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Poi, non è che io sia una santa.
Non sono immune, ovvero, da tutte le passioni tristi che osservo negli altri.
Ma se c’è una cosa che ho imparato, in tanti anni di frequentazione del mondo dei libri e altrettanti, direi, del mondo dei social, è contare fino a dieci. Non riesce sempre, intendiamoci, perché appunto non sono una santa, e magari i santi non esistono e neanche, chissà, servono. 
Però, ho imparato a riconoscere quando le polemiche vengono avviate con l’idea non di discutere davvero ma di piantare un casino, oppure di sfogarsi e dire apertamente quello che si pensa senza mediazioni. Questa mattina mi sono trattenuta dall’intervenire in un paio di discussioni, perché non avrebbero portato molto in là.
E allora non si scrive più niente? E allora ci si lascia andare in questo mondo di ladri e per fortuna almeno non ci sono gli eroi? In un mondo che, ma guarda quanta gente si sveglia adesso, si sta autoavvitando su se stesso? 
No, affatto. A parte che, volendo essere pignolissime, di quella crisi e di quel distacco della letteratura della realtà ho personalmente scritto centinaia di volte fin ad annoiarmi da sola. E non mi tiro indietro se c’è da parlarne di nuovo: ma per quel che mi riguarda preferisco scegliermi le cause su cui vale la pena impegnarsi. E sinceramente, quando sento puzza di chiuso, preferisco aprire le finestre.
E ci sono altre due cose nel piccolo mondo dei libri così come in quello grande, che dovremmo imparare: la prudenza e la pietà. Concederci la fragilità dello spavento o della delusione, sempre, ma provare a non alimentare le risse, perché ce ne sono già troppe, e in moltissimi casi non servono. Per dire, la polemica sul trailer dell’Odissea di Nolan mi interessa pochissimo: andrò a vedere il film  e dopo dirò la mia, ma adesso, onestamente, accapigliarsi serve solo a passar tempo davanti a uno schermo.
Non mi sto trasformando in cavaliere jedi, gente, sto solo cercando di essere lucida, sto cercando di tirar fuori da me stessa qualcosa di buono, per nascosto che sia: perché questi non sono tempi da trascorrere prendendoci a morsi per delle sciocchezze, direi.

Questa mattina ho postato due frasi da due film, rispettivamente “La Terrazza” di Ettore Scola e “Caterina va in città” di Paolo Virzì. Che sono film sul fallimento.
Le due frasi sono state prese spesso alla lettera: come ha ragione Iacovoni, come ha ragione Mario. Non mi sorprende, anche perché alla fine della fiera quello che emerge da tutti i discorsi faticosamente fatti sullo stato dell’editoria, sulla sua crisi (che peggiorerà, state tranquilli: non per colpa ma anche per effetto dell’uso dell’AI per scriversi e leggersi da soli), è la questione del privilegio. Da una parte quelli pubblicati, dall’altra parte quelli i cui manoscritti vengono respinti. E ancora, da una parte quelli recensiti, da una parte quelli ignorati. E ancora ancora: da una parte quelli che vendono e dall’altra quelli che non vendono. E infine: da una parte quelli che entrano in dozzina (e poi in cinquina, e poi magari vincono) allo Strega e dalla solita altra parte gli altri.
Se posso essere franca: che palle.
Alla fine di Più Libri Più Liberi io ho vivamente sperato che si desse vita a una sorta di Stati Generali dell’Editoria dove partecipassero tutte le parti in causa: chi scrive, chi pubblica, chi traduce, chi edita, corregge, promuove, recensisce, eccetera. Speravo che l’incontro venisse “dal basso” perché  è faccenda su cui non si mettono cappelli. Non è successo, non succederà, siamo tutti qui a un altro giro di festival, saloni, fiere e siam tutti qui a scrivere: oh accidenti, quanto vanno male le cose, oh mannaggia, la letteratura è morta, oh poveretti noi i nostri libri vendono cento copie se va bene. Ed è sempre colpa, come diceva Iacovoni, degli altri. 

