Categoria: Cose che accadono in giro

COMPLICITÀ

Mediterraneo, il film diretto da Gabriele Salvatores nel 1991, aveva in epigrafe una frase di Henri Laborit: “In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare”. Poco prima, uno dei personaggi diceva: “Non si viveva poi così bene in Italia, non ci hanno lasciato cambiare niente… e allora gli ho detto… avete vinto voi, ma almeno non riuscirete a considerarmi vostro complice…. così gli ho detto, e son tornato qui.”
Parole che mi sono tornate in mente poco fa, mentre ripensavo a quanto è accaduto ieri e nei giorni precedenti.

Quattro anni fa, cominciava. Non eravamo ancora chiusi nelle case, almeno a Roma, ma stavamo per esserlo. 
Ricordo che stavo preparando la lettura di Testamenti di Margaret Atwood per Radio3, con Viola Graziosi e Laura Palmieri. Ricordo che quella lettura sarebbe avvenuta in una sala vuota, solo noi e, a distanza, i tecnici. Ricordo che l’8 marzo non ci sarebbero state piazze, e per questo la serata si chiamò “Come se fosse una piazza”.
Ricordo tutto. Ricordo di aver scritto e pensato che la mia paura era  che una situazione inedita, che ci spaventava e ci separava, tirasse fuori il peggio di noi. Ricordo di aver letto cose che non avrei voluto e non vorrei mai più leggere. Demonizzazioni di persone che “entrano in un supermercato col naso rosso” e “andrebbero arrestate subito”. Scenari dove i giovani, ovviamente debosciati per anagrafe, ciucciano canne passandosi tonnellate di coronavirus. E i vecchi, si sa, son maledetti perché escono a fare una passeggiata, che crepino subito, si diceva.

Permettete uno sfogo. Sono di cattivo umore, nonostante la palestra e le relative endorfine, perché aprendo la posta mi sono trovata svariate richieste, in certi casi anche un filino imperative, per un passaggio di qualche libro a Fahrenheit. Ora, qui ripeto per la decimillesima volta che è alla redazione che vanno rivolte le richieste medesime e non a chi conduce, né via mail, né via messenger o instagram e neanche via piccione viaggiatore.
Ma approfitto per porre una domanda. Non a chi mi ha scritto, tranquilli.
Leggo sui social cose orrende sul libro di Gino Cecchettin, Cara Giulia, che è uscito ieri. Quando dico orrende intendo in senso letterale. Mi chiedo: perché non riuscite a credere a quello che io, nel mio assai piccolo, vedo invece come un gesto d’amore e di rimpianto? E lo scrive una che non ama molto, come è noto, i memoir (con i soliti distinguo) e che all’ennesimo libro dove si raccontano i propri cari perduti sospira un po’, un po’ tanto, anche quando sono molto belli.

Barbara Balzerani ha attraversato una stagione di morte, ha creduto che si potesse realizzare un mondo migliore con il sangue degli altri. Ha sbagliato atrocemente, ha lungamente pagato (quant’è brutta questa parola, quando si parla di pena, quanto: pagare, pagato). Ha avuto un’altra vita fatta di libri, e di questo si parla molto poco. I titoli dei giornali e molti social insistono sul fatto che non si è mai pentita. Come se la raffica di scuse che la Chiesa offrì negli anni Novanta, chiedendo perdono a Galilei, agli eretici e persino alle streghe che aveva bruciato, riparasse uno strappo. 
La sua morte era attesa da una serie di personaggi che non vedevano l’ora di usarla.
Posso parlare perché, sì, faccio parte di quella generazione che vide il sangue versato dalle Brigate Rosse ma che in nessun momento ha accettato l’ideologia della violenza (ero radicale, ero e sono nonviolenta, prendevo botte da destra, sinistra e polizia).
Perché quando muore qualcuno dei protagonisti di quegli anni quella parola che si chiama diritto sparisce, a favore delle nostre viscere.
 Quel che interessa me è parlare di diritto, ché le viscere sono faccenda personale. Quando c’è un reato, si commina la pena. E talvolta sulla pena e su quel che significa vale la pena interrogarsi.

Mi si scrive in privato sulla vicenda Generale pubblicato da Piemme. Mi si scrive mettendo le mani avanti così: “Immagino che, nel Suo ruolo pubblico, Lei non possa esprimere giudizi sui profili social (o è una mia idea…? Vista l’atmosfera di censura quasi da Inquisizione che ultimamente impera in tv e in altri media)”
Mi si scrive ignorando, evidentemente, un ventennio di blog e di scritture, ma anche un quarantennio e rotti di radio.
Dunque, eccomi qua.
Con un richiamo a Tucidide e uno, ancora e sempre, a George Lakoff. Perché invece di piazzare elefanti nelle piazze reali e virtuali sarebbe il caso di ricostruire il famigerato noi, e di far passare le nostre idee e i nostri frame. E’ il modo migliore per dissolvere in un soffio tutto quello che, anche grazie a noi, si è costruito intorno a un personaggio di nullo valore e di nullo spessore. E a pensarci verrebbe da piangere: mentre avremmo dovuto ridere, e passare oltre.

