INTERLUDIO PRIMA DI PARTIRE: EDITH WHARTON

Ricominciano le partenze: domani pomeriggio sarò a Reggio Emilia per chiacchierare con Giulia Paganelli, ed è una gioia. Venerdì a Torino, per cose di scrittura, sabato a Moncalieri per Rivelazioni, grazie a Nicola Lagioia, e in ottima compagnia.
Dunque il blog sarà aggiornato lunedì. Nel frattempo, una mia lettura dei racconti di Edith Wharton fatta per La Stampa, un po’ di tempo fa ma sempre valida.

 

La signora Manstey è anziana, vedova, ha una figlia che abita in California, e le due vivono lontane da tanto tempo “che ormai non sentivano neppure più il bisogno di vedersi”. Non ha amicizie, perché è una donna introversa che ormai ha in sé solo “un sentimento di vaga tenerezza per le piante e gli animali”. In più è malaticcia, e percorre sempre più raramente le tre rampe di scale che la porterebbero in strada. Dunque è sola, ma non del tutto. Perché ha la finestra del pensionato in cui abita, una finestra a bovindo da cui può guardare la porzione di mondo che la soddisfa. I cortili degli altri, quelli verdi, quelli con una magnolia o la siepe “che schiumava ogni maggio delle onde violacee del glicine”, o il fiato dolce del lillà. Guarda i gatti, i pappagallini, i tramonti sulle guglie in lontananza, e vive felice così. Almeno finché la proprietaria del pensionato di fronte non decide di ampliare il palazzo elevandolo fino al tetto, e togliendo la vista alla signora Manstey, che per fermare i lavori rischierà la vita.
La finestra della signora Manstey è il primo racconto pubblicato di Edith Wharton, e non a caso è anche il titolo della raccolta delle più belle delle sue storie brevi, tradotte e curate da Chiara Lagani per Einaudi (pagg.425, euro 22,00).  Lo accetta Scribner’s Magazine nel 1891, dopo aver pubblicato in precedenza alcune sue poesie. Wharton ha ventinove anni, è una lettrice vorace e fin dall’adolescenza scrive, e conosce bene le polemiche dell’epoca che oppongono l’estetica del realismo a quella dell’idealismo o dell’emozione. Wharton è quella che persegue una strada terza, ovvero idealismo e realismo, anche se molto spesso tradirà quest’ultimo per il fantastico e per i racconti di fantasmi: che, però, piegherà al suo modo di sentire.
Wharton pubblicherà il suo primo romanzo, The Valley of Decision, nel 1902 e scriverà sempre moltissimo, frequenterà autori, scriverà reportage di guerra (raccolti in Fighting France), aprirà circoli letterari, e nel 1921 vincerà il Pultizer per L’età dell’innocenza, prima donna a riceverlo. Solo nel 1937 arriverà la raccolta che si chiama Ghosts, nell’anno stesso della sua morte. Nel volume di Einaudi ci sono molti tipi di fantasmi, infatti: intanto, in La pienezza della vita, il secondo racconto pubblicato da Scribner’s, il fantasma è quello della donna che decide di uccidersi e che nell’aldilà si troverà a dover compiere una scelta interessante. In Un viaggio non c’è un vero e proprio fantasma ma un cadavere, quello del marito della protagonista, di ritorno da un soggiorno di cura. E Wharton gioca su tavoli diversi: in alcuni casi è dichiaratamente irrealistica, in altri, come in La signorina Mary Pask, chiama in causa “l’improvviso riflesso di una coscienza del New England che agisce su una costituzione indebolita”. Ovvero quella del protagonista, che per compiacere un’amica va a trovare la di lei sorella, la vecchia Mary Pask, e per arrivarci, come in ogni storia fantastica che si rispetti, occorre attraversare una cappa di nebbia fittissima fino a vedere una luce, ma la casa si nasconde fino all’ultimo, e del resto Mary Pask abita nella Baia dei Morti, e forse chissà, Mary Pask fa parte di quei morti, anche se la sua casa è intatta, con le sue pentole di rame e il vaso con un ramo vizzo. E tre candele.
Wharton ama i fantasmi, li usa, si diverte a giocare alla maniera di Henry James, che fu suo amico, racconta aneddoti famosi, come quello della ragazza che un giovane incontra a una cena e che in realtà era morta la mattina stessa. Ma, come scrive Chiara Lagani, è la scrittura a infestarla. Per dirla con Wharton, “un elemento ancora più spettrale nella mia vita creativa è l’improvvisa apparizione dei nomi senza personaggi (…), non so nulla di quelli che li porteranno, so solo che un giorno arriveranno da me”. C’è poi sempre il dubbio che lo spettro non ci sia affatto, e che in ossequio alle regole del perturbante ogni cosa si possa interpretare come uno spostamento di realtà nella mente dei personaggi. Tranne, forse, in Dopo, dove a Ned e Mary, che hanno comprato una casa infestata, capita di incontrarlo davvero, il fantasma: ma di non riconoscerlo, con conseguenze infauste.
Come sarà per Shirley Jackson, Edith Wharton amava le case. al punto di dedicare loro il suo primo libro, scritto con l’architetto Ogden Codman Jr, che si intitolava La decorazione della casa. Quella di Wharton era a Lenox, Massachusetts, e venne decorata dall’autrice stessa, giardino incluso, dopo la fine del suo infelice matrimonio. Le case sono vive, e non solo la Hill House di Jackson sogna e aspetta (“Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta”), ma anche la villa di Dopo: “Ma la casa sapeva. La biblioteca dove trascorreva le sue lunghe serate solitarie sapeva […] e c’erano momenti in cui la coscienza delle vecchie pareti polverose pareva sul punto di dischiudersi per rivelare a voce alta il suo segreto”.
Naturalmente Wharton è moltissimo altro: anzi, è la scrittrice imprendibile, non incasellabile, che gioca con le questioni letterarie e si rappresenta segretamente nella Donna selvaggia, la creatura vitale che l’Eremita (in realtà Henry James, che la chiamava Scribbling Princess, Principessa Scribacchina) non potrà mai capire fino in fondo, perché è piena di vita e di curiosità, e per questo può infischiarsene persino dei canoni letterari, come fecero altre donne, Virginia Woolf (che non la amava), e Djuna Barnes. Selvagge anche loro, in modo diverso.

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