Ho già scritto di The Expanse, serie di fantascienza fra le più interessanti (è iniziata nel 2015 e l’ultima stagione è andata in onda nel 2022, ma è ancora visibile). Ci torno però oggi perché ho letto sul substack di Demetrio Paolin un intervento importante sul realismo in letteratura: si intitola Che cos’è questa bellezza e prende spunto da un capitolo, Proteo, da Linguaggi della verità di Salman Rushdie (Mondadori, trad. Gianni Pannofino). Rushdie dice fra l’altro:
“Mi piace sostenere che la realtà non è realistica, per questo prediligo quell’altro filone della letteratura, che potremmo chiamare tradizione proteiforme e che è più realistica del realismo, perché corrisponde all’irrealismo del mondo. […]
Il “reale” è una idea del mondo, una sua descrizione o immagine, proprio come l’ “irreale”
Esattamente. Non solo: chi pretende che il realismo sia, appunto, “reale” vuole ignorare che l’atto del narrare è sempre un atto di illusionismo, è il trucco del mago: ti invita a fissare la mano destra e compie il trucco con la sinistra.
Aggiunge Paolin:
“Il realismo, questo strano demone della letteratura, che da sempre ci insegue, ci bracca, non è altro che un genere letterario, è a tutti gli effetti niente altro che una scelta retorica: il così com’è, la rappresentazione esatta e minuziosa della vita non è altro che una scusa retorica. Ridurre la scrittura alla semplice proposizione del reale è folle, e produce brutta letteratura (la maggior parte dei romanzi pseudo storici e memoir è infatti scadente)”.
Di quanto la proposta di romanzi familiari ambientati nel Novecento e di narrazioni del sé di cui parla Paolin sia ormai prevalente ho scritto, credo, fino alla nausea. I numeri ci dicono peraltro che non serve neanche troppo, come riporta stamattina su Facebook Christian Raimo:
“le vendite in volume sono calate del 3 per cento, scese sotto la soglia psicologica dei 100 milioni di copie (99,5 milioni rispetto ai 102,6 del 2024), mentre il valore del mercato trade è sceso del 2,1, per cento, ossia a un miliardo e 484 milioni di euro.
C’è stato un minimo aumento del prezzo medio di copertina, a 14,91 euro (+0,9 per cento), ma l’industria non riesce a compensare la perdita di copie. La tempesta perfetta, che era stata evocata già nel 2012 dai vertici di RCS, sembra essere diventata la condizione climatica normale di un settore che produce circa 100mila titoli l’anno (quasi 300 al giorno), molti dei quali spariscono dopo poche settimane dalle librerie senza aver mai incontrato un lettore uno.
Il dato più allarmante che emerge è il crollo del contributo del catalogo, che ha guidato la chiusura in calo del 2025 con un trend negativo del -1,8 per cento. Le persone leggono meno classici, o libri ” vecchi”di uno o due anni. Questo indica che l’editoria italiana sta perdendo la sua capacità di far vivere i libri nel tempo, anzi è schiacciata da un’ossessione per la novità. Olivier Nora (Grasset/Fayard) la definiva come una risposta paradossale di chi fa libri: Rispondere a una diminuzione della domanda con un aumento dell’offerta. “.
Se è la vita che cerchiamo allora ci basterebbe vivere ciò che ogni giorno ci accade, ma in qualche modo non è a noi sufficiente questa vita. Tra realtà e letteratura non corre buon sangue, c’è anzi un rapporto complesso, difficile, ostile, come dimostra l’episodio dei leoni nel Don Chisciotte. Il nostro hidalgo è deciso a sfidare il leone, feroce e famelico, che però una volta aperta la gabbia non fa nulla, ma con una sorta di annoiata indifferenza si gira, mostra il culo a Don Chisciotte e si mette nuovamente a dormire. Questo breve apologo dice quasi tutto sulla possibile tensione alla bellezza della narrativa. C’è qualcosa che non quadra in questo episodio, c’è qualcosa che non è completamente chiaro, eppure il leoni è “vero” e nessuno pensa che Don Chisciotte ce la farà affrontarlo. Eppure qualcosa non quadra. Non va come deve andare. La letteratura entra in scena proprio in questo momento”.
