A sedici anni si ha il sacrosanto diritto di essere imperfetti, anche se di questi tempi i sedici anni, e tutta l’adolescenza, sono talmente sotto sorveglianza che è difficile anche dirlo, ed è persino difficile per me, che ne ho quasi settanta, perché appunto le giovani persone sono vivisezionate, passate alla lente del talk show psicologico e giudicati da editorialisti pensosi.
Io, che le mie imperfezioni le ricordo una per una, ricordo che anche quando avevo sedici anni io gli adulti scrivevano di noi, e ne eravamo furibondi. Pasolini accusava i nostri amici maschi di essere conformisti e di essere andati più indietro dei propri padri. Ci spiegava, anzi, che eravamo schiavi senza saperlo: “La loro libertà di portare i capelli come vogliono, non è più difendibile, perché non è più libertà. È giunto il momento, piuttosto, di dire ai giovani che il loro modo di acconciarsi è orribile, perché servile e volgare. Anzi, è giunto il momento che essi stessi se ne accorgano, e si liberino da questa loro ansia colpevole di attenersi all’ordine degradante dell’orda”. Anthony Burgess ci avvertiva, nell’amarissimo finale di A Clockwork Orange, che a quei padri saremmo divenuti simili, e che i nostri figli sarebbero stati più violenti e feroci di noi. Giornalisti, politici, poeti, scrittori emettevano giudizi su di noi e, a volte, si mettevano al nostro fianco per condividere le nostre lotte. Per nostalgia. Per passione. Per astuzia. Non lo sapevamo, non lo so.
Ma a sedici anni si fanno cazzate, e se ne continuano a fare anche dopo, per carità, e ci saranno sempre un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli, un prete, a ricordarcelo. E’ nella forza e nell’ordine delle cose.
Così come è nella forza e nell’ordine del capitalismo usare e sfruttare i gusti e le scoperte dei giovani: nei tempi lontani, si trattava di portare l’hippie in pubblicità, i capelli lunghi sulle copertine dei primi magazine specializzati, e così via. Oggi è tutto molto più complicato.
Leggo molto, in rete e su carta, molti, troppi discorsi sui giovani. Noi che rivendicavamo il nostro anticonsumismo (a parole), condanniamo il loro. Noi che ci intrappolammo, come diceva ancora Pasolini, nel nostro mondo a parte, rivendichiamo quel mondo a parte come l’unico possibile. Vorremmo che i nostri figli fossero il nostro specchio: ma i figli sono altro da noi. Ci innamoriamo di quella che vorremmo la loro perfezione, invece di amare la loro unicità. E chiediamo conforto gli uni agli altri, come i pescatori di Raymond Carver che si fanno forti della non scelta del resto del gruppo per rimanere a prendere pesci quando scoprono il corpo di una ragazza annegata, invece di tornare indietro a chiedere aiuto.
Per questo non mi turba più di tanto la famosa copertina Einaudi di Cime tempestose, adottata in occasione dell’uscita del film. Fa credere che il romanzo di Brontë sia un romance? Sì, e il romanzo non lo è e chissà, magari sarà l’occasione giusta per scrollarsi di dosso l’idea che le storie debbano avere un finale lieto. Il fatto è che sarei un po’ stufa di tutti i discorsi sui giovani che vanno di pari passo allo sfruttamento dei giovani: il mondo delle booktoker è stato depredato da giornali, librerie e festival, e quasi nessuno ha detto lasciamole in pace, anzi, si è plaudito all’apertura. Finché, come sempre avviene nelle culture giovanili, nascerà qualcosa di nuovo, e quel nuovo sarà per un po’ nascosto, e poi verrà depredato di nuovo.
E ogni tanto, magari, qualcuno proverà a ricordare la vecchia frase di Sandro Pertini: “I giovani non hanno bisogno di prediche, i giovani hanno bisogno, da parte degli anziani, di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo”.
Ma fa un po’ male, giusto?
Se non altro, statisticamente, tra un paio di decenni avremo sempre più anziani e sempre meno giovani, quindi le probabilità da parte di questi ultimi di avere a disposizione esempi positivi aumenteranno.
Mi pare positivo, no?