Categoria: Cose che accadono in giro

HOPE

Mentre scrivo, mi accorgo che qualcosa è cambiato in me: nel senso che se oscurità e paura rimangono, alla fine mi ritrovo a dare una possibilità ai miei personaggi. Almeno, è quel che avviene nei due racconti che ho scritto e in quello che sto scrivendo. Mi chiedo da dove venga questa speranza, in tempi nerissimi. Hope, come dice Sandman a Lucifero nell’ultima sfida del loro duello. Hope, anche all’inferno.
Non ho risposte. O forse è l’unica risposta possibile a un tempo avvelenato, dove quel che amavamo fare accelera e si confonde in una sola corsa continua, che non lascia la possibilità non dico di goderne, ma di pensare.

Per la raccolta “Willie lo strambo” ho scritto “Il modo in cui ti chiama”, un racconto decisamente non realistico tranne che in un punto: la rabbia. Il mondo intorno alla protagonista è rabbioso, spintona, strilla, scatta. Ci sono tre figure femminili, molto somiglianti fra loro, che provocano quella rabbia fino a farla esplodere. Con un piccolo particolare: chi cede, morirà nel modo che teme di più, legato a un trauma, a un’ossessione, un timore ben seppellito nella propria anima.
Ieri mi ha scritto un lettore, un po’ stizzito per il fatto che ci fosse poco sangue in questa storia, e che ci fosse una possibilità di sfuggire a questo destino. Non “buonista”, ma meno disumana dell’epidemia di livore e rancore che in effetti ci circonda: diciamo che ho voluto omaggiare il King politico, quello che si guarda intorno e restituisce quel che vede.
Una riflessione sulla paura e sulla letteratura nera, tutta da proseguire.

Poche notti fa, non capisco neanche bene il momento esatto, ma dovrebbe essere fra sabato e domenica per quel che vale, è morto Anselmo Terminelli.
Anselmo era il marito di Chiara Palazzolo. Non sono mai riuscita a dire il vedovo, perché la presenza di Chiara era così viva nella sua vita, così forte anche a dieci anni dalla sua morte, che non l’ha mai lasciata andare (né lei, credo, sia voluta andare).
Aveva un desiderio, che poi era uno degli ultimi espressi da Chiara: un premio letterario di scrittura gotica destinato a scrittrici under 35. Ci siamo visti a marzo per parlarne, ci siamo sentiti via sms il 31 ottobre, il giorno del compleanno di Chiara.
Raccolgo, custodisco, rimpiango. Saluto. Nella speranza che ci sia davvero un livello di realtà dove possano di nuovo incontrarsi, loro che non si sono mai lasciati.

Ci sono persone che attirano odio, qualunque cosa facciano o dicano. Hanno certamente anche consenso, e ammirazione, e affetto, ma c’è una vastissima parte di commentatori e commentatrici che reagiscono come i cavalli al nome di  Frau Blücher in Frankenstein Jr. 
Ad attirare odio, spiace dirlo (anche perché la precisazione attirerà a sua volta i distinguo di coloro che nitriscono – magari in modo meno clamoroso – davanti al sospetto di femminismo) sono le donne: per meglio dire, un certo tipo di donne. Ovvero: autorevoli, visibili, poco etichettabili in questa o quella schiera o appartenenza. Donne competenti ma non miti, sorridenti ma affilate quando serve.
Due studiose ci stanno lavorando, per capire cosa scatti nella mente di molti e molte.
Per chi sostiene che l’attacco verbale non sia violenza, inviterei alla lettura di questi commenti, uno per uno. Anche quando non riguardano – come spesso avviene – la persona fisica, mirano alla ridicolizzazione, allo scherno, alla riduzione a macchietta, alla – direbbe la meravigliosa psicologa sociale Chiara Volpato – deumanizzazione della persona in questione.

A chi gli chiede perché si avventura in un viaggio verso Shengal, Zerocalcare risponde dicendo che forse gli hanno installato il chip “della decenza umana minima”, e aggiunge “se st’urgenza non la capisci, si vede che non la poi capì”. E’ vero. Se nessuno la racconta, quella storia, chi la sta vivendo nei fatti, rischiando la morte e la sparizione di quanto ha costruito, sparisce. Non è che una tragedia, un’emergenza, un pericolo, finiscono quando smetti di raccontarli tu. Continuano, ma noi non lo sappiamo.
Porzia Petrone, che ho conosciuto sabato a Bari, ha continuato negli anni a raccontare la storia del fratello Benedetto, ucciso dai fascisti nel 1977, a 18 anni. Questo intendo quando dico che la letteratura è una finestra, talvolta suscitando certi oh-oh-ohibò fra i coltissimi. Per dirla con Zerocalcare, quando si raccontano queste storie, si fa qualcosa “che serve pure a noi”.
(e se non lo capisci, si vede che non lo poi capì”).

