In questi giorni, preparando le prefazioni per le quattro uscite autunnali di Gilded Nightmares (qui i primi volumi da poco in libreria) sono immersa nei Penny Dreadful, i racconti spaventevoli a poco prezzo che si rivolgevano alla classe medio-bassa inglese del XIX secolo. Non erano capolavori letterari, ma storie semplici e sensazionali, zeppe di fantasmi e terrori a buon mercato: eppure rispecchiavano, come spesso fa la letteratura fantastica, le paure del tempo. Due, in particolare: quello che stava cambiando nelle donne, e dunque il lento ma visibile cammino che avrebbe portato al suffragismo, e la minaccia che veniva dai marginali, dai poveri, da quelli che avrebbero potuto, come era avvenuto non così tanto tempo prima, far saltare il banco, e le teste. E dunque nei Penny si trovano vampire e incantatrici contrapposte a candide fanciulle, e mendicanti, e quartieri da non frequentare, pena la vita.
Cosa è cambiato da allora? Moltissimo, naturalmente: ma se rimaniamo al mondo dei libri, ci sono meccanismi che funzionano ancora. Non è una novità, ovviamente, che insieme ai romanzi e ai saggi vengano pubblicati testi firmati dai protagonisti della politica, della cronaca, dei social. Sono libri che invitano a rispecchiarsi in questa o quella figura, o a prolungare le emozioni e la curiosità che abbiamo ricevuto leggendo i giornali o, più spesso, guardando la televisione. Che, come si sa, è sempre più propensa (non si sa bene con quale efficacia) a mescolare intrattenimento e voyeurismo.
Circa un mese fa, avevo scritto qui del mio sconcerto davanti a una puntata di Domenica In, con Mara Venier di azzurro vestita che incalzava Patrizia Mercolino, la madre del bimbo a cui era stato trapiantato un cuore bruciato, o a Cartabianca con l’attesa del parere dei medici su un possibile nuovo trapianto. Giustamente Antonio Dipollina, su Repubblica, aveva parlato di Vermicino 4.0, con le dirette, gli auricolari, le domande e tutto quello che caratterizza la televisione del dolore. Che ci si auspicava estinta, ma che non è mai scomparsa. Altra vicenda è quella della cosiddetta “famiglia nel bosco”, letteralmente data in pasto al pubblico come una soap opera, ignorando volutamente la delicatezza della questione e usandola a scopi elettorali: e comunque rendendola divisiva, perché non c’è niente di più allettante, per chi vuole vendere un prodotto, che far leva sulle fazioni che si creano. E all’interno di ogni fazione, come avviene dalla notte dei tempi, ci si rispecchia: si sovrappone alla storia di Catherine Birmingham, del suo compagno e dei suoi figli, la propria idea di maternità, si riconosce il proprio stile di vita o, viceversa, li si condanna.
Ieri ho appreso che usciranno due libri, uno per Solferino e uno per Piemme, firmati dalle due madri. L’ho trovato e lo trovo terribile non perché Birmingham e Mercolino non abbiano tutto il diritto di raccontare la propria storia e il proprio punto di vista, ma perché un sistema editoriale che si fonda su questo aggrava la propria crisi (anche se venderà qualche copia in più) perché se si adatta alla cronaca rinuncia a progettare. E, no, non funziona più come ai vecchi tempi, si pubblica un libro che vende per poter pubblicare un libro che vale: le cose sono diventate più difficili e più pericolose per tutti coloro che amano i libri, che li scrivono, li editano, li mettono in circolazione.
Mi ha molto colpito, però, l’attacco molto duro di una commentatrice che mi accusava di classismo, e di misoginia: perché non permettere a due madri di raccontare il loro punto di vista? Solo le intellettuali possono scrivere? Naturalmente no: la rete ci ha permesso quanto meno di far conoscere le nostre idee a tutti. Il problema non sta nelle autrici, ma negli editori.
Faccio un vecchio esempio, che riguarda il cinema e le serie.
Nel gennaio 2017, a pochissimi giorni dal disastro di Rigopiano, la Taodue emise questo comunicato:
“Pietro Valsecchi, amministratore delegato della Taodue film, ha annunciato di aver iniziato a lavorare su un progetto televisivo in 4 puntate da 50′ dedicato alla recente, drammatica vicenda della valanga che ha travolto l’hotel Rigopiano.
“È un progetto molto importante che stiamo scrivendo con il supporto e il coinvolgimento di chi ha vissuto in prima persona questa vicenda: superstiti, famigliari delle vittime, soccorritori. Sono state giornate che abbiamo seguito tutti con emozione e partecipazione, in un’alternanza di sentimenti, dalla trepidazione per chi era intrappolato, il sollievo per chi è stato salvato, la commozione per le vittime, l’ammirazione per chi ha lottato fino all’ultimo per salvare vite umane e infine anche la legittima domanda che tutti si pongono: si poteva evitare questa tragedia?
Con questa miniserie, certamente molto impegnativa produttivamente, vorremmo fare luce sulla verità dei fatti e insieme rendere omaggio alle vittime e a tutti quegli uomini e donne che in condizioni proibitive e a rischio della loro stesa vita, non si sono risparmiati, lavorando senza tregua per cercare i superstiti.”
Le riprese inizieranno a settembre, mentre la messa in onda è prevista a gennaio 2018, a un anno dalla tragedia.”
Le cose che non si dimenticano, per come la vedo io, sono altre: sono quelle che accolgono il dolore o il desiderio di chi scrive e lo trasformano. A questo dovrebbero servire i libri: non a essere mangiati in due bocconi confermandoci nella nostra visione del mondo, ma scardinare quella visione, suscitare dubbi. Rimanere, qualunque cosa si narri, dalla propria vita ai draghi. Ma sostituire la rilevanza con la visibilità, come mi diceva un amico caro qualche giorno fa, ci condanna a dimenticare, invece.