La tosse non è mai solo tosse.
Chi conosce le vere strutture del mondo sa che ogni colpo di glottide è un segnale, ogni raschio un indizio, ogni starnuto un rimando alla complessità ignota. Dieu il veut! è quello che avrebbe gridato (e così fece in effetti) la folla riunita a Clermont per ascoltare l’appello di Papa Urbano II.
Che tossì, quando pronunciò il suo discorso, e tossì anche Alessio I Comneno mentre vergava le parole con cui invocava il pontefice di mandare truppe per aiutare i bizantini a respingere l’attacco dei turchi selgiuchidi (che tossivano anche loro)
La tosse non è mai solo tosse.
I più ingenui parlano di influenza K, bronchite, troppe sigarette, freddo di gennaio. Ma noi, che conosciamo le biblioteche e i loro segreti, sappiamo ormai che la tosse compare sempre nei momenti decisivi: prima di una rivelazione, sovente durante una diretta, nell’esatto istante in cui la voce rischia di dire troppo, poiché la parte più segreta della coscienza si affaccia a tradimento.
La tosse non è un sintomo, né una malattia: è un messaggio cifrato. Riacquistata lucidità, colui o colei che conosce il segreto, la scatena per evitare che venga reso pubblico ciò che non deve essere pronunciato. Tossire non è un incidente: è un atto di resistenza. E come ogni complotto ben riuscito, funziona proprio perché sembra casuale, e quanto mai inopportuno anzi.
La tosse non è mai solo tosse.
I Templari lo sapevano bene: nei verbali apocrifi di Clermont è citata come tussis interrupta, il colpo secco con cui si interrompeva la trasmissione di un segreto. Non era un’infezione virale o batterica, non era la reazione all’aria troppo secca: era un segnale convenuto.
Per questo nei verbali ufficiali di Clermont la tosse non compare, come tutti noi ci aspettiamo quando un segreto è ben custodito. E’ come se nominassimo ad alta voce i segreti della pietra filosofale: ogni vocale è preziosa, ogni consonante rischia di essere esplosiva.
Ben lo sapeva Eugenio Montale quando compose i suoi versi:
Addio, fischi nel buio, cenni, tosse.
e sportelli abbassati. È l’ora. Forse
gli automi hanno ragione. Come appaiono
dai corridoi, murati!
Tosse, appunto. E giustamente Umberto Eco, quando trasformò i versi in un lipogramma usando la sola U, così scrisse:
Tu tuuu! Nur Du, Lulù. Un rhum? Chuu-chuuu…
Bum, brum, tum, pum. Nunc. Sursum! Puff-puff-puuu!
Pur tu, guru d’un Lull, Ku-Klux d’Ubu…
Gru, lupus, mus, cucù!
Questo avrei voluto dire, ma non potevo, e così ho tossito.
Ma chi ascoltava, sgomento o irritato, pensava di assistere agli effetti di una irritazione laringea. Ignari! Era l’ennesimo tentativo — fallito — di pronunciare ciò che non deve essere detto.
Ah, Belbo. A questo punto avrebbe sorriso, tossendo anche lui, con quell’aria da chi sa troppo per spiegare. Avrebbe detto che la tosse è la vera macchina del Piano: interviene quando il discorso si avvicina alla verità, devia, confonde, introduce rumore. I Templari lo avevano capito, i compilatori di Clermont l’avevano taciuto, gli alchimisti lo avevano incorporato nella pietra filosofale come impurità necessaria.
Quando comincia la tosse, avrebbe concluso Belbo, vuol dire che il Piano funziona. Anche in diretta.
Dal momento che tossisco da lunedì durante la diretta di Pagina3, e nonostante tutti i tentativi di fermare la tosse medesima, ho pensato di giocarci su, e ho immaginato come sarebbe stato un capitolo sulla tosse nel Pendolo di Foucalt di Eco. Naturalmente il capitolo c’era ma è stato tolto, altrimenti che Piano è?
Ci si ritrova lunedì, commentarium, e non arrabbiatevi troppo con me: giuro che sto facendo il possibile.