Fra meno di un mese il Manifesto degli intellettuali antifascisti compirà centoun anni. Come è noto, venne redatto da Benedetto Croce in risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile. Andrebbe riletto, anche alla luce delle non poche dichiarazioni da parte della destra di un secolo dopo sul fatto che la cultura, da quando c’è questo governo, è “finalmente pluralista”. E infatti premia i film di Pingitore e boccia il documentario su Regeni.
E tace sulla crisi del libro. In questi giorni sono sotto gli occhi di tutti i dati che riguardano la vendita dei libri. C’è chi parla di stagnazione e chi senza mezzi termini di deriva. Ma le cose vanno male: per dire, le prenotazioni dei libri scendono velocemente, alcuni dicono che siamo “sotto la soglia di visibilità”. In genere, davanti a queste parole e questi numeri, diversi commentatori ribattono che ci sono gli eBook e le biblioteche: questo è vero e bello. Ma non si tiene mai conto che andando avanti così la crisi ci sarà, e l’editoria cambierà. Qualcuno dirà evviva, e io non sono fra questi: perché penso che i libri e il mondo del libro siano una parte indispensabile del nostro essere sociali. E’ la fine di un mondo? Possibile. Quello che verrà sarà migliore? Nessuno può saperlo, ma se leggo di certi fremiti di gioia per un mondo senza autori, sinceramente non sono ottimista: e spero di essere smentita.
(anche perché non si tratta solo di autori, ma di redattori, traduttori, editor, eccetera: immolare questi saperi e queste vite perché il capitalismo è fighissimo, come mi capita di leggere in certi commenti, mi fa orrore. Ma, si sa, sono novecentesca, e faccio un bel po’ di auguri a chi in questo preciso momento magnifica le sorti venture).
(e poi c’è una crisi economica spaventosa in atto, che evidentemente influisce sulla vendita dei libri. Staccare il mondo editoriale dal resto è faccenda pericolosa).

In questi giorni, preparando le prefazioni per le quattro uscite autunnali di Gilded Nightmares (qui i primi volumi da poco in libreria) sono immersa nei Penny Dreadful, i racconti spaventevoli a poco prezzo che si rivolgevano alla classe medio-bassa inglese del XIX secolo. Non erano capolavori letterari, ma storie semplici e sensazionali, zeppe di fantasmi e terrori a buon mercato: eppure rispecchiavano, come spesso fa la letteratura fantastica, le paure del tempo. Due, in particolare: quello che stava cambiando nelle donne, e dunque il lento ma visibile cammino che avrebbe portato al suffragismo, e la minaccia che veniva dai marginali, dai poveri, da quelli che avrebbero potuto, come era avvenuto non così tanto tempo prima, far saltare il banco, e le teste. E dunque nei Penny si trovano vampire e incantatrici contrapposte a candide fanciulle, e mendicanti, e quartieri da non frequentare, pena la vita. 
Cosa è cambiato da allora? Moltissimo, naturalmente: ma se rimaniamo al mondo dei libri, ci sono meccanismi che funzionano ancora. Non è una novità, ovviamente, che insieme ai romanzi e ai saggi vengano pubblicati testi firmati dai protagonisti della politica, della cronaca, dei social. Sono libri che invitano a rispecchiarsi in questa o quella figura, o a prolungare le emozioni e la curiosità che abbiamo ricevuto leggendo i giornali o, più spesso, guardando la televisione. Che, come si sa, è sempre più propensa (non si sa bene con quale efficacia) a mescolare intrattenimento e voyeurismo.
Tutto va raccontato, ma il rispetto deve sempre essere privilegiato rispetto alla possibile popolarità di un prodotto.
Perché di prodotti stiamo parlando, non fosse chiaro, e non di catarsi: cose che devono vendere a tutti i costi, per poi essere dimenticate e lasciar posto ad altro che a sua volta verrà dimenticato. 
Le cose che non si dimenticano, per come la vedo io, sono altre: sono quelle che accolgono il dolore o il desiderio di chi scrive e lo trasformano. A questo dovrebbero servire i libri: non a essere mangiati in due bocconi confermandoci nella nostra visione del mondo, ma scardinare quella visione, suscitare dubbi. Rimanere, qualunque cosa si narri, dalla propria vita ai draghi. Ma sostituire la rilevanza con la visibilità, come mi diceva un amico caro qualche giorno fa, ci condanna a dimenticare, invece.

