POZZANGHERE: UNA LUNGA SPIEGAZIONE SUL PERCHE’ I FILONI EDITORIALI SONO UN RISCHIO PER TUTTE, E TUTTI

Faccio un po’ di fatica a parlare di una polemica letteraria (editoriale, come proverò a dire) in queste ore dove la maggior parte di noi pensa, giustamente, alle nubi nere che si addensano sul mondo, ma credo che chiarire un po’ di cose sia importante.
I fatti, intanto.
Un paio di settimane fa esce sull’Espresso un articolo sullo stato del romanzo di Giulia Rugolo, dove sono state intervistate diverse persone, fra cui la sottoscritta. Da quella conversazione telefonica, viene estrapolata una frase dove sia io che Viola Ardone rispondiamo a una precisa domanda. Questa: “In che misura le logiche di mercato condizionano la forma e i temi del romanzo?”.
Nell’articolo tutte e due rispondiamo che il condizionamento c’è. Il virgolettato che mi riguarda è questo: “E’ una vecchia questione: si cerca di cavalcare filoni che hanno avuto successo. In particolare, funzionano le saghe familiari con protagoniste donne. L’apripista è stata Stefania Auci con I leoni di Sicilia. Da lì è partito un moltiplicarsi di libri su portalettere, levatrici, e altri mestieri femminili. Ma quando si sceglie la strada facile, abbiamo un problema. Perché il vero nodo del romanzo è la capacità creativa: l’immaginazione, l’invenzione di mondi. E, in questo momento è debole”.
Estremamente sintetico, ma non dissimile da quanto ho scritto anno dopo anno. E che evidentemente (ma forse non risultava così evidente) riguarda non i singoli libri e le singole autrici e neppure i singoli editori ma una tendenza editoriale (e non di un solo editore, ribadisco) che tende a sovrautilizzare i filoni fino a disseccarli. Ci torno.
Restando ai fatti.
Venerdì Francesca Giannone, autrice del vendutissimo e amatissimo La portalettere (e di altri romanzi, certo), scrive questo su Facebook e su Instagram:
“Chi glielo spiega a Loredana Lipperini che ha offeso e insultato non solo la casa editrice Nord e le sue scrittrici in primis, ma anche centinaia di migliaia di lettrici e lettori nonché le libraie e i librai?
Azzardo, a margine, una previsione per i detrattori e i bulli di professione: demolire gli altri non vi farà vendere più delle 200 copie che attualmente vendete. Sospetto che accadrà esattamente il contrario.”
Il post su Facebook viene cancellato, quello su Instagram è ancora là, con le mie risposte visibili e alcuni commenti ugualmente cancellati. Sul tono dei commenti rimasti non mi interessa esprimermi, tranne che in due casi. Intanto, il primo.
Perché usare la prima persona plurale
Uno dei commenti (è di un’altra scrittrice amatissima come Felicia Kingsley) dice: ““Abbiamo un problema”, si scrive. Ma “abbiamo”, chi? Qual è il soggetto? Chi ha un problema?”
Rispondo subito. Tutte le persone che scrivono, che vendano un milione di copie o duecento. Perché quando un sistema editoriale prende una strada rischiosa, il rischio è condiviso. Aggiungo: anche le persone che leggono, in realtà. E anche i librai. (per inciso, per chi volesse sapere come la penso su lettrici, lettori e librai, che non ritengo di aver mai offeso in tutta la mia vita, ci sono un po’ di miei articoli su Lucy sulla cultura, avendo tempo).
La questione dei filoni è vecchia: in realtà comincia a farsi evidente al cinema. Dopo la trilogia del dollaro di Sergio Leone, e dopo il successivo C’era una volta il West, il western all’italiana o spaghetti western conobbe una proliferazione inarrestabile. Ma dopo quel boom, che predomina negli anni Sessanta e Settante, il filone si dissecca e muore, e ci vorranno molti anni, e riletture geniali come quelle di Quentin Tarantino, per farlo tornare in circolazione.
Per quanto riguarda i libri, la cannibalizzazione dei filoni ha avuto almeno tre precedenti: dopo l’uscita di Gioventù cannibale, nella seconda metà degli anni Novanta, quando ogni editore cercava il suo cannibale, o pulp a seconda di come veniva chiamato, purché fosse giovane e “disturbante”, qualunque cosa voglia dire. Dopo l’uscita di Harry Potter, quando la letteratura per ragazze e ragazzi è stata invasa da protagonisti un tempo osteggiati, e dunque bambine e bambini con poteri magici e animali fantastici al seguito. Dopo Twilight, quando non c’era editore che non pubblicasse storie, in genere d’amore, con vampiri, licantropi, zombie (giuro) e tritoni.
