LE PAROLE DI HUXLEY

In queste ore rimugino, come molte e molti, e osservo, e leggo, e cerco parole. Dal momento che non le trovo, vi ripropongo, dalla serie Bibliografia disarmata che trovate sul blog, quelle di Aldous Huxley.
“Libero come un uccello, diciamo noi e invidiamo quelle creature alate che si possono muovere a piacimento nelle tre dimensioni. Ahimé, ci siamo dimenticati del dodo. Quando un uccello impara ad ingozzarsi a sufficienza senza essere costretto a usare le ali, rinuncia al privilegio del volo e se ne resta a terra, in eterno. Qualcosa di simile vale anche per gli uomini”.

Domani saranno 40 anni. Era infatti il 28 febbraio 1986 quando il primo ministro Olof Palme incontrò il giornalista di una rivista sindacale. Cui confida i propri timori per il futuro, come aveva fatto Pasolini a Furio Colombo poche ore prima di venire ucciso. Anche Palme viene ucciso quella stessa sera, con due colpi di pistola alla schiena. L’assassinio resta impunito. E a un certo punto spunterà un telegramma di quel Licio Gelli che secondo il ministro Nordio faceva anche cose giuste.
Ma voglio ricordare soprattutto le sue parole del 1974, in un incontro con i giovani:
“La politica è desiderare qualcosa. In particolare, la politica socialdemocratica è desiderare il cambiamento perché solo il cambiamento promette il miglioramento delle condizioni di vita, alimenta la fantasia e consegna soluzioni possibili nell’immediato e stimoli ai sogni per il futuro. e si elimina la volontà con la sua base di teoria e di valori, se si elimina come fonte di energia anche il convincimento emozionale, la politica nei paesi democratici si trasformerà in qualcosa di grigio e triste.”

Beh, è molto facile sospettare che la polemica fra il giornalista Roberto Dell’Acqua di Radio Tivù Azzurra che pontificava contro il femminismo nell’incontro stampa con le Bambole di Pezza  sia un disperato tentativo di rianimare il festival di Sanremo.Sanremo cerca di fare pinkwashing a modo suo da diversi anni, in un senso o nell’altro. Qualche anno fa con il monologo di Chiara Ferragni su cui ho espresso, ai tempi, i miei dubbi, e i dubbi riguardavano un certo attivismo digitale, e sempre ai tempi, appunto, mi chiedevo cosa sarebbe successo se un bel giorno in tendenza non ci fossero state le battaglie contro misoginia, violenza, omofobia ma l’esatto contrario, e come si sarebbero comportati quegli stessi giga-influencer che le sposavano davanti a una platea sterminata sapendo che in questo modo contemporaneamente si nutre l’algoritmo (lo facciamo anche noi, con loro) e si guadagnano follower (in genere loro, non noi). La risposta sta già soffiando nel vento.
Però la questione, al di là dell’episodio, esiste e persiste.

Dunque c’è un romanzo italiano nella long list del Booker Prize: è “Il Duca” di Matteo Melchiorre, molto amato all’uscita da altri scrittori, secondo me sottovalutato nell’accoglienza generale (e a cui si augura ovviamente buon vento e una short list). 
Voglio dire che, dal momento che ancora si insiste sulla scrittura come testimonianza, gettando a mare qualche millennio di storie e tutte le storie che vengono grazie al cielo narrate oggi, forse la discussione a casa nostra è un tantino miope.
Se andiamo a guardare i libri vincitori del Booker Prize negli ultimi dieci anni troviamo: appunto “La vegetariana” di Han Kang, “Applausi a scena vuota” di David Grossman, “I vagabondi” di Olga Tokarczuk, “Corpi celesti” di Jokha al-Harthi, “Il disagio della sera” di Marieke Lucas Rijneveld, “Fratelli d’anima” di David Diop, “Oltre la frontiera” di Geetanjali Shree, “Cronorifugio” di Georgi Gospodinov, “Kairos” di Jenny Erpenbeck, “Heart Lamp” di Banu Mushtaq (non mi risulta ancora tradotto: è una raccolta di racconti).
Ora, non mi pare che tra i vincitori questa irresistibile tendenza alla letteratura che testimonia e non inventa sia molto presente. E mi pare anche, sapendo di ripetermi moltissimo, che il neopositivismo dei nostri tempi, che ci conduce a diffidare della finzione, ci conduca invece contro un muro.