Non da oggi uno dei miei librai preferiti, ovvero Giorgio Gizzi in arte Harry Crum, scrive le cose giuste a proposito della crisi dell’editoria. In un post su Facebook dice infatti fra l’altro:
“I dati diffusi dal’AIE a fine gennaio sull’anno appena trascorso non sono affatto buoni, specie se si pensa che quel 3% di libri in meno acquistati in Italia (-2,1% a valore) si raffronta con un 2024 – definito all’epoca ‘orribile’ e ‘preoccupante’ – in cui il nostro Paese aveva perso un milione di lettori (stessa fonte)”. E aggiunge: “La lettura ha a che fare con la democrazia. Con la capacità di comprendere la realtà. Se non c’è lettura siamo tutti più facilmente vittime delle autocrazie”.
Unisco qualche altra considerazione che riguarda la lettura e la capacità di comprensione: so di arrivare con qualche lustro di distanza, e con molta minore autorevolezza, rispetto a quanto diceva Umberto Eco, ma da ultimo constato ogni giorno di più come molti e molte non riescono a capire quello che leggono.
Qualche giorno fa ho letto un articolo del Post sui trent’anni di Infinite Jest. In fondo, dice la sua Martina Testa: “romanzi così grandi e impegnativi, ma capaci di ricompensare enormemente chi li legge, sono diventati una merce rara”.
Dunque, quella capacità di progettare di cui parla Giorgio Gizzi, capacità preziosa quanto mai, riguarda anche chi scrive e chi pubblica. Ma anche chi scrive online, vorrei dire. E’ una responsabilità comune che diventa urgente applicare, visto lo stato delle cose.
“Per difendersi dal gas grisou, i minatori di una volta portavano con loro una gabbietta con dei canarini, animali molto sensibili al gas. Se i canarini mostravano segni di soffocamento, era il momento di correre fuori dalla miniera”. Così Wikipedia. E’ la parte più debole che muore per prima, voglio dire. E c’è un sacco di gas in giro, da ultimo.

Ieri sera ho fatto una lunga chiacchierata con un vecchio amico. Il tono di entrambe era sconsolato. Lui, che conosce l’editoria da più tempo di me, diceva che fra i mille problemi uno risalta su tutti: l’affidamento delle decisioni all’ufficio commerciale e non più, come un tempo, alla direzione editoriale. Il commerciale è quello che controlla quanto hai venduto nel titolo precedente e decide se investire ancora su di te o, come sempre più spesso avviene, cercare un autore nuovo che, magari, non vende le tue tremila o quattromila copie ma, chissà, magari fa il botto delle 20.000, e se non ce la fa pazienza, in fondo è un esordiente. Il commerciale è quello che decide che in questo momento bisogna pubblicare libri sui gatti, e se per caso hai scritto un buon libro su un cane occorrerà intitolarlo “Il nemico dei gatti”. Il commerciale è quello a cui non interessa il progetto culturale, ma vendere in un tempo in cui non si vende, e dunque perché mai provare strade diverse da quelle conosciute? 
Come segnalavo ieri su Facebook, sono usciti due articoli importanti: quello di Giulio Mozzi su Snaporaz e quello di Francesco Quatraro sul Tascabile che riassumono molto bene, Mozzi con passione, Quatraro chirurgicamente, lo stato delle cose.
Ne segnalo però un terzo. ll bilancio che Wu Ming 1 ha fatto dei suoi tredici mesi di tour per Gli uomini pesce: lo trovate su Giap.:
“In questi tredici mesi Gli uomini pesce è stato ristampato più volte e ha venduto oltre venticinquemila copie. Fa dunque parte dello 0,2% circa di novità editoriali italiane che superano quota 20000.
Risultato ancor più significativo se pensiamo che il libro non ha imboccato nessuno dei percorsi abituali e “obbligati”, quelli ritenuti imprescindibili se si vuole promuovere un libro. Nisba inviti dal più seguito programma radiofonico dedicato ai libri; non un rigo sul quotidiano più venduto (né sul suo inserto culturale); idem sull’inserto culturale del secondo quotidiano più diffuso; assenza dalle grandi kermesses dell’editoria; nessuna partecipazione a premi, eccetera”.
E ancora:
“I «percorsi obbligati» non sono obbligati. Altre vie si possono percorrere, e nel tempo danno più soddisfazione. Aver cura dei rapporti con le librerie indipendenti – baluardi di cultura, socialità e biodiversità urbana – fa vivere un libro più del calcare certe ribalte mediatiche, e può anche riservare sorprese”
Certo, una comunità non si costruisce un giorno, ma l’alternativa è scrivere i libri sui gatti chiesti dal commerciale. E, come sapete, dura poco, non serve, peggiora le cose. 

