A gennaio mi succede sempre così: non capisco come mai, ma le prime giornate dell’anno nuovo sono le più affollate. Dunque, per oggi, posto qui qualcosa di già scritto. In particolare, la recensione de L’antidoto di Karen Russell uscita su Tuttolibri de La Stampa qualche settimana fa.
Inoltre ricominciano i viaggi: domani sarò a Reggio Emilia, venerdì devo fare un salto a Torino e lunedì parto per Londra. Quindi il blog sarà aggiornato a partire dal 23 gennaio. State bene, eh.
Ci vuole molto coraggio per affrontare due temi giganteschi della storia americana come l’esproprio delle terre dei nativi americani e la catastrofe della Dust Bowl, la serie di tempeste di sabbia che misero in ginocchio le pianure tra il 1931 e il 1939, causando la perdita di milioni di case, siccità, fame, miseria. Il coraggio è necessario anche perché occorre misurarsi, fra l’altro, con un capolavoro senza tempo come Furore di Steinbeck, che racconta la conseguenza di quel disastro (e a dire il vero ci tornò su Christopher Nolan, rievocandola e proiettandola nel futuro in Interstellar). Ma Karen Russell è una scrittrice coraggiosa, soprattutto perché non teme di infrangere i confini del realismo: già finalista al Pulitzer, è arrivata in Italia negli anni Zero con Il collegio di Santa Lucia per giovinette allevate dai lupi, e poi con Swamplandia!, Un vampiro tra i limoni e infine I donatori di sonno, con cui ha vinto il Premio Lattes Grinzane nel 2023.
Russell scrive ora il suo romanzo più ambizioso, L’antidoto (Sur, traduzione di Veronica La Peccerella), ambientato poco dopo la Domenica Nera del 14 aprile 1935. Siamo a Uz (come la città di Giobbe), nel Nebraska, ma più che la messa alla prova di un Dio è l’opera dell’uomo ad aver provocato il disastro. Gli abitanti ne avranno consapevolezza solo quando la polvere ha inghiottito tutto: “Più aravamo la terra, meno acqua avevamo. La spugna della natura era sparita. Avevamo ridotto il terreno in polvere. Avevamo strappato ogni ancoraggio. Ora stava volando via tutto”. In realtà avevano fatto di più: avevano “trasformato il suolo in denaro”, strappandolo ai nativi, e il massacro delle lepri selvatiche con cui si apre la storia ne richiama, inevitabilmente, altri.
Ma L’antidoto non è esattamente un romanzo storico, perché contiene volutamente un gran numero di anacronismi: è semmai un romanzo di spettri e di streghe. La strega della prateria è una delle voci narranti: si risveglia dalla tempesta chiusa in una cella, con una sola parola in mente, bancarotta (e, come vedremo, non è un caso). La sabbia le ha portato via il suo dono, la sua essenza di Antidoto: perché le streghe della prateria hanno la capacità di cancellare i ricordi indesiderati delle persone per conservarli, come una cassaforte, finché non saranno disposte a riprenderli. Un’altra voce appartiene a un contadino, Harp Oletsky, che rievoca l’inganno dell’aratro e delle banche con toni che a Steinbeck sarebbero piaciuti molto, ma che per motivi imperscrutabili vede la propria terra risparmiata dalla polvere. C’è Dell, sua nipote, un’adolescente che vive con lui dopo l’assassinio della madre e che ama ossessivamente il basket. C’è Cleo, che dovrebbe documentare il disastro ma che si trova alle prese con una macchina fotografica che mostra i possibili futuri e i passati dimenticati, come lo specchio di Galadriel (ma c’è anche uno spaventapasseri, ed è infestato da uno spirito). Poi, certo, ci sono i mostri, come lo sceriffo sadico che si affretta a far condannare a morte un vagabondo per i femminicidi che avvengono nella zona: e sono umani.
All’inizio, nessuno dei personaggi ha consapevolezza dell’esproprio cui hanno, in coscienza o meno, preso parte. Sono ingranaggi destinati ad andare avanti senza scopo. Come dice Harp: “Ero in mano alla banca, come quasi tutti gli abitanti della contea di Uz. Lavoravo sedici ore al giorno, scommettendo contro il clima (…). In pratica, lavoravo per ripagare il prestito contratto per comprare lo Spider, le cui giunture si stavano già arrugginendo al sole. Nel 1934, vivevo ormai con quello che avanzava dei frutti del mio lavoro”. E la strega della prateria comprende solo a metà romanzo l’altro grande inganno: “Non sapevo – nessuno me l’aveva mai detto – che ero un soldato in una guerra. Noi nuovi arrivati nelle Grandi Pianure fummo invitati qui dal governo degli Stati Uniti per presidiare il territorio. L’Homestead Act, il Dawes Act, facevano tutti parte di un piano di battaglia. Col tempo, bambini dalla pelle chiara sarebbero cresciuti in questo West senza conservare alcun ricordo di una casa precedente (…) schierati per consegnare le terre dei nativi nelle mani dei bianchi. Per rendere produttive le foreste e le nature. Per trasformare il suolo in denaro”.
Nel precedente I donatori di sonno Karen Russell raccontava un’epidemia mortale di insonnia che poteva essere arginata solo grazie alle trasfusioni di chi gode di un sonno puro, ma si attribuiva la pandemia a tutto quanto fatto dagli uomini, l’esposizione alle notizie a ciclo continuo, l’inquinamento, i cellulari. “Noi americani siamo seduti su una sedia elettrica che ci siamo costruiti da soli”. Qui le colpe sono molto simili: con la variante che il morbo è in questo caso la dimenticanza. E per guarire c’è solo una cosa da fare: ricordare. E, sì, ci vuole un romanzo che si distacchi dal realismo per farlo, e streghe, e oggetti magici, e tutto quel che serve per capire chi siamo e soprattutto che cosa possiamo fare per salvarci.