Una frase di Carlo Emilio Gadda ad Alberto Arbasino  mi è rimasta in mente. Questa:
“Il Foscolo è capace di scrivere in una lettera “Ho passato un’intera notte a piangere”. È fisiologicamente impossibile!”
Ora. Gadda destava Foscolo, lo chiamava “il Basetta”, lo derideva, gli faceva le pulci, lo definiva “il più grande strafalcionista del lirismo italiano ottocentesco”.
Parto dal Venerato Ingegnere per fare qualche considerazione su un atteggiamento che da particolare e raro è quasi divenuto norma: ovvero, la perdita della visione d’insieme per concentrarsi sul dettaglio. Esattamente come Gadda insisteva sull’impossibilità di poter piangere per un’intera notte tralasciando quello che Foscolo voleva dire davvero (fatto salvo il giudizio di ognuno su Foscolo medesimo, che qui non interessa).
Torno su Hamnet. Come è giusto e sacrosanto, le opinioni sul film sono diverse, anche opposte, e su questo non si discute.
Però. Mi hanno colpito i pareri di commentatori che pure hanno apprezzato il film, ma hanno fatto in tempo a notare che:

nella scena in cui Paul Mescal /Will nuota, lo fa con uno stile, il crawl, che è stato inventato all’inizio del ventesimo secolo.
il falco di Agnes è in realtà una Poana di Harrys, che è una specie americana. 
nell’Inghilterra elisabettiana non si dice “hallo” o “ok”
non si vede il cordone ombelicale dei bambini di Agnes

Mi fermo, lo giuro, e dico anche che si tratta di osservazioni legittime. Mi chiedo anche, però, da quando è successo che ci impigliamo sui particolari come fece Gadda con Foscolo, che desideriamo prendere in castagna l’autore o l’autrice invece di ragionare su un altro aspetto: non dico la struttura del film, la fotografia e tutto quello che vi pare. Parlo di una faccenda che può sembrare ingenua e banale come le emozioni, che sono però la nostra intera vita. Almeno prima del fact-checking a oltranza.
E’ successo anche con la foto della mia ortensia che germoglia: volevo semplicemente comunicare uno stato d’animo per l’arrivo di primavera, ed è diventata una discussione sulla potatura sbagliata.
Già, cosa ci è successo? E peggiorerà?
Non lo so, ma questa mattina sono andata a riprendermi quello che John Berger scriveva dopo un’operazione di cataratta e sull’importanza di uno sguardo nitido.
Ecco, avremmo tutti e tutte bisogno di rimuovere la grata metaforica dai nostri occhi, temo. (Non la cataratta in sè: lo preciso prima che arrivino qui gli oculisti, o i grecisti pronti a smentire Berger). Buona giornata, commentarium.

“Ogni volta che trovo nella mail un intervento di Otello Baseggio mi rallegro. In questo caso prende spunto dall’intervento di Giorgio Gizzi che ho riportato qui per dire la sua su lettura, editoria, librerie.
“Editoria, lettura e aiuti si incrociano, ma, sembra a me, al crocicchio o c’è una via senza nome oppure non si vede o si vede poco: gli argomenti proposti mi sembrano molto ben posti, la via senza nome in realtà un nome ce l’ha, potremmo chiamarla via della distribuzione del libro in senso lato, via delle librerie, fisiche e on line, in senso stretto; non per assolvere l’editoria oltre che l’ignavia della lettura e gli “aiuti”, ma perché anche la distribuzione libraria può fare non poco ed anzi sarebbe un aiuto non previsto dal dott. Cipolletta quanto mai efficace”

Non so voi, ma io sbigottisco un poco. Ci sfila davanti agli occhi una storia di violenza e di abusi, un reale d’Inghilterra viene giustamente arrestato (ma rilasciato subito dopo), ci sono ragazze e donne che sono state portate al suicidio, o alla disfatta psicologica, e noi, come scrive Giulia Paganelli su Bolena, ci distraiamo.
Perché sbigottisco? Perché mi sembra che la discussione pubblica, specie delle donne, sia centrata su altro. 
E per dirla con chiarezza, me ne infischio del film tratto da “Cime tempestose”, me ne infischio della copertina di Einaudi, non mi interessa se il romanzo sia stato tradito o se la versione pop avvicinerà le ragazze ai classici. Anzi, comincio un poco a stufarmi di questo discorso: è possibile che avvenga, così come è possibile, vista anche la simpatica propensione editoriale a imprigionarle in un genere come lettrici e chissà come scrittrici, che da quella gabbia rosa non escano.
Ma come, direte, non hai sempre insistito sull’importanza dell’immaginario? Certo, e continuo a insistere: stavolta, però, ho la brutta sensazione di trovarmi dentro Con tutta quell’acqua a due passi da casa di Raymond Carver. Col cadavere di una donna annegata nel fiume mentre noi parliamo di pesca. Scusate. Va così.