Questa mattina ho letto con la solita avidità la newsletter di Lucy. Sulla cultura Piaceri sconosciuti, dove Nicola Lagioia racconta il mondo editoriale. O meglio, racconta un mondo editoriale che forse non c’è più, o forse esiste ancora o per dire ancor meglio resiste. E’ un bellissimo episodio della newsletter, dove Nicola sceglie episodi di vita personale per decostruire, da dentro, quell’atteggiamento di gioia feroce che serpeggia quando si parla di editoria, come se il cammino in discesa in cui si è avventurata negli ultimi tempi fosse motivo di soddisfazione generale. Faccenda che, pur rendendomi perfettamente conto della situazione, infastidisce anche me.
Ho letto e riletto la newsletter, questa mattina, pensando che sì, le scie luminose ci sono ancora, nel mondo editoriale, che ci si creda o meno. E che esistono ancora le passioni, le follie, gli entusiasmi. Esiste la dedizione, scrive Nicola, anche nella ripetizione. Questo c’è, o non ci sarebbero quei libri che ci fanno passare velocemente, come è successo a me, cinque ore di treno in mezzo a un turbinio di bambini vocianti con Peppa Pig d’ordinanza dai cellulari dei genitori.
Però ammetto di vedere anche altro. Ovvero, l’ombra dei diagrammi a torta. Certo che ci vogliono pure quelli, e certo che l’editoria è fatta di aziende, e le aziende hanno i libri contabili e pure i diagrammi a torta che non ho mai capito, e forse, colpevolmente, mai capirò. E spesso chi invece li maneggia con perizia, e soprattutto proviene da altre realtà aziendali, che producono, che so, caffettiere o rigatoni o maglioncini di lusso, non riesce a capire che quella scia luminosa, quella dedizione, quella capacità di rischiare con un libro che ad altri risulta poco vendibile e dunque turba il diagramma a torta, o i grafici, o quel che volete voi, sono l’essenza stessa dell’editoria, e che non porci attenzione, e amore, e non considerare degne di attenzione e amore le persone che si impegnano in quei gesti di ripetitività che si muovono attorno a un libro, beh, è un bel guaio.

Un lungo post sulla questione delle saghe “al femminile” dove, in risposta a un intervento di Francesca Giannone, provo a spiegare perché “abbiamo un problema”.
Perché la cannibalizzazione dei filoni ha avuto almeno tre precedenti: dopo l’uscita di Gioventù cannibale, nella seconda metà degli anni Novanta, quando ogni editore cercava il suo cannibale, o pulp a seconda di come veniva chiamato, purché fosse giovane e “disturbante”, qualunque cosa voglia dire. Dopo l’uscita di Harry Potter, quando la letteratura per ragazze e ragazzi è stata invasa da protagonisti un tempo osteggiati, e dunque bambine e bambini con poteri magici e animali fantastici al seguito. Dopo Twilight, quando non c’era editore che non pubblicasse storie, in genere d’amore, con vampiri, licantropi, zombie (giuro) e tritoni. 
Nei tre casi, una volta finita la sbornia, nessun editore voleva sentir parlare di questo tipo di romanzi: non vende più, era quasi sempre la risposta.
E perché questa non è una questione di genere, né letterario né di appartenenza di chi scrive: è una questione di mercato. E il mercato editoriale riguarda, o dovrebbe, tutte e tutti coloro che intorno ai libri gravitano. Perché chi scrive e chi legge forse dovrebbe sapere come funziona. E tutte e tutti dovremmo porre attenzione a quella che si chiama bibliodiversità. Certo, in primis dovrebbero farlo tutti gli editori: che, mi rendo conto, sono aziende e devono vendere, e vendere il più possibile in tempi in cui d’abitudine non si vende niente, o molto poco. Ma, come mi ha scritto un’amica geniale, tropizzare i libri è un guaio grosso: e se si spinge (a Francoforte, per esempio) solo un tipo di romanzo, sì, abbiamo un problema. A meno, certo, di non occuparsi soltanto delle proprie vendite: il che è molto legittimo e in alcun modo condannabile. 
Per chi, come me e altre e altri, osserva il mondo editoriale, però, indossare le vesti di Cassandra come da un decennio a questa parte entra in quel che si chiama lavoro culturale: perché alla fine i filoni si asciugano. E prima che questo avvenga, può succedere che fra decine e decine di titoli di quel filone non si riesca più a distinguere fra l’uno e l’altro.
(Le risposte non sono facili, le domande necessarie. Le pozzanghere c’entrano, come spiego alla fine)

