Torno sul lavoro culturale, e pazienza per chi sbuffa. Sto leggendo diversi interventi di vario orientamento. E ci sono, secondo me, un paio di punti da chiarire: lavoro culturale non equivale a scrivere libri. Incredibile che occorra puntualizzarlo, ma puntualizziamo allegramente: lavoro culturale è scrivere articoli, scrivere testi per la televisione o per la radio, organizzare eventi, manifestazioni e festival, insegnare, fare ricerca e una marea di altre cose che, volendo, hanno a che fare con la narrazione. Lo scrive nella sua newsletter Giulia Blasi, che aggiunge:
“La gente della cultura piace a malapena alla gente della cultura, per tutti gli altri siamo dei fighetti che non hanno mai lavorato in vita loro, e che – a seconda di chi parla – sono dei figli di papà o dei poveri illusi, più la prima che la seconda. Nessuno pensa di avere bisogno di noi.
Lasciamo da parte per un attimo il fatto che tutto, ma veramente tutto, è narrazione: e che quindi anche chi disprezza il lavoro intellettuale fruisce del lavoro intellettuale in qualche forma. Un posto al sole non si scrive da solo. Neanche La zanzara, o Diritto e rovescio, o Fuori dal coro, o il programma di Barbareschi che segue Report. Dietro ognuno di questi programmi c’è una redazione, ci sono degli autori, c’è gente che lavora per costruire una narrazione sul mondo. Può pure essere falsa – le storie spesso lo sono – ma rimane una narrazione, e come tale richiede un ragionamento di qualche genere”.
Quello, dunque, che si va a rivendicare non è: sono uno scrittore o scrittrice, dunque pagatemi. E’: lavoro, dunque pagatemi, e adeguatamente, si tratti di giornali, televisione, radio eccetera. Ed è per questo preciso motivo che la questione del lavoro culturale non è separabile dalla questione del lavoro in assoluto. Semplicemente, accade che questa parte del lavoro medesimo venga, come scrive Giulia, esattamente separata dal resto, come se si trattasse di voler rivendicare un privilegio. E non lo è (semmai rischia di essere un inganno, come scrivevo ieri).
C’è un secondo equivoco, più interessante. Ovvero, si pensa che Bazzi, che ha sollevato la questione, voglia vivere dei suoi libri. Sospetto che sia questo che ha inteso Emiliano Ereddia, che è peraltro un bravissimo scrittore, nel suo articolo su substack, dove racconta di come, per potersi permettere di fare letteratura, lavori per la televisione:
“Succede agli attori, ai comedian, ai fotografi, a chi vorrebbe fare cinema o teatro, ai poeti, ai pittori, agli scultori, agli artisti in genere — e allora perché diamo per scontato che l’attore debba fare il cameriere in un locale a via di Pietralata e lo scrittore no? Ripeto: io non credo che sia giusto così, ma è il sistema, bellezza. E il sistema non reputa arte e cultura degne di un compenso adeguato. Allora io dico: fotti il sistema, baby. Non ti abbandonare al vittimismo, che non è bello da destra e non è bello manco da sinistra”.
Non so se si possa usare la parola vittimismo. Ma temo ci sia un equivoco, visto che siamo tutti consapevoli del fatto che per scrivere bisogna sottrarre ore al sonno e alla vita sociale, perché tocca lavorare. Ma dai? E’ quello che fa il 98% delle persone che scrivono, e forse anche il 99%: la questione del lavoro culturale non sta nelle singole lamentazioni, che finiscono sempre per attribuire ogni male alla presunta casta-cricca-cerchio, che a sua volta strappa con i denti il tempo per scrivere visto che non si vive di scrittura, tranne pochissimi (che se lo sono meritato, vorrei dire) e tranne i ricchi (che però non sono così tanti, in ambito letterario). Se faccio un elenco mentale e parziale di scrittori e scrittrici che conosco, so che lavorano quasi tutto il giorno per poter scrivere: sono insegnanti di lettere o insegnanti di sostegno, librai, grafici, programmatori, autori televisivi o radiofonici. Sono anche meccanici, pizzaioli, bancari, medici, postini, impiegati. Qualcuno prova a barcamenarsi con le sole collaborazioni (e chi, nella generazione trenta-quaranta, non lo fa?), e ammucchia traduzioni, articoli pagati male, consulenze, editing. Quel che intendo, è che nessuno è così poco realista da pensare che di letteratura si viva. E nessuno dovrebbe mai puntare il dito sul lavoro principale, diciamo così, che ti permette di scrivere, di notte o all’alba o durante le feste comandate. La questione è semmai un’altra: è come veder pagato decentemente il lavoro che deriva dalla scrittura, o che ruota intorno alla scrittura, come le presentazioni dei libri altrui (è un lavoro), la partecipazione a convegni (è un lavoro), le consulenze che ti vengono richieste (è un lavoro). Questo e solo questo è il punto.
(Poi, dal momento che lo stimo, per questa volta perdono a Ereddia questa frase sui commenti ai post sull’argomento: “commenti di signori con la tinta ai capelli color Calzanetto e signore con trentadue gatti in casa che leggono tutte le uscite di Einaudi con una figura femminile in copertina”, dal momento che non solo hanno donne in copertina i libri di Rachel Cusk, che non è esattamente l’ultima arrivata, e anche alcuni di DeLillo, ma le signore con gatti leggono pure Poppy Z. Brite e Thomas Ligotti, e con notevole soddisfazione).
Il problema è sempre quello: non si riesce a fare un discorso collettivo, ma solo individuale, e i discorsi individuali finiscono sempre per essere ciechi, e non riuscire a vedere quello che si ha intorno. Il lavoro culturale non riguarda il destino di una sola persona, ma di tutti coloro che provano a sopravvivere in questo durissimo ambito. Anche quelli che da quell’ambito sono fuori, se si vuole capire.
Sono molto d’accordo con la conclusione e anche con la misura nell’impostare questo post e nell’argomentarlo. Sono molto stanca della comunicazione social, che anche su questo ha dato il peggio e continua a darlo. A maggior ragione noi, che con le parole viviamo, dovremmo dosarle meglio perché non facciano male. Eppure è tutto un fare i conti in tasca agli altri, lanciare epiteti, eccetera eccetera. Ma detto questo, è molto vero che il lavoro culturale ha delle specifiche ma è pur sempre lavoro. E allora se posso approfittare di questo post per esprimere un desiderio, mi piacerebbe tanto che questa solidarietà tra lavoratori si tramutasse perlomeno in un principio che dovrebbe essere universale e pure ho visto contraddetto non più tardi di qualche mese fa da qualcuno che mi ha chiesto un impegno giornaliero di scrittura per dieci giorni a titolo gratuito o con rimborso in visibilità. Ho detto di no, e la risposta è stato il ghosting. Va bene così, ma che bello sarebbe non dover vivere, a parte tutto il resto, anche queste umiliazioni. Grazie sempre.