgombrati e sono abbandonati, come molti degli edifici di Roma.
Eppure bisognerebbe ricordare quel che scrisse Beniamino Placido molti anni fa: “la sera del 30 maggio 1984 fu il trionfo della civiltà dell’Estate romana, della civiltà dell’Effimero. Alla quale molti, che hanno in testa solo il cemento armato (costruite scuole, case, ospedali!) fanno la stessa domanda che sanno fare alla Letteratura o alla Musica: a che serve? Serve – sciocconi – a civilizzare le persone”.

Cos’è una rivoluzione pacifica? E’ quella che passa anche per le parole. Le parole di Shere Hite hanno cambiato molte cose nella storia delle donne, e non solo, da quando, a 34 anni, pubblicò Il rapporto Hite – uno studio sulla sessualità femminile,  oltre 500 pagine con interviste a 3.500 donne, tradotto in una quindicina di lingue e che vendette 50 milioni di copie. Di cosa si parlava? Di sesso, contraccezione, gravidanza, aborto, masturbazione, lesbismo, menopausa, igiene intima. Cose, oggi, normali. Non nel 1976, non negli Stati Uniti.
Hite venne insultata, minacciata di morte, aggredita.  Dai giornali e non solo. In particolare, Playboy ribattezzò il suo rapporto «The Hate Report» («Il rapporto dell’odio»). Al punto che Hite decise di lasciare gli Stati Uniti, rinunciando alla cittadinanza americana, per trasferirsi in Germania.
Hite era femminista. Lo divenne, si racconta, dopo aver partecipato a una campagna pubblicitaria americana per la macchina da scrivere Olivetti. Tra le frasi del claim: “She may  be prettier than other typists, but she’s not necessarily brainier.” 
Funzionava così. Da qualche parte, dentro alcuni pensieri, funziona ancora così.

Il 5 aprile 1971 esce su Le Nouvel Observateur una lettera, scritta da Simone de Beauvoir, in cui 343 donne dichiarano di aver abortito. Tra le firmatarie, oltre alla stessa Simone de Beauvoir, Catherine Deneuve, Tina Aumont, Marguerite Duras, Gisele Halimi, Violette Leduc, Jeanne Moreau, Françoise Sagan, Agnès Varda. Pochi mesi dopo, in Germania, fu la volta della rivista Stern, che intitolò il numero del 6 giugno 1971 Wir haben abgetrieben! “Abbiamo abortito!” con la firma di 374 donne, fra cui  Romy Schneider e Senta Berger.
Ms. Magazine di Gloria Steinem seguì l’esempio nel 1972 con la lettera “Noi abbiamo abortito”, che venne sottoscritta fra le altre da  Nora Ephron, Anais Nin, Billie Jean King.
Quelle donne rischiavano, firmando le lettere, in un momento in cui abortire era reato. Nessun marchio desideroso di aumentare la propria credibilità intervenne: non era necessario, c’era il gruppo, c’era la comunità. Oggi, tocca essere due volte attenti: per non veder abolire i diritti, per non vederli trasformati in marketing, come ricorda su Twitter Claudia Durastanti, sottolineando che le aziende come Amazon e Meta che pagheranno i viaggi per abortire alle proprie dipendenti “non stanno esattamente sostenendo un diritto, stanno contribuendo alla sua privatizzazione e segmentazione in maniere che sconfinano nel Get your abortion on Amazon Prime”.

Caldo, vero? Ieri Roma era in fiamme. A Casalotti, a Trastevere, fino a Ostia e ai Castelli. Dalle mie parti, verso le sei del pomeriggio una colonna di fumo nero si è alzata da un tombino sul marciapiede di fronte. La luce è saltata fino alle dieci e mezza di sera. Niente Internet, niente ventilatori (odio l’aria condizionata), cena con candele e lampadine a batteria. 
Caldo, sì? Bene, passo indietro. Nell’aprile del 1968 si riuniscono a Roma Aurelio Peccei, già  amministratore delegato Olivetti,  lo scienziato scozzese Alexander King, la scrittrice (e figlia di Thomas Mann) Elisabeth Mann Borgese. Il nome del gruppo nasce dal fatto che la prima riunione si svolse a Roma, presso la sede dell’Accademia dei Lincei. Gli intenti: monitorare le mutazioni della società e del mondo.
Nel 1972, in piena crisi petrolifera, pubblicano il Rapporto sui limiti dello sviluppo, commissionato al MIT e redatto da Donella Meadows, Dennis Meadows, Jørgen Randers e William W. Behrens III.
Ripeto, 1968 e 1972. Caldo, eh?

Vale la pena fare un passo indietro. Fino a quella fila di donne sulle scale che il martedì e il giovedì, molto prima delle 17 in cui era fissato l’appuntamento, si affollavano in via di Torre Argentina 18, sede del Partito radicale e luogo provvisorio dove il CISA ospitava chi voleva interrompere la gravidanza e non aveva altra possibilità a meno di non ricorrere a certi medici chiamati “cucchiai d’oro”. Ovvero, un compenso esagerato e rischi enormi. Facemmo una colletta per una compagna di classe, alle superiori. Per poco non morì.
Scrivo questo non solo per ricordare. Scrivo questo perché si ribadisca che vietando alle donne di abortire, le donne continueranno ad abortire. Anche se venisse, e così non è, garantito un supporto economico, un welfare, quel che vi pare. La maternità è una scelta, non un’imposizione.

La triplice rivoluzione era una lettera aperta, nulla di più. Ma è interessante sapere che è esistita, e che è stata indirizzata, il 22 marzo di quell’anno, al presidente degli Stati Uniti Lyndon B. Johnson. E’ interessante anche sapere che tra i firmatari c’era Linus Pauling, chimico, vincitore di due premi Nobel, per la chimica nel 1954 e per la pace nel 1962.
Chiedevano pace, disarmo, quello che oggi chiamiamo reddito di cittadinanza, investimento nella scuola. Appunto, era il 1964.

Loredana Lipperini
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