Circa un anno fa, Alberto Puliafito raccontava su Internazionale che, in Gran Bretagna, Philip Dick è già realtà:
“nel Regno Unito esiste, letteralmente, un progetto di polizia predittiva. Si chiamava Homicide prediction project, poi ha cambiato nome in un più asettico Sharing data to improve risk assessment. Ma il cuore dell’iniziativa è lo stesso: usare i dati di centinaia di migliaia di persone per provare a prevedere chi potrebbe commettere un omicidio. Il programma è stato voluto direttamente dall’ufficio dell’ex primo ministro britannico Rishi Sunak e coinvolge il ministero della giustizia, la polizia metropolitana di Londra, quella di Manchester e il ministero dell’interno”.
The Minority Report , il racconto di Dick che parla esattamente di quel che avviene ora, ha la mia età: quest’anno compie settant’anni, ed è stato pubblicato nel 1956 su The Fantastic Universe. La storia è nota: ci sono mutanti, detti precog, che riescono a prevedere il futuro entro un tempo limitato e dunque a individuare i crimini prima che vengano commessi. La polizia predittiva lavora dunque sull’individuazione del potenziale assassino, o criminale, prima che diventi tale: “la punizione non è mai stata un deterrente significativo e difficilmente avrebbe potuto offrire conforto a una vittima già deceduta”.
Quello che forse non è noto a tutti è che la polizia predittiva esiste veramente, almeno dagli anni Zero, in diversi paesi del mondo. Anche in Italia, come racconta Puliafito nel suo articolo.
Perché parlarne oggi? Perché mi è ricapitato fra le mani l’intervento di Philip K. Dick alla Vancouver Science Fiction Convention, nel 1972. Si intitola L’androide e l’umano, e prefigurava già uno stato di polizia. Diceva fra l’altro:
“La società totalitaria immaginata da George Orwell in 1984 dovrebbe essere ormai arrivata. I gadget elettronici sono qui. Il governo è qui, pronto a fare ciò che Orwell aveva previsto.
(…)
L’orribile società tecnologica: quello era il nostro sogno, la nostra visione del futuro. Non potevamo prevedere nulla dotato di sufficiente potere, astuzia o altro, per impedire l’avvento di quella società da incubo. (…) Ecco, a titolo di esempio, due estratti dai media; Il primo è – che mi aiuti – quello che Time definisce “il sogno definitivo nel campo dei servizi telefonici”, come descritto da Harold S. Osborne, ex ingegnere capo di AT&T: “Ogni volta che nasce un bambino, in qualsiasi parte del mondo, gli viene assegnato alla nascita un numero di telefono a vita. Non appena impara a parlare, gli viene dato un dispositivo simile a un orologio con dieci piccoli pulsanti da un lato e uno schermo dall’altro. Quando desidera parlare con chiunque nel mondo, estrae il dispositivo e digita il numero sui tasti. Poi, girando il dispositivo, sente la voce del suo amico e vede il suo volto sullo schermo, a colori e in tre dimensioni. Se non lo vede e non lo sente, sa che il suo amico è morto”.
Cosa voglio dire? Una cosa banale e una meno: quella banale è che dovremmo dare ascolto alla letteratura fantastica, quando sa parlare, perché dice di noi fatti e incubi che non si sono ancora realizzati. Quella meno banale, ma ripetuta mille volte, e anche ieri, è che quando la letteratura, ma anche il cinema, e l’arte in assoluto, si occupano solo di se stessi, rischiano di perdere una delle possibilità più importanti che sono date ai visionari. Restituire le mutazioni del mondo. Tutto qui.
Ma si sa: la letteratura fantastica e il genere fantascientifico soprattutto, fanno sempre storcere il naso, sono considerate roba di serie B. Almeno fino a quando non vengono trasportate in sala in film ad alto budget o su Netflix e co. con serie tv pluriacclamate che fanno vendere i gadget (l’esempio che mi viene, qui, è il genere horror con Stranger Things). Perché solo allora hanno successo? Forse per la spettacolarità che si portano dietro, più che per i messaggi profondi. E allora, mi viene da pensare, sono poco utili.
Tornando a Dick, è l’esempio perfetto di cosa invece questo genere lettarario possa fare per noi e di quanto sia prezioso. Puro sforzo immaginifico che concretizza futuri plausibili, con implicazioni tanto positive quanto negative. Un esercizio che parla sia di noi, al presente (intendo, in questo caso, ai contemporanei di Dick), sia alle società future, che poi andranno a fare i conti proprio con quegli slanci d’immaginazione di chi ha disegnato nuove possibilità, nuove speranze e nuovi incubi. Magari creando, inconsapevolmente, dei binari che portassero alla loro realizzazione.