E così, dopo dieci anni, Stranger Things si congeda. Lo fa con una puntata, almeno a mio parere, impeccabile nonostante le incoerenze, dove ogni anomalia svanisce, così come si chiude il tempo dei giochi e dell’adolescenza: i protagonisti vanno verso il mondo, chi andrà al college, chi in una grande città, chi inizia a lavorare in un giornale. E qualcuno, come Gordie de Il corpo di Stephen King (omaggiatissimo in tutta la serie) scrive, e racconta, come è giusto che sia. Ma le storie non finiscono, perché ci sono altri, i fratellini e le sorelline, che prenderanno il posto dei personaggi principali attorno al tavolo, per giocare a Dungeons&Dragons.
I pareri sono sempre discordi, quando una serie così lunga dice addio. Quindi parlo per me, parlo per l’antica kinghiana che sono e che ha ritrovato moltissimo della sua opera. Lo stesso Stephen King, in un’intervista al Guardian, lo ha ammesso: “Credo che i fratelli Duffer mi diano più credito di quanto meriti. Come molte persone di talento, sono cresciuti con quello che ho scritto. Quando erano giovani e malleabili, hanno letto molto Stephen King e hanno detto: “Vogliamo fare qualcosa del genere”. Ma sono ragazzi molto talentuosi e la storia che hanno sviluppato vale molto di più di Stephen King”.
Nei fatti, Stranger Things ha raccontato cosa significa crescere avendo fede: fede nella fantasia, nei mostri che possono esistere davvero, e fede nel fatto che i mostri si possono sconfiggere, fede nell’amicizia, fede nel futuro. Solo i bambini e i ragazzi non si accorgono che stanno cambiando e dunque non possono temere il cambiamento: lo faranno dopo, una volta adulti, quando si guarderanno indietro. Ma la meravigliosa estate de Il corpo, e di It, e di tutti i libri kinghiani dove ci sono bambini e ragazzi, sembra non finire mai e potersi prolungare all’infinito. Perché i bambini e i ragazzi hanno appunto fede, farà dire King a uno dei suoi personaggi. I bambini e i ragazzi credono ancora (o credevano) alla fatina dei denti e persino a Babbo Natale, credono nei fantasmi e nei lupi mannari e, in una parola, credono nella magia. Proprio quella che, crescendo, si dimentica: al massimo, alcuni uomini e alcune donne provano a ricrearla nei libri, nei film, nelle serie televisive, cercando di ricordare come si viveva da dodicenni. Non necessariamente bene, perché a dodici, tredici, e sedici, e diciotto anni si conoscono benissimo il dolore, la vergogna, la colpa, l’infinita malinconia. Ma la magia c’era sempre, anche quando diventava oscura.
Lo dirà, benissimo, uno dei personaggi di It, Bill Denbrough, alla fine della storia:
«Si sveglia da questo sogno incapace di ricordare esattamente che cosa fosse, a parte la nitida sensazione di essersi visto di nuovo bambino. Accarezza la schiena liscia di sua moglie che dorme il suo sonno tiepido e sogna i suoi sogni; pensa che è bello essere bambini, ma è anche bello essere adulti ed essere capaci di riflettere sul mistero dell’infanzia… sulle sue credenze e i suoi desideri. Un giorno ne scriverò, pensa, ma sa che è un proposito della prim’ora, un postumo di sogno. Ma è bello crederlo per un po’ nel silenzio pulito del mattino, pensare che l’infanzia ha i propri dolci segreti e conferma la mortalità e che la mortalità definisce coraggio e amore. Pensare che chi ha guardato in avanti deve anche guardare indietro e che ciascuna vita crea la propria imitazione dell’immortalità: una ruota. O almeno così medita talvolta Bill Denbrough svegliandosi il mattino di buon’ora dopo aver sognato, quando quasi ricorda la sua infanzia e gli amici con cui l’ha vissuta».
Nell’ultima puntata di Stranger Things, Mike, e poi tutti gli altri, dicono le parole chiave: “Io ci credo”. E’ lo stesso atto di fiducia nelle storie con cui si chiudeva Game of Thrones, che aveva un finale più sgangherato ma con la stessa finalità: ogni anomalia svanisce, ognuno prosegue la propria vita, senza draghi e senza mostri, inoltrandosi nell’età adulta.
E nel 1989, quando la serie dei Duffer si chiude, era forse ancora possibile: perché così sembrava a chi all’epoca era già adulto. La retromania, la nostalgia suscitata da Stranger Things non ha toccato chi, come me, ha vissuto quel decennio tra i venti e i trent’anni, e non da bambina e adolescente. Né, all’epoca, si intuivano (non tutti lo facevano, almeno) le trappole degli anni Ottanta, il famoso piano che ha cominciato a inclinarsi proprio allora, fra Reagan e Thatcher, mentre noi attraversavamo già smaliziati rispetto ai fratelli e alle sorelle minori, l’epoca dei film di Spielberg e dei Goonies e di Dungeons&Dragons. Ma eravamo già praticamente adulti, prossimi a mettere su famiglia, anche se anche noi ascoltavamo Kate Bush. Quel che però si presentiva è che ancora esisteva una possibilità, che si è manifestata negli anni Novanta e si è chiusa nel 2001, con il G8 di Genova e con le Torri gemelle.
Resta una piccola domanda: noi che abbiamo amato Eddie il ribelle, quanto tolleriamo, da adulti, le persone vere che escono dal canone? Temo molto poco. E temo anche che quando guardiamo con tenerezza alle amicizie degli adolescenti, alla forza del gruppo, alle speranze e al coraggio, pensiamo ai noi stessi che forse eravamo davvero (o forse no), ma che sicuramente, nella maggior parte dei casi, oggi non siamo.
Quanto alle storie, beh, chi ci crede (in numero minore, temo anche questo) sa che sono una delle possibilità di salvezza, anche quando non spiegano tutto, come in Stranger Things.
(E comunque, avercene)