Nei tre casi, una volta finita la sbornia, nessun editore voleva sentir parlare di questo tipo di romanzi: non vende più, era quasi sempre la risposta.
Perché, dunque, abbiamo un problema?
Perché questa non è una questione di genere, né letterario né di appartenenza di chi scrive: è una questione di mercato. E il mercato editoriale riguarda, o dovrebbe, tutte e tutti coloro che intorno ai libri gravitano. Perché chi scrive e chi legge forse dovrebbe sapere come funziona. E tutte e tutti dovremmo porre attenzione a quella che si chiama bibliodiversità. Certo, in primis dovrebbero farlo tutti gli editori: che, mi rendo conto, sono aziende e devono vendere, e vendere il più possibile in tempi in cui d’abitudine non si vende niente, o molto poco. Ma, come mi ha scritto un’amica geniale, tropizzare i libri è un guaio grosso: e se si spinge (a Francoforte, per esempio) solo un tipo di romanzo, sì, abbiamo un problema. A meno, certo, di non occuparsi soltanto delle proprie vendite: il che è molto legittimo e in alcun modo condannabile.
Per chi, come me e altre e altri, osserva il mondo editoriale, però, indossare le vesti di Cassandra come da un decennio a questa parte entra in quel che si chiama lavoro culturale: perché alla fine i filoni si asciugano. E prima che questo avvenga, può succedere che fra decine e decine di titoli di quel filone non si riesca più a distinguere fra l’uno e l’altro. Vediamo perché.
La questione delle saghe “femminili”.
Chi mi segue da un po’ sa perfettamente quanto mi sono arrabbiata per il disprezzo tributato a L’amica geniale: l’ho scritto e detto in ogni occasione pubblica. Sa anche quanto ho difeso e amato la saga dei Florio di Stefania Auci, per dire. E magari qualcuno ricorda la famigerata polemica sulle donne che scrivono solo romance innescata in un articolo pasquale su Doppiozero, dove si definiva, in sostanza, “romance” la maggior parte dei romanzi delle autrici citate. Parliamo di scrittrici enormemente diverse fra loro: Nadia Terranova e Viola Di Grado, Stefana Auci e Michela Murgia, Chiara Valerio e Viola Ardone e la stessa Francesca Giannone.
Questa diversità è vitale: ma non in termini di chi è più “letteraria” e chi no. Ma di sguardi e di punti di vista. Un libro meraviglioso come Quello che so di te di Nadia Terranova non somiglia agli altri, così come non gli somiglia un’altra saga “femminile” appena uscita, come il bellissimo Ersilia e le altre di Lucia Tancredi. E potrei continuare a lungo, includendo anche alcuni titoli che aspetto con ansia nei prossimi mesi.
Ma se l’etichetta comune è “saga familiare” o “storie del secolo scorso con protagonista una donna coraggiosa” o “mestieri femminili dimenticati o sottovalutati” ecco che tutto somiglia a tutto.
Ed ecco che ancora una volta “abbiamo un problema”, il rischio è quello di perdere proprio il senso della diversità di sguardi: è il mercato, appunto. E la lesa sorellanza non sta in chi lo fa notare, bensì in chi utilizza l’etichetta per rivolgersi alle lettrici e dire loro: si sta parlando di donne, ehi.
Il problema è molto complicato: e, ripeto, mi rendo conto che gli editori, in un momento come questo, hanno a loro volta il diritto di fare l’impossibile per salvare l’economia editoriale. Ma occorrerà pur dirlo, credo, e chiedersi, in un discorso comune, cosa possiamo fare.
(Difficile da dire: non si chiede a chi scrivere di scrivere altro, né a chi legge di leggere altro. Solo, di comprendere lo stato delle cose, che è già un bel punto di partenza)
Tanto dovevo, e non immaginavo di dover riassumere in un unico post cose che scrivo e ripeto da anni, ma è giusto così.
Un’ultima cosa.
Pozzanghere.
In uno dei commenti che riguardano la mia persona leggo questo: “Non puoi chiedere la profondità alla pozzanghera” recita l’antico detto”.
Bene, io ho sempre amato le pozzanghere da quando ero bambina: perché ci vedevo riflesso l’arcobaleno, e sull’arcobaleno potevo ricamare storie magari sciocche, ma che mi portavano altrove. Dunque, forse le pozzanghere non saranno profonde, ma di certo permettono di guardare il cielo anche a chi cammina con lo sguardo puntato a terra. E’ molto, e dunque rendo grazie.