FELICI I FELICI

Tornata da Bari, ho molte storie da raccontare. Ma non è questo il giorno. Oggi lo tengo per me, per chi ascolta Fahrenheit, per chi passerà alle 18.30 alla libreria Panisperna dove sarò libraia per un pezzo di giorno, per chi vorrà. 
Sempre per chi vorrà, da domani è in libreria Willie lo Strambo, per Sperling, con un racconto di Stephen King e altri di autori e autrici italiane, fra cui chi vi scrive.
Ancora per chi vorrà, felici i felici, festeggio i miei 66 anni e penso alla bellezza.
E questo è il mio mondo per ringraziarvi tutti e tutte per gli auguri!

Torno dunque a raccontare Graziella con il podcast live di Omissis, sabato a Bari. I canti, le storie, non riportano in vita, è vero. Ma, come scriveva Wu Ming 4 a proposito di Borges e del suo frammento 991 A.D. , “la narrazione è una prosecuzione della lotta con altri mezzi, e la letteratura un’arte marziale della massima importanza. La letteratura storica, di conseguenza, è un campo di battaglia, speculare alla piana dove si scontrano gli eserciti. In quest’ottica Maldon diventa quasi un luogo simbolico, un paradigma di come lo scontro sul campo si trasforma in scontro di narrazioni, di parole. Le parole diventano frecce, lance, scudi. E perfino leve, argani capaci di scardinare intere visioni del mondo”.
A sabato, dunque. E, per chi volesse, domenica mattina sono ancora a Bari per L’Italia che legge, organizzato dai Presidi del Libro.

Continuando con le memorie giornalistiche, ieri riflettevo sulla ripubblicazione, grazie a Tlon, a Maura Gancitano e a Jennifer Guerra, de Il mito della bellezza di Naomi Wolf, che arrivò in Italia nel 1991 e che per molte di noi fu testo rivelatore. Ci raccontava come l’attenzione, nel decennio appena trascorso, si fosse inchiodata sul corpo e sulla necessità di renderlo il più perfetto possibile proprio per potersi affermare nel lavoro (o anche).
Come è cominciata? Appunto, in quegli anni Ottanta che oggi si celebrano con nostalgia in serie come The stranger things o in film come L’esorcismo della mia migliore amica, che raccontano alle ragazze e ai ragazzi di oggi com’era bello vivere a quel tempo. Bene, dai miei archivi del 2004 salta fuori questo articolo per Repubblica, che racconta altro.

Ci sono, da una parte, gli orrori del quotidiano, quelli a cui assistiamo con impotenza, e che pure non solo avevamo presagito, ma che avevamo già conosciuto. Incluso il carico residuale, che è cosa di cui non ci si può capacitare, e che pure, ricordiamolo, interessa alla metà di questo paese, e io vorrei capire le ragioni dell’altra metà, davvero, al di là di quello che pubblicano su un social.
Poi c’è la nostra tristezza, che ormai dura da molti anni. Riflettevo sul fatto che anche scagliarsi contro il ballo è un segno della tristezza del tempo, e certamente avrete ragione nel dire che ci sono cose molto più importanti, e che c’è poco da ballare.
Eppure, mi è tornato in mente qualcosa che mi è accaduto molti anni fa.

In questi giorni sto consultando gli archivi in cerca di vecchi articoli scritti per Repubblica nella seconda metà degli anni Novanta. Ricordavo di essermi occupata a lungo di quella che veniva chiamata, ai tempi, controcultura, e che nei fatti era composta da una galassia di possibilità e scoperte che andava dai videogiochi ai rave, dai graffiti ai centri sociali, dalle posse a Internet. Erano gli anni in cui molti scrittori erano vicinissimi a quel mondo: ricordo un “Cannibal rave” a Venezia Poesia nel 1997, con inaugurazione di Umberto Eco e finale con i cosiddetti autori pulp che facevano il verso a se stessi nel “Cannibal Rave”, condotto con i dj della Fonderia Italghisa di Reggio Emilia (protagonista di un romanzo di Giuseppe Caliceti) e con, tra i vocalist, Niccolò Ammaniti, Rossana Campo, Stefano Raspini, Isabella Santacroce.

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