Questa è una piccola storia, una storia di quartiere, dunque ininfluente rispetto alle storie grandi e terribili che si muovono sopra le nostre teste. Però contiene in sé qualcosa che riguarda un modo di pensare che ci strangola, e che ancora non viene compreso: nelle nostre città, nelle nostre regioni, il verde viene eliminato in favore del cemento. Ma come?, ci vien detto, non vedete che tagliato un albero ne viene piantato un altro? Già. Alberini infelici e sottili, che quasi sempre si seccano per mancanza di manutenzione, che non fanno ombra e che fanno pure tristezza, a vederli solitari e già malati circondati dalle nuove e ardite e geniali costruzioni che dovrebbero, ci risiamo, dare “decoro” alle nostre città. Sottraendo ossigeno.
Per esempio. Nel mio quartiere, domani pomeriggio, si inaugura “la Rambla”. Cosa c’entri una Rambla a Pietralata lo sa solo il Comune di Roma, e perché il pomeriggio inaugurale si debba chiamare “La Rambla è Fashion” non lo sa nessuno, e sarebbe bellissimo che invece di scomodare i linguisti per tuonare contro lo schwa lo si facesse ogni volta che si usano le parole a caso (non ho nulla contro gli anglismi, è che vorrei capire il termine Fashion applicato alla schifezza di cui sto per parlare).
Dunque, La Rambla. Ma che é?
La parola al presidente del IV municipio, Massimiliano Umberti: “Un’opera che renderà bello questo quartiere disegnando una nuova visione degli spazi e delle funzioni. Finalmente ci sarà un luogo di aggregazione in una zona in cui oggi non c’è una piazza pubblica. Qui i bambini potranno giocare e tutti potranno fare sport all’aria aperta o semplicemente sedersi in mezzo al verde della macchia mediterranea”.
Non avete capito, vero? Neanche io. Proviamo a spiegare: la Rambla sorge tra largo Beltramelli, via dei Durantini e via delle Cave di Pietralata. Non è del tutto vero che non ci siano piazze, perché largo Beltramelli lo è, e non a caso, seppur piccolina, è un luogo di aggregazione. Quanto al verde, esiste il Parco Meda, ostinatamente voluto e curato dai residenti, che è un piccolo scrigno di ossigeno in un luogo dove, appunto, gli alberi vengono giù come mosche. Immagino, fra poco, anche per fare spazio al famigerato stadio della Roma.
Ma che è la Rambla?
Intanto, è una rotonda. Con un totem. Avete capito bene, un totem gigantesco che sembra un palo a cui legare i sacrifici umani per Chtulhu. Come dice il solito Umberti: “quando sarà illuminato diventerà un landmark del territorio”. Detto in parole povere, un punto di riferimento. Per fare cosa, a parte i sacrifici umani, non è chiaro. Poi c’è una scalinata, “dove in futuro si terranno gli eventi culturali e le sfilate di moda”, al cui centro sorge “una fontana artistica”. Non ho le competenze per giudicare cosa sia artistico e cosa non lo sia, naturalmente, ma dando uno sguardo alla fontana medesima mi chiedo molte cose, e le taccio pure, perché è inutile farsi domande quando chi progetta e realizza non ha il minimo senso di cosa serva a un quartiere per creare comunità. Poi c’è una pista ciclabile, e va naturalmente benissimo, dove si promettono 150 alberi (sempre quelli stenti e tristi, si suppone), un’area fitness incorniciata da “35 portali” ma “ricoperti di edera”. L’erba è “un tappeto drenante”, protesta Umberti quando i cittadini gli fanno notare che l’erba sintetica fa schifo. Nei fatti, il tutto ha l’aspetto di una bella colata di cemento che difficilmente attirerà i passanti, che invece chiedono quello che chiediamo tutti.
Verde. Personalmente sono molto interessata alle attività culturali (alle sfilate di moda realizzate da studenti e studentesse, poveracci pure loro per il coinvolgimento, molto meno): ma mi chiedo quale senso della cultura abbia chi dà vita a una mostruosità del genere costata, peraltro, svariati milioni di euro che potevano essere impiegati in qualcosa di più utile e intelligente, anche se meno rispondente a un concetto di “decoro” che serve solo per dire “siamo moderni”, senza aver capito che il concetto di modernità è ben altro, o dovrebbe essere ben altro. Sono, gli ideatori, come quegli amministratori che cementificano gli argini e scoppiano in lacrime quando un’alluvione devasta tutto. Come risponde il presidente alle rimostranze, a proposito? “Mi saluti Virginia”, ovvero Raggi, che non è certo stata un’amministratrice esemplare, ma alle fontane artistiche e al cemento non era arrivata. Il presidente è del Pd. Sarebbe bello che si trovasse il tempo, ai vertici del partito, per farsi due passi nella Rambla per capire quanto ci sia di sbagliato nel concepire un’idea del genere e chiamarla pure “Fashion”.
Bene, il problema non è solo del mio quartiere, figurarsi: è vero, come scrivevano i Wu Ming, che esiste una classe dirigente “innamorata di cemento e asfalto”, che adora abbattere alberi, aprire cantieri e decidere urbanizzazioni insensate.
Che si fa? Si racconta, si resiste.
E si rilegge Antonio Cederna:
“Per me la lotta per la salvaguardia dei valori storico-naturali del nostro paese è la lotta stessa per l’affermazione della nostra dignità di cittadini, la lotta per il progresso e la coscienza civica contro la provocazione permanente di pochi privilegiati onnipotenti”.
Fashion un corno.
Sono perfettamente d’accordo, continuare a eliminare alberi e cementificare ad oltranza il suolo della città è un suicidio; come accadrà tra breve per il nuovo stadio