Questioni di memoria: un blog serve anche a questo, a ricordare che, per esempio, gennaio è il mese delle discussioni sull’editoria: ci sta, perché si apre un nuovo anno e vengono annunciati i nuovi libri. Ma la questione rimane identica. Per questo, riposto qui un articolo che ho scritto per La Stampa nel gennaio 2023, esattamente due anni fa. E i problemi sono sempre quelli.
“C’è un dato interessante che è stato fornito a fine anno: le prime edizioni dei libri sono aumentate del 13,5 per cento, le seconde (e successive) diminuiscono del 18,4. Il che fa dedurre che la vita dei libri si abbrevia ulteriormente. Il che fa dedurre anche che la questione della critica non è disgiungibile dalla possibilità di scegliere di quale libro parlare: e fra settanta-ottantamila novità l’anno è quasi impossibile. E qui entra in ballo il discorso del recensirsi fra amici su cui si soffermava Piero Dorfles su queste pagine: a costo di rischiare l’accusa di ingenuità, penso che a volte si recensiscano i libri di chi si è già letto perché è difficilissimo trovare gli altri. E’ un problema, e non piccolo, e neppure nuovo: ma si sta aggravando. Come può il lettore professionista assolvere al suo compito nell’oceano di titoli che si trova davanti? A volte, banalmente, sceglie la via più semplice: l’autore già conosciuto.
A questo si aggiunga il peso che grava su tutti, esordienti e no, nella corsa al libro di successo. Si dirà che tutti desiderano il best-seller, e non da oggi. Ma non come negli ultimi tempi, che vedono moltiplicarsi gli sforzi per concepire il romanzo determinante. Sforzi dolorosi, continuativi, fatti non solo di scrittura ma di relazioni e strategie che, si ritiene, faranno di quel testo un best-seller. Dovrebbe essere noto da tempo che non funziona così. I best-seller sono quasi sempre stati casuali: semplicemente, un libro che arrivava nel momento giusto e su, cui, certo, si concentra l’intuizione e poi lo sforzo promozionale di un editore.”

Considerazioni sparse sulla non lettura. In primo piano, i soldi. Ogni volta che si fa questo discorso salta fuori qualcuno che col ditino alzato dice: “e allora lo spritz? E allora l’iPhone? E allora il macchinone?”
Non funziona esattamente così. Mi ha scritto stamattina un amico, che nominerò se mi dà il permesso, ma mi ha autorizzato a raccontare la storia.
“Siamo, dice, un gruppo di amici. Disoccupati o part time, stipendi sotto i mille euro mensili. Ma siamo lettori forti, e spesso non vogliamo aspettare che le biblioteche acquisiscano quel titolo che stavamo aspettando, e ogni mese ce ne sono diversi. Ma i libri costano fra i quindici e i venti euro, e la spesa diventa impossibile.
Dunque, li compriamo insieme: ognuno versa una piccola quota, in modo che, dividendo il costo totale fra cinque persone, l’acquisto diventa accessibile. Come li leggiamo? Tirando a sorte: estraiamo i biglietti con i nostri nomi da un cestino, e il primo estratto inizia la lettura, che poi passa agli altri. Alla fine qualcuno tiene fisicamente in custodia il libro: c’è un ex libris con i nostri nomi, su Google Drive c’è un file con i titoli acquistati e il nome di chi lo tiene in consegna. Ognuno ha dedicato una sezione della libreria al “bookshaming”, dove si tengono i libri in comune, che possono essere richiesti per rilettura in qualsiasi momento.
E’ un paradosso. Anche in questo caso legato alle tante uscite e soprattutto alla scarsità di soldi. Mi rendo conto che il mercato editoriale non viene aiutato da questo sistema, perché un solo testo viene letto da cinque persone. Ma come si fa? I libri aumentano, in numero e costo, e gli stipendi non crescono, e il lavoro nemmeno. Quindi il problema non è l’editoria, o non solo: è il lavoro”.

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