IL BOOKER PRIZE E L’ELOGIO DELLA FINZIONE

Dunque c’è un romanzo italiano nella long list del Booker Prize: è “Il Duca” di Matteo Melchiorre, molto amato all’uscita da altri scrittori, secondo me sottovalutato nell’accoglienza generale (e a cui si augura ovviamente buon vento e una short list).
E’ interessante andare a vedere chi sono gli italiani che sono entrati nella finale e finalissima del premio: nel 2016 Elena Ferrante con “Storia della bambina perduta”, che conquistò anche la short list. Quell’anno vinse “La vegetariana” di Han Kang. Poi bisogna arrivare fino al 2024 con due romanzi italiani in long list: “Via Gemito” di Domenico Starnone (che già aveva vinto il premio Strega nel 2001, ma è stato tradotto molto tardi, come si vede) e “Niente di vero” di Veronica Raimo, con il bis nel 2025 de “Le perfezioni” di Vincenzo Latronico, che entrò in short list.
E’ interessante che a entrare nella selezione del premio siano i romanzi che escono dalla narrazione del sé di cui tanto si parla negli ultimi tempi considerandola una delle poche strade possibili: una saga (Ferrante), una storia di famiglia e di città (Starnone), e due opere che raccontano non la propria vita ma la trasfigurazione della medesima, in modi diversissimi (Raimo e Latronico).
Voglio dire che, dal momento che ancora si insiste sulla scrittura come testimonianza, gettando a mare qualche millennio di storie e tutte le storie che vengono grazie al cielo narrate oggi, forse la discussione a casa nostra è un tantino miope.
Se andiamo a guardare i libri vincitori del Booker Prize negli ultimi dieci anni troviamo: appunto “La vegetariana” di Han Kang, “Applausi a scena vuota” di David Grossman, “I vagabondi” di Olga Tokarczuk, “Corpi celesti” di Jokha al-Harthi, “Il disagio della sera” di Marieke Lucas Rijneveld, “Fratelli d’anima” di David Diop, “Oltre la frontiera” di Geetanjali Shree, “Cronorifugio” di Georgi Gospodinov, “Kairos” di Jenny Erpenbeck, “Heart Lamp” di Banu Mushtaq (non mi risulta ancora tradotto: è una raccolta di racconti).
Ora, non mi pare che tra i vincitori questa irresistibile tendenza alla letteratura che testimonia e non inventa sia molto presente. E mi pare anche, sapendo di ripetermi moltissimo, che il neopositivismo dei nostri tempi, che ci conduce a diffidare della finzione, ci conduca invece contro un muro.
Ne parlavo ieri, a proposito del fact-checking sulle narrazioni, film o romanzi che siano, e la chiosa perfetta è in un commento di Dino Villatico:

“Nel “Re Giovanni”, tragedia che si svolge nel XIII secolo, Shakespeare fa sparare i cannoni durante l’assedio di Amiens. Ancora non c’erano cannoni. Nella sublime “Berenice” di Racine l’imperatore Tito dà del voi alla regina di Bitinia e le si rivolge chiamandola “Madame”. Nel “Parlamento” Giosuè Carducci fa tramontare il sole dietro il Resegone, montagna che rispetto a Milano si trova a nord, non ad ovest. L’elenco può continuare. Serve ricordare a costoro che già per Aristotele la poesia non racconta il vero ma il verosimile? E il verosimile non si preoccupa di fedeltà storiche. Nell'”Edipo a Colono” Sofocle fa dire da Teseo a Edipo, che per accoglierlo deve prima consultare l’assemblea della città. Ora Teseo è Re di un’epoca mitica che ignora le assemblee democratiche, ma Sofocle sa che l’attore si rivolge al pubblico di Atene, che ormai da un secolo è una democrazia. Potrei continuare, ancora. Ma, visto che non è ancora proibito leggere libri e andare al cinema, pregherei chi è privo d’immaginazione di tenersi per sé i commenti privi d’immaginazione”.

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