Tra le pile di libri su vari tavoli, che somigliano ormai a plastici del Grand Canyon, ci sono quelli che aspettavo e volevo leggere (e voglio leggere) ma non sono ancora riuscita ad aprire. In ordine sparso, Alma di Federica Manzon, Marabbecca di Viola Di Grado, Storia dei miei soldi di Melissa Panarello, Chi dice e chi tace di Chiara Valerio, La reputazione di Ilaria Gaspari, Missitalia di Claudia Durastanti, Il fuoco che ti porti dentro di Antonio Franchini, Dove la luce di Carmen Pellegrino, O Caledonia di Elspeth Barker eccetera eccetera, e chiedo venia a chi non ho nominato perché non è un’esclusione o una diminuzione, ma una dichiarazione di impotenza.
Quel gioco di equilibri che permetteva di pubblicare Naipaul e Uccelli di rovo è andato all’aria, perché escono IN NUMERO MAGGIORE ottimi libri, ma escono tutti insieme, rischiando di annullarsi a vicenda.
E’ un problema enorme.
In più, mentre scrivevo questo post, ha suonato il corriere portandomi Il famiglio della strega di Francesca Matteoni. Sono nei guai. Anzi, siamo, tutte e tutti, scrittrici e scrittori, in grossi guai.

Prevedibilmente, alcuni giornali e molti profili social hanno rievocato in questi giorni alcuni stralci dalla poesia Il Pci ai giovani di Pier Paolo Pasolini. Qualche politico ha addirittura affermato di essere “come Pasolini” a difesa della polizia. Non stupisce, ma è desolante: non è bastato un centenario, non sono bastati decenni di studi pasoliniani per fare giustizia del pregiudizio. Varrà la pena, allora, riportare qui almeno qualche stralcio dell’articolo che Wu Ming 1 scrisse nel 2015 per Internazionale (con link all’integrale).
“La polizia italiana… si configura quasi come l’esercito di una potenza straniera, installata nel cuore dell’Italia. Come combattere contro questa potenza e questo suo esercito? […] Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno.”
 

Parlare di una serie televisiva, questo dovrebbe essere ormai chiaro, non significa sconfinare nel territorio dell’evasione: non sto facendo un torto alla pila di libri che mi minaccia dal tavolo, e che affronto pian piano, anzi. Forse sto invece contribuendo a discutere di narrazione e della voce e dell’estetica con cui si narra.
A volte capita di imbattersi in qualcosa di nuovo e di apparentemente folle, e di dirsi “toh, non tutto è perduto”: parlo di Hazbin Hotel di Vivienne Medrano (è su Amazon Prime: che però si è interessata alla serie dopo aver visto l’episodio pilota sul canale YouTube di Medrano). Medrano, o Vivziepop, ha trentadue anni, è un’animatrice e regista americana. E la sua serie è nuova, divertente, dissacrante: intanto, è una serie animata (per adulti, parolacce e situazioni politicamente scorrette sono presenti in gran numero), ma è anche un musical a puntate. Che, a parer mio, prende il meglio dei predecessori (penso a South Park) e sbeffeggia la Disney in modo garbato e intelligente.
E, sì, è utile anche a chi scrive letteratura.
Ps. Naturalmente, la serie ha attirato l’attenzione dell’Associazione degli Esorcisti. Non scherzo.

“Le rose di Orwell” di Rebecca Solnit segue una strada singolare, ovvero non soltanto rintraccia un’altra biografia possibile dello scrittore, ma prova a capire quanto le nostre singole vite possano essere diverse grazie agli alberi, alle piante e alla sensazione di forza e comunità che trasmettono. Scrive Solnit: “se dovessimo pensare a qualcosa che è l’esatto opposto della guerra, forse dovremmo pensare ai giardini, e la gente infatti trova nelle foreste, nei prati, nei parchi e appunto nei giardini un peculiare senso di pace”.

Continuo con un po’ di memorabilia: un articolo per la Stampa su Jane Austen, che è dello scorso anno ma vale sempre.
Quel che Liliana Rampello suggerisce è che Austen abbia scritto un intero ciclo di formazione che pone Elizabeth Bennet accanto a Wilhelm Meister e Julien Sorel.  Senza farsi notare. Perché, come dirà Flaubert, “non bisogna scriversi”: solo così l’illusione della parola cattura il lettore. Austen ci ha catturate tutte, e quasi tutti, anche per questo motivo: lei non si vede, nelle sue storie, anche se c’è, così come ci siamo noi, ancora oggi.

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