Ieri sera ho fatto una lunga chiacchierata con un vecchio amico. Il tono di entrambe era sconsolato. Lui, che conosce l’editoria da più tempo di me, diceva che fra i mille problemi uno risalta su tutti: l’affidamento delle decisioni all’ufficio commerciale e non più, come un tempo, alla direzione editoriale. Il commerciale è quello che controlla quanto hai venduto nel titolo precedente e decide se investire ancora su di te o, come sempre più spesso avviene, cercare un autore nuovo che, magari, non vende le tue tremila o quattromila copie ma, chissà, magari fa il botto delle 20.000, e se non ce la fa pazienza, in fondo è un esordiente. Il commerciale è quello che decide che in questo momento bisogna pubblicare libri sui gatti, e se per caso hai scritto un buon libro su un cane occorrerà intitolarlo “Il nemico dei gatti”. Il commerciale è quello a cui non interessa il progetto culturale, ma vendere in un tempo in cui non si vende, e dunque perché mai provare strade diverse da quelle conosciute?
Nulla di nuovo, per chi frequenta questo mondo: ma, al solito, è giusto che anche lettrici e lettori sappiano come vanno le cose, e trovano gli scaffali invasi da libri sui gatti (sempre siano onorati, ma certo: però credo anche i felini avrebbero qualcosa da dire in proposito) o da romantasy, conoscano il motivo.
Come segnalavo ieri su Facebook, sono usciti due articoli importanti: quello di Giulio Mozzi su Snaporaz e quello di Francesco Quatraro sul Tascabile.
Mozzi scrive fra l’altro:
” L’editoria si è compiutamente industrializzata e finanziarizzata; i conglomerati si sono consolidati, alcuni editori «combattenti e sognanti» sono caduti o sono diventati cosa diversa; il «piccolo è bello» si è rivelato un’illusione; e il sentimento di opporsi inefficacemente a questi cambiamenti, o di essersi trasformati senza nemmeno accorgersene nell’opposizione di Sua Maestà, e comunque di non avere nulla da proporre se non un’opposizione, è forte in molti.”
E conclude:
“Concentriamoci su di noi. Ciò che facciamo, ciò che vogliamo fare, vale? E: sappiamo che cosa vogliamo fare?”
Quatraro spazza via ogni illusione romantica ricordandoci come funziona davvero:
“Prendiamo un dato che fa dirizzare le antenne a molte persone che lavorano o desiderano lavorare in campo editoriale: secondo le statistiche del 2024 il fatturato editoriale è di più di tre miliardi di euro – mica male. C’è tuttavia il sospetto che sia una cifra creata da movimenti di fornitura, che poi sono destinati a sgonfiarsi. A meno che non si producano altri libri per coprire quella cifra negativa con nuove forniture. Cosa che puntualmente avviene, anche perché ne va letteralmente della sopravvivenza del settore. La fornitura pertanto genera movimento, e il movimento genera sopravvivenza. È questo il punto che l’editoria, lamentandosi della distribuzione, finge di dimenticare: senza questo metodo non avrebbe modo di rilanciare continuamente la propria attività. Se il libro X ha avuto un ritorno disastroso, e quindi tutte o quasi le entrate del lancio sono state riassorbite dai resi, tanto vale spazzare i residui del libro X sotto al tappeto e passare al libro Y. Si ricomincia daccapo: nuova promozione, nuove prenotazioni, nuovo fornito, nuovo periodo di grazia. Sotto il tappeto, nel frattempo, c’è di tutto”.
Cose che chi segue questo blog conosce bene dal 2011 in poi. E’ servito dirlo? Mi ostino a pensare di sì. Ha cambiato qualcosa? No. Perché giustamente Quatraro aggiunge:
“La pratica della lettura si è resa di conseguenza un valore di consumo, e la retorica della lettura come qualcosa di acriticamente buono in sé e per sé non fa che aumentare la percezione di discrasia tra ciò che viene promesso e ciò che viene realmente offerto. Il pubblico, di fronte a questo scarto, non solo non si sente chiamato in causa, ma ha l’impressione di essere continuamente rimproverato per non aver aderito a un rituale di cui non comprende fino in fondo il senso. Un settore che non sceglie, che non filtra, che produce per mantenere in movimento la macchina del fornito-reso, che si affida per l’andamento a dati via via sempre più standardizzati senza soffermarsi a saperli leggere con occhio umano, pretende che l’atto della lettura appaia come una scelta virtuosa, consapevole e quasi ascetica – quasi a ricordare che quel processo stesso di lettura, quella prettamente umana, è già una favola. Ma la lettura, nel modo in cui l’editoria la propone, non è un percorso di senso: è una prestazione. È un gesto che, per essere riconosciuto come valido, deve aderire a un immaginario di qualità che spesso coincide con il prestigio di chi lo certifica, non con l’esperienza di chi legge”.
E dunque? Dunque, le strade sono due: infischiarsene, e continuare a cercare editori per il proprio libro, sapendo di essere sotto una spada di Damocle che non ti garantisce una crescita come autore o autrice. Oppure costruire una comunità: sarò noiosa, ma vi riporto il bilancio che Wu Ming 1 ha fatto dei suoi tredici mesi di tour per Gli uomini pesce: lo trovate su Giap. Scrive Wu Ming 1:
“In questi tredici mesi Gli uomini pesce è stato ristampato più volte e ha venduto oltre venticinquemila copie. Fa dunque parte dello 0,2% circa di novità editoriali italiane che superano quota 20000. Un bel risultato, per il quale ringrazio tutte e tutti.
Risultato ancor più significativo se pensiamo che il libro non ha imboccato nessuno dei percorsi abituali e “obbligati”, quelli ritenuti imprescindibili se si vuole promuovere un libro. Nisba inviti dal più seguito programma radiofonico dedicato ai libri;* non un rigo sul quotidiano più venduto (né sul suo inserto culturale); idem sull’inserto culturale del secondo quotidiano più diffuso; assenza dalle grandi kermesses dell’editoria; nessuna partecipazione a premi,** eccetera”.
E ancora:
“I «percorsi obbligati» non sono obbligati. Altre vie si possono percorrere, e nel tempo danno più soddisfazione. Aver cura dei rapporti con le librerie indipendenti – baluardi di cultura, socialità e biodiversità urbana – fa vivere un libro più del calcare certe ribalte mediatiche, e può anche riservare sorprese”
Certo, una comunità non si costruisce un giorno, ma l’alternativa è scrivere i libri sui gatti chiesti dal commerciale. E, come sapete, dura poco, non serve, peggiora le cose.
in merito segnalo anche l’intervento di Silvia Gola e Mattia Cavani (Redacta), riportato su Jacobin Italia di fine novembre scorso:
certo, credo di averlo segnalato in uno dei post sull’editoria precedenti, ma segnalarlo di nuovo fa sempre bene.