E’ il meraviglioso che permette di capire la vita attraverso l’errore, non la perfezione del romanzo realista e autobiografico. Ed ecco che torno a The Expanse. Che andrebbe vista e rivista, non solo perché ha reinventato e rinnovato la space opera, ma perché ha tessuto contemporaneamente tanti e tali rimandi letterari (lo scienziato che si chiama Cortàzar è solo un esempio minimo) e al mondo reale da restare ammirati (per non parlare della creazione di una lingua, il Cinturiano, che è sapienza pura). The Expanse viene da una saga letteraria a firma di James S. A. Corey, pseudonimo dietro il quale ci sono Daniel Abraham e Ty Franck, già collaboratori di George R.R. Martin. Ma non è neanche quello il punto. Guardando la prima stagione, mi sono chiesta all’inizio come mai l’episodio iniziale si chiamasse Dulcinea, visto che eravamo in piena galassia. Quando, più avanti, una nave spaziale viene ribattezzata Rocinante (“Così pensando, diresse verso il suo villaggio Ronzinante il quale, quasi sentisse il fiuto della sua stalla, cominciò a trottare di tanto buona voglia che pareva non toccasse la terra coi piedi”), ho pensato “eh no, non è una coincidenza”. Quando mi sono imbattuta nell’episodio che si chiama “Mulini a vento”, mi sono detta, “d’accordo, state riscrivendo Don Chisciotte, che la dea vi benedica, ora mi spiego tante cose”.
Pensiamo alle guerre in corso, e pensiamo al protagonista della saga, che si chiama James Holden (non a caso). La sua storia nasce in un complicato equilibrio nell’intero sistema solare: nel XXIV secolo, la Terra è una vecchia potenza, che ha dalla sua il maggior numero di armi, mentre l’ex- colonia, Marte, è ormai una Repubblica Congressuale indipendente e ha armi più sofisticate. In mezzo, la Cintura, ovvero la fascia di asteroidi cui sia Terra che Marte attingono per le risorse. Ma i cinturiani ne hanno poche, respirano aria e bevono acqua riciclate. Il loro sfruttamento, come si immagina e come avviene, porterà alla radicalizzazione di una larga parte della popolazione.
James Holden prova a fermare ogni guerra, e ne incontrerà parecchie. E’ un trasportatore di ghiaccio, sembra disinteressato, ama il caffè e i viaggi. Ma la nave su cui si trova, la Canterbury, viene distrutta da un nemico ignoto, e da quel momento Holden diventa un mediatore di pace. E’ cresciuto leggendo Don Chisciotte, ed è utopista quanto basta, anzi, utopista fino alla fine: ha solo tre membri dell’equipaggio con sé, che inizialmente non si fidano nemmeno troppo e infine formeranno quello che King chiamerebbe un Ka-Tet. Ma nell’ostinata, continua, ricerca della pace Holden riuscirà a ottenerla, e a realizzare quello che nessuno, nella galassia, avrebbe immaginato. La ottiene perché non vuole essere un leader, ma creare una comunità.
Come scriveva Vera Gheno qui,
“In questo tutti-contro-tutti che si esprime tramite ostilità diffusa, sfiducia, episodi sparsi di intolleranza, oscure trame politiche, aggiungiamo infine due elementi: un equipaggio misto (umani, marziani, cinturiani), che convive destando a sua volta sospetti in chi incontra il suo vascello, battezzato Rocinante (in italiano Ronzinante, il cavallo di Don Chisciotte nel romanzo di Cervantes), e lo xénos, l’alieno in una delle sue forme più terrificanti: non un mostro, ma una molecola ignota, imprevedibile, apparentemente potente e incontrollabile, con un’agenda talmente lontana da quella degli esseri umani da considerare questi ultimi al massimo come dei moscerini irrilevanti. Un’alterità con la quale non ha senso misurarsi secondo intenzioni o volontà umane, che quindi non è facilmente identificabile né come ostile né come amichevole, semplicemente perché i suoi movimenti si misurano su una scala infinitamente volte più grande, duratura e complessa dell’umanità intera.
In questo scenario politicamente e socialmente turbolento, nel quale una delle vie per la salvezza sembra celarsi ancora una volta in un’alleanza universale, che vada oltre le differenze di vedute, si muovono i nove libri della saga di The Expanse”.
Non è realista? Io penso di sì, perché l’utopia non esclude il realismo: lo proietta in una possibilità, ed è di questo che dovrebbero, anche, occuparsi le storie.
the expanse, serie meravigliosa (assieme a Galactica) e ancor più bellissimi i romanzi da cui è tratta. Oggi servirebbero più Holden e molta diplomazia stile Avasarala.