OGNI COSA, PUOI DIRLO: SU FRANCO FORTINI E LA DIFFUSIONE DELLA CULTURA

La musica del diavolo non ha nulla di complicato. Anzi, a quanto si racconta, è costruita su melodie elementari condite da accorte dissonanze: due note, insomma, e l’ inferno è servito, naturalmente secondo gli antichi convincimenti (che tanto antichi  non sono: il vecchio jingle di Canale 5 era costruito su scala pentatonica, la più antica – era alla base del corale gregoriano – ma anche la più popolare, era fatta per essere intonata senza fatica dai fedeli, la musica di Vangelis per il vecchio spot Barilla era esemplare per la facilità di memorizzazione; e la colonna sonora di Angelo Badalamenti per Twin Peaks era una vera festa postmoderna di citazioni più o meno colte ma tutte riconoscibili).
Qualcosa di antico reso contemporaneo, dunque. Un sapere messo a disposizione degli altri.
Un tempo esistevano gli Exultet, ovvero codici dove il testo e le immagini erano disposti in modo opposto: il testo doveva essere letto dal diacono mentre le immagini dovevano essere visibili ai fedeli. Il codice veniva srotolato durante la preghiera, in modo che il popolo comprendesse la storia sacra. Un po’ gli antesignani di Mtv, se mi si passa la blasfemia: sicuramente, un modo di utilizzare elementi e contenuti “colti” in una forma accessibile al maggior numero possibile di persone.
Ovviamente, le cose sono molto cambiate, e proprio oggi, a 31 anni dalla morte di Franco Fortini, provo a fare una riflessione sulla diffusione della cultura, muovendomi (lo so bene) su un territorio minato.
Perché Fortini? Perché una decina di anni fa, un po’ per amore, un po’ per gioco, un po’ perché all’epoca le opere di Fortini erano introvabili, ho cominciato a postare una poesia (o parte di una poesia) su Facebook, tutte le sere. Era diventato un appuntamento per parecchi commentatori, quello col “Fortini della sera”: preciso che non aggiungevo commenti, o interpretazioni, o critica. Pubblicavo e basta. Così come era cominciata, finì: finì, anzi, con la ripubblicazione delle poesie, e tanto basti.
Ora, a diversi anni di distanza, alcuni, che sono indubbiamente molto più titolati di me, hanno storto il naso su quell’esperimento, giudicandolo incongruo e soprattutto giudicando inadatta me a parlare di Fortini. E’ verissimo: basti dare un’occhiata ai partecipanti ai convegni che lo celebrano e ai saggi a lui dedicati per capirlo.
Il punto è che io non volevo essere titolata: volevo far arrivare le parole e i versi di Fortini a chi non lo conosceva. Volevo riproporne frammenti di pensiero (non certo interpretarlo) in assonanza con la realtà del momento. Per esempio, se dovessi fare oggi una citazione, penserei a  Todos caballeros dove Fortini si sofferma, per esempio, su quel cavalierato diffuso che si estende a tutti, sia che vadano in caccia di draghi che di lucertole (era un po’ una sua ossessione, quella di non scambiare le seconde per i primi, e chissà che avrebbe detto in tempi di lucertole come i nostri), e di come “il ronzio della macchina altera o copre la pronuncia dello scrittore e del poeta, vivi solo per la minima frazione di tempo o ben composta tra le bande e gli aromi funebri delle antologie o della archeologia universitaria”.
Ovviamente lo rifarei.
Però mi chiedo quanto le cose stiano cambiando, e quanto il rischio, in questo preciso momento, sia di disperdere le parole. Nell’intervista fatta a Claudia Durastanti per Lucy sulla cultura mi ponevo, con lei, esattamente questo interrogativo: cosa succede quando coloro che difendono la pop culture oppure inseriscono elementi colti in quel rotolo che viene svolto dal pulpito, si imbattono in un meccanismo, come quello attuale, dove predomina una assimilazione che non è neanche più cannibalismo e sicuramente non è quello che chiamavo nomadismo dei saperi?
Il punto, dicevo in quell’intervista è il restringersi delle scelte a tutto ciò che reitera un modello dato e “fa numeri”. E citavo una frase di Rachel Aroesti che citava Foster Wallace: “in un’intervista del 1993, David Foster Wallace definì la cultura ‘bassa’ – come la TV e il cinema popolare – come un’arte redditizia perché sa che ‘il pubblico preferisce il piacere al 100%’. L’arte seria è ‘più incline a metterti a disagio o a costringerti a lavorare sodo per accedere ai suoi piaceri, allo stesso modo in cui nella vita reale il vero piacere è solitamente un sottoprodotto del duro lavoro e del disagio’. Potremmo vivere in un’epoca in cui guardare un intero programma televisivo senza guardare il telefono sembra una contemplazione monastica, ma l’ethos di Foster Wallace rimane vero e applicabile. Più l’arte è facile da consumare e produrre, e più è focalizzata sulla remunerazione, meno ci offre: niente spunti di riflessione, solo una riaffermazione in un’epoca in cui le camere di risonanza sono la norma”.
Dunque?
Dunque Fortini si può ancora citare, naturalmente. Ma mi chiedo dove e come cercare gli spunti di riflessione. Perché esisterà ancora una via di mezza fra la chiusura delle élite (Fortini è mio) e la camera di risonanza (Fortini come il tiktoker).
Ci si prova, a cercarla, e comunque, come sempre “proteggete le nostre verità”. Potendo.

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