Tag: Redacta

Questo è un intervento a cui tengo molto: agli Stati Generali dell’Immaginazione è infatti intervenuta Silvia Gola di Redacta, e ci ricorda che senza unirsi, organizzarsi, entrare in conflitto non c’è lavoro dignitoso. E tutto quanto attiene ai libri è lavoro: fare sindacato, fare gruppo, fare anima. Quella che le macchine, anche quando sognano pecore elettriche, non hanno.
“Ma cosa possono fare autori e autrici? Prima di tutto, uscire dall’isolamento: non esiste alcuna strategia individuale che possa compensare uno squilibrio strutturale. C’è un grande bisogno di costruire relazioni, condividere informazioni, confrontare contratti; oggi è una delle tante occasioni buone da sfruttare, ed è sempre meglio incontrarsi dal vivo, ma bisogna continuare a vedersi non sporadicamente, fare riunioni, creare gruppi di lavoro, studiare.
Noi abbiamo imparato che anche gli spazi istituzionali, se usati con fantasia, possono diventare terreno di intervento. Per esempio, abbiamo approfittato di un’indagine dell’Antitrust sul mercato editoriale scolastico per preparare un report, invece, sul mercato del lavoro “dietro” il libro scolastico e sulle sue condizioni, facendo un’analisi di contratti di redattrici e autrici di quel settore. E l’Antitrust ci ha convocate in audizione, ci ha ascoltate e ha accolto la nostra Nota nel rapporto finale dell’indagine stessa.
Questo non lo sto dicendo per armarci e partire per fare “cose” con l’Antitrust perché quella è la via; lo porto come esempio lampante di quell’inventiva che non dobbiamo usare solo leva retorica ma come reale opportunità di rivendicazione.
Per fare sindacato in un settore come il nostro serve immaginazione, sì: non solo per inventare nuove forme di tutela, ma per trovare modi efficaci di far rispettare quelle esistenti, come la trasparenza sui dati di vendita, la proporzionalità dei compensi, i limiti alle cessioni dei diritti.
E anche gli strumenti esistono già, così come esperienze cui attingere – sia in Italia sia all’estero – ma una cosa è certa: senza organizzazione collettiva resteranno lettera morta”.

Ogni tanto riemerge, ma troppo poco spesso, la questione del lavoro culturale: continuo a usare questa definizione perché la trovo ancora corretta, e riguarda coloro che provano a guadagnarsi da vivere con le parole, le immagini, la musica e tutto quanto ruota intorno alla produzione di quella che chiamiamo cultura. Certo, continuare a usare i termini scelti a metà del Novecento da Luciano Bianciardi comporta oggi un rischio: quello di vivere la parola “culturale” come privilegio, in opposizione agli altri lavoratori.
Perché le cose sono molto diverse, oggi. Economicamente, per cominciare: non solo perché i compensi sono bassissimi, ma perché tutto il resto (affitto, spesa, trasporti e tutto quel che volete) è aumentato in modo sproporzionato ai salari. E soprattutto è diverso il contesto.
In un libro molto interessante, La conquista dell’infelicità, Raffaele Alberto Ventura spiega che la crisi del nostro tempo si deve alla contraddizione fra le promesse della modernità, che assicura la realizzazione personale e il fiorire dei talenti di ognuno, e l’impossibilità di realizzare quell’aspettativa. Nei fatti, chi ha potuto realizzarsi davvero negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, finanzia la lunghissima formazione di figlie e figli affinché possano a loro volta realizzarsi, cosa che avviene molto di rado. E quando avviene, la conquista di pochi causa l’infelicità dei molti che non ci sono riusciti.
Ma su questo sfondo, e convinta che, come diceva Jonathan Galtung (sociologo, matematico, pacifista norvegese) There are alternatives , ci sono sempre alternative, credo che si possa almeno tentare di procedere per passi. Riprendo il discorso che mi sta a cuore (comunità, territori) sapendo che resta centrale, e penso che soltanto provando a costituire una rete si possa ottenere qualcosa.
Inoltre, anche se è marginale, sarebbe bene smetterla, potendo, di raccontare di sé. Sarà una mia fissazione, ma mi risuonano sempre le parole di Ernesto De Martino, nel 1952, quando diceva che gli abitanti più poveri di Eboli volevano soprattutto una cosa, questa: che”le loro storie personali cessino di consumarsi privatamente nel grande sfacelo”.

Torna in alto