L’INFELICITA’, LA REPUTAZIONE, IL LAVORO CULTURALE (E NON SOLO) E LE ALTERNATIVE DA CERCARE

Ogni tanto riemerge, ma troppo poco spesso, la questione del lavoro culturale: continuo a usare questa definizione perché nonostante tutto mi sembra ancora corretta, e riguarda coloro che provano a guadagnarsi da vivere con le parole, le immagini, la musica e tutto quanto ruota intorno alla produzione di quella che chiamiamo cultura. Certo, continuare a usare i termini scelti a metà del Novecento da Luciano Bianciardi comporta oggi un rischio: quello di vivere la parola “culturale” come privilegio, in opposizione agli altri lavoratori. Non dovrebbe essere così, e anzi non è così in alcuni casi (ieri, su Facebook, citavo l’esempio del Festival di letteratura working class che si lega dal suo nascere alla lotta dei lavoratori di Gkn di Campi Bisenzio), ma è molto difficile che non si sollevino commenti che invitano chi riesce a malapena a sopravvivere collaborando a quotidiani o scrivendo testi (non parliamo ovviamente dei libri) a cercarsi un lavoro serio, che è grossomodo quel che i genitori di noi boomer  dicevano all’epoca della nostra giovinezza, ricevendo in cambio un gioioso sberleffo.
Ovviamente le cose sono molto diverse, oggi. Economicamente, per cominciare: non solo perché i compensi sono bassissimi, ma perché tutto il resto (affitto, spesa, trasporti e tutto quel che volete) è aumentato in modo sproporzionato ai salari. Ma perché è diverso il contesto. In un libro molto interessante, La conquista dell’infelicità, Raffaele Alberto Ventura spiega che la crisi del nostro tempo si deve alla contraddizione fra le promesse della modernità, che assicura la realizzazione personale e il fiorire dei talenti di ognuno, e l’impossibilità di realizzare quell’aspettativa. Nei fatti, chi ha potuto realizzarsi davvero negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, finanzia la lunghissima formazione di figlie e figli affinché possano a loro volta realizzarsi, cosa che avviene molto di rado. E quando avviene, la conquista di pochi causa l’infelicità dei molti che non ci sono riusciti.
In particolare, in un’intervista a Linkiesta, Ventura dice:”Quando il capitale culturale si inflaziona, si punta tutto sul capitale sociale: la reputazione. I social, gli influencer, i content creator sono l’espressione di questa corsa. Chi non si distingue rischia l’anonimato e la marginalità economica. Storicamente, quando aumenta la domanda di professioni intellettuali e moltissimi acquisiscono le stesse competenze, il capitale culturale perde di distinzione. Allora diventa decisivo il capitale sociale — reputazione, relazioni — per ottenere riconoscimento e retribuzione. Per questo la realizzazione personale diventa ossessiva: bisogna emergere in mezzo a tanti simili”.
Ma, come scrive Letizia Pezzali su Domani, quella famigerata reputazione si può perdere in un fiat, con tutto quel che consegue (ne abbiamo avuto esempi molto recenti). Dunque, puntare sulla medesima rischia di essere l’ennesima illusione e l’ennesimo fallimento.
Bel problema, certo.
Ma su questo sfondo, e convinta che, come diceva Jonathan Galtung (sociologo, matematico, pacifista norvegese) There are alternatives , ci sono sempre alternative, credo che si possa almeno tentare di procedere per passi. Riprendo il discorso che mi sta a cuore (comunità, territori) sapendo che resta centrale, e penso che soltanto provando a costituire una rete si possa ottenere qualcosa: una rete che  includa, certo, chi fa lavoro culturale, per ottenere compensi migliori, per esempio, per non dover anticipare i soldi dei viaggi, per venir retribuiti anche per una sola ora del proprio tempo. E su questo continuo a consigliare la frequentazione di Redacta, oggi e sempre (peraltro, fra gli ultimi articoli ce n’è uno con un incipit esemplare: “C’è qualcosa di peggio di lavorare? Sì: farlo in solitudine, farsi-da-soli”). Inoltre, unirsi agli altri lavoratori e lavoratrici, non considerarli altro da sé, rendersi conto che siamo tutti nella medesima lotta, e nella medesima condizione.
Infine: smetterla, potendo, di raccontare di sé. Sarà una mia fissazione, ma mi risuonano sempre le parole di Ernesto De Martino, nel 1952, quando diceva che gli abitanti più poveri di Eboli volevano soprattutto una cosa, questa: che ”le loro storie personali cessino di consumarsi privatamente nel grande sfacelo”.
Raccontare, raccontare, raccontare. Accidenti, lo so, è poco, non ripara i viventi e non resuscita i morti. Ma intanto, e per cominciare, è questo che va fatto.

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