Oggi è il compleanno di Mozart. Per omaggiarlo, posto qualche frammento dalla prefazione a Mozart in rock, che circola di nuovo.
Quando ero adolescente ero innamorata di Mozart come se fosse una rockstar, e in un certo senso lo era, e molto più tardi, oltre quarant’anni fa, il film Amadeus di Forman avrebbe giocato proprio su questa fascinazione. Era un genio, aveva rivoluzionato i canoni preesistenti, si era giocato la vita in un turbine, ed era morto giovane. Misteriosamente, per di più. Molto più tardi ancora avrei scritto uno dei libri che ho amato particolarmente scrivere, Mozart in rock, e che sarebbe stato uno dei libri spartiacque della mia vita.
Era il 1990, quando il libro uscì per la prima volta, raccogliendo quel che pensavo non solo su Mozart, ma sulla cultura cosiddetta “pop” che all’epoca faceva ancora storcere il naso a qualcuno, e purtroppo quei nasi si storcono ancora. Faccio un esempio apparentemente incongruo: una decina di anni fa, un po’ per amore, un po’ per gioco, un po’ perché all’epoca le poesie di Franco Fortini erano introvabili, ho cominciato a postare una poesia (o parte di una poesia) su Facebook, tutte le sere. Era diventato un appuntamento per parecchi commentatori, quello col “Fortini della sera”: preciso che non aggiungevo commenti, o interpretazioni, o critica. Pubblicavo e basta. Così come era cominciata, finì: finì, anzi, con la ripubblicazione delle poesie, e tanto basti.
Ora, a diversi anni di distanza, alcuni, che sono indubbiamente molto più titolati di me, hanno espresso disappunto su quell’esperimento, giudicandolo volgare e soprattutto giudicando inadatta me a parlare di Fortini. E’ verissimo.
Il punto è che io non volevo essere titolata: volevo far arrivare le parole e i versi di Fortini a chi non lo conosceva.
Qualche mese fa, inoltre, si è accesa una polemica a proposito dell’opportunità di commissionare un articolo su Virginia Woolf a un’autrice di romance, e di accostare Woolf ai social: la comprendo, figurarsi, e comprendo che chi ha appunto i titoli per parlare sia in ambito accademico che divulgativo di Woolf rivendichi a sé l’autorevolezza.
Ma questo pone una questione di cui, a modo mio, mi sono sempre occupata: riassumendo, si può semplificarla in una domanda, ovvero “solo all’accademia spetta la divulgazione culturale?”. Anzi due: “la cultura non deve contaminarsi con il cosiddetto pop?”.
Per me, la risposta è sempre stata no.
(…)
La massa ha divorato il Cigno? Ne hanno approfittato coloro che, per dirla con Brecht, non votano per Mozart. Così, accanto al precedente illustre di Glenn Gould, che non nascose mai la sua antipatia per il Sublime Wolfgang, c’è la malcelata insofferenza espressa da Anthony Burgess mentre ferveva quella festa della parola scritta che fu la presentazione del Don Giovanni della Scala: altro che capolavoro insondabile! Per Burgess “l’opera fa esattamente quel che si propone di fare e ci intrattiene per una serata buona in modi civili con una tecnica che non vien mai meno e una melodiosità che non manca mai di produrre gioia nei raffinati e voglia di fischiettarla nei meno colti. Ma non contiene un Hans Sachs, non ha Tristani tormentati, non un Otello in spasimi: non ha neppure una sacrificale Cio Cio San. Attacca partendo dalla forza di un mito e termina, o quasi, con i tromboni di Mozart. E’ un’opera rococò: accetta le limitazioni della forma e non osa travalicarle per fallire il bersaglio segnando una sconfitta clamorosa. E’ dunque un successo”. Ci ritornò, Burgess, sia con il pastiche The Wolfgang, dove la comunità dei santi si riunisce in paradiso per festeggiare il bicentenario del 1991. Sia, giustamente, mettendo in chiaro un paio di cose: “l’arte è un commercio che nobilita se stesso e il consumatore, dando più di quanto non sia pagata … Mozart compose per denaro, cosa che E. M. Forster non fu obbligato a fare: la scarsa produzione di quest’ultimo si addice a un ‘rentier’, mentre la capacità creativa di Mozart si confà sia a un artigiano serio sia al lavoratore costretto a guadagnarsi il pane”. Ma anche Saul Bellow, nello stesso 91, ricordò: “Mozart non si considerava certo un genio- la concezione stessa di genio è più tarda, romantica. Lui credeva soltanto di dover far musica”. E Piero Buscaroli: “Se ci pensi, ti accorgi che la storia della musica, in quanto divenire e destino, poteva fare a meno di lui. Non è una di quelle apparizioni che, a cose fatte, appaiono indispensabili. Bach, con la sua sintesi, crea la musica tedesca, Beethoven inaugura la sua supremazia nel regno dello spirito. Mozart, le sintesi, le trova già pronte nei grandi lavori d’ingegneria di Haydn. …La sintesi che operò di suo, il vortice, il vertiginoso rimescolamento di stili e maniere da cui trasse la nuova lingua dell’Opera, servì, infine, a lui solo. Non passò a Beethoven, che dovette inventarsi un nuovo linguaggio; non passò all’Ottocento, che battagliò per inventarne altri ancora. Mozart non fu una necessità nel destino dell’arte…Rimase una meteora, alla quale non siamo più preparati, noi, oggi, di quanto non fossero Gerber e contemporanei”.
Ma insomma, a cosa serviva questo libro, ai tempi? Serviva a gettare uno sguardo sul Mozart vituperato, ma amatissimo. Su chi si ostina a combattere l’idea di artista baciato in fronte da Dio che Mozart non ebbe di se stesso e che gli altri gli consegnarono (sapeva, lui, di essere un meraviglioso, eccezionale artigiano: non il figlio prediletto di una divinità. A chi pensa, ma sì, che Mozart stesso fu uno skywalker, che attraversò e rubò e per se medesimo restituì
(Ha ragione Buscaroli: Mozart non ha inventato nulla. Ha reso perfetto quel che c’era).
Ecco. Per tutti costoro, il sedere scoperto di Bart Amadeus Simpson nella puntata dedicata a Mozart ha il valore di una conferma. E chi se ne frega se certa accademia strillerà alla profanazione chiedendo, ancora una volta, un esorcismo.