Come (spero) molte altre persone sono esterrefatta dall’accanimento della televisione sulla terribile storia del bambino a cui è stato trapiantato un cuore “guasto” per una catena di errori sconcertante.  Ma questa storia non dovrebbe essere raccontata a Domenica In, con Mara Venier  di azzurro vestita che incalza la madre del bimbo, o a Cartabianca con l’attesa del parere dei medici su un possibile nuovo trapianto. Giustamente Antonio Dipollina, su Repubblica, ha parlato di Vermicino 4.0, con le dirette, gli auricolari, le domande e tutto quello che caratterizza la televisione del dolore. Che ci si auspicava estinta, ma che non è mai scomparsa. 
Però dovrebbe esistere il rispetto. Dovrebbe esserci un freno alla miscela di sofferenza e spettacolo che ci viene proposta quotidianamente, e che è ormai la cifra non solo della televisione, perché anche sui quotidiani, anche sui giornali on line si mischiano la confessione sentimentale di questo o quello e Gaza, la tartaruga che si getta dalla rupe e le dichiarazioni di Nordio. E’ una pappa appiccicosa che rimane piantata nella gola, e non va su né giù, e ci nutre da troppi anni. Non basta spegnere la televisione, per inciso, perché quei video e quelle storie si ripropongono nei social, o via mail persino, o nelle telefonate di chi ti dice “hai visto?”. E non si può essere sempre Walden. 
Però si può essere il Comitato etico media e minori. Perché esporre un bambino o una bambina a questa roba, qualora siano davanti alla televisione, fa malissimo, esattamente come lo faceva, molti anni fa e in prima serata, il Bruno Vespa che si chiedeva “zoccolo o mestolo?” per introdurre la puntata sul delitto di Cogne. E’ sempre quella roba là, un po’ azzimata, un po’ al passo coi tempi. Ma fa sempre orrore.

Anche io ho la mia personale maratona su Umberto Eco, a cui ho guardato fin da ragazza con ammirazione, sperando di imparare almeno un po’ dal suo sapere e dal modo di guardare il mondo. Ho conservato dunque tre interventi, piccoli e grandi, a ritroso nel tempo, che vi ripropongo qui. E noterete quanto ci parlino ancora, e con quanta lucidità.
“Distinguere tra discorsi seri e discorsi frivoli, tra notizia d’ interesse generale e pettegolezzo irrilevante, diventa un dovere etico dei mezzi di massa, al di là di ogni calcolo di “audience”. Può darsi che a un certo punto uno scandalo apparentemente minore, come quello della collana di Maria Antonietta, possa diventare sintomo e forse concausa del crollo di un regime. Sono i casi in cui il pettegolezzo entra nella storia, e saper riconoscere per tempo (e non con troppo e frettoloso anticipo) questi casi, è grande arte e responsabilità giornalistica. Ma guai affidare il servizio a Cagliostro”.
E’ del 1992, e andrebbe letto pensando all’irruzione degli aggiornamenti della cronaca, anche tragica, all’interno di Domenica In.

The Minority Report , il racconto di Dick che parla esattamente di quel che avviene ora, ha la mia età: quest’anno compie settant’anni, ed è stato pubblicato nel 1956 su The Fantastic Universe. La storia è nota: ci sono mutanti, detti precog, che riescono a prevedere il futuro entro un tempo limitato e dunque a individuare i crimini prima che vengano commessi. La polizia predittiva lavora dunque sull’individuazione del potenziale assassino, o criminale, prima che diventi tale: “la punizione non è mai stata un deterrente significativo e difficilmente avrebbe potuto offrire conforto a una vittima già deceduta”.
Quello che forse non è noto a tutti è che la polizia predittiva esiste veramente, almeno dagli anni Zero, in diversi paesi del mondo. Anche in Italia, come racconta Puliafito nel suo articolo su Internazionale, scritto un anno fa.
Perché parlarne oggi? Perché mi è ricapitato fra le mani l’intervento di Philip K. Dick alla Vancouver Science Fiction Convention, nel 1972. Si intitola L’androide e l’umano, e prefigurava già uno stato di polizia. Diceva fra l’altro:
“La società totalitaria immaginata da George Orwell in 1984 dovrebbe essere ormai arrivata. I gadget elettronici sono qui. Il governo è qui, pronto a fare ciò che Orwell aveva previsto. 
Cosa voglio dire? Una cosa banale e una meno: quella banale è che dovremmo dare ascolto alla letteratura fantastica, quando sa parlare, perché dice di noi fatti e incubi che non si sono ancora realizzati. Quella meno banale, ma ripetuta mille volte, e anche ieri, è che quando la letteratura, ma anche il cinema, e l’arte in assoluto, si occupano solo di se stessi, rischiano di perdere una delle possibilità più importanti che sono date ai visionari. Restituire le mutazioni del mondo. Tutto qui.

Loredana Lipperini
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