2 pensieri su “POZZANGHERE: UNA LUNGA SPIEGAZIONE SUL PERCHE’ I FILONI EDITORIALI SONO UN RISCHIO PER TUTTE, E TUTTI

  1. Buondì, arrivo da instagram, dove il suo nominare “gioventù cannibale” ha attirato la mia attenzione. Lessi questa raccolta che ero un ragazzino e colsi quanto la noia fosse il protagonista assoluto, una noia brutale, una noia che sembra infilarsi ovunque alla quale non si può che reagire con violenza insensata, lo capivo e mi portò a cercare altro, altro che non trovai se non letteratura autocompiaciuta che di quelle corde non ne toccava neanche una (specie il pulp di oltreoceano).

    Mi incuriosisco sempre quando viene citato perché è effettivamente un unicum e nel tempo ho scoperto che è stato un “momento” per molti, quindi può immaginare la mia perplessità nel vederlo citato come parte di un tormentone letterario.. insomma io c’ero e non ho più trovato nulla di simile, gli stessi autori nella raccolta, come Ammaniti, non ci sono più tornati (anche se certi tratti sono rimasti) probabilmente perché quella noia surreale può solo funzionare nella brevità di un racconto e solo in quel momento storico.

    Per me (e sono sicuro per altri) quella raccolta indica qualcosa di molto preciso e semplice. Dietro a molti “problemi” intellettualizzati all’eccesso e trasportati in romanzi o saggi, a codazzi di consumatori pronti ad inneggiare all’ennesimo prodotto mediatico “rivelazione” (che sia quella menata di HP, o un romanzo saturo di fantasie lubriche suscitate dalla repressione religiosa, o chessò il Mercoledì di Burton, carinissimo, ma è quello che è) c’è una profonda dilaniante noia.

    Noia è la cifra che attraversa i fenomeni di cui parla, che porta ad etichettare il romanzi di autrici come “romance”, oh, senz’altro non sono solo quello, ma nel complesso non fanno che rappresentare, come i tormentoni, un tentativo di fuga dalla noia che al termine della “esperienza” lascia tutti dov’erano prima.

    La letteratura non è questo (lo so perché ne leggo e ne ho letta di stupenda, solo raramente di recente pubblicazione) e per quanto sia simpatetico con lei e non con l’ennesimo stronzetto/a e la sua frase facile, penso che non si esca dalla noia attraverso i riflessi nelle pozzanghere, a meno di non essere presi da una follia cannibale e cominciassimo a bercele, insetti, fango ed idrocarburi. A pensarci bene è un po’ quello che stiamo già facendo, ce le beviamo pensando di poter raggiungere ciò che riflettono.

    1. Beh, nelle pozzanghere si può veder riflesso ciò che si vuole. A parte la battuta, mi sembra un po’ ingeneroso, se ho ben capito il suo commento, dividere i libri in noiosi e no. Se mi sono spiegata bene nel post, ogni romanzo è un caso a sé, e così dovrebbe essere sempre: non ho scritto che bisogna leggere solo McCarthy o Harvey. Anzi, bisogna leggere tutto, perché ognuno contiene più lettori (o lettrici), che un giorno lottano con un libro “noioso” e un giorno si dilettano con un libro “semplice” (ma la distinzione non è mia e non la accolgo). La questione è, ripeto, editoriale.

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