Il 5 giugno 1989 un ragazzo con un sacchetto in mano attraversò piazza Tienanmen e si fermò davanti a un carro armato. Che rallentò fino a fermarsi. Fu stallo, per un poco. Poi il carro armato provò ad aggirarlo, ma il ragazzo si mise di nuovo davanti al mezzo. Parlarono per un po’, il pilota e lo sconosciuto, poi il ragazzo venne portato via. Non sappiamo da chi, se da altri manifestanti o dalla polizia. Non sappiamo quasi nulla di lui.
Molti anni dopo raccontai ad Andrea Camilleri l’aneddoto di Scerbanenco sulla letteratura: scrivere, diceva, è come mettere la mano davanti alla locomotiva, non la ferma, ma può rallentarne la corsa. E Camilleri: “Sì, ma uguale merito va al guidatore della locomotiva”.
Il pacifismo non è mai solitario. Non c’è mai un io, c’è sempre un noi.

E’ una strana bibliografia disarmata, quella di oggi, ma spero sia utile. Nasce da un incontro di ieri pomeriggio, quando con Luca Cangianti, Alberto Sebastiani, Mazzino Montinari, e altri ci siamo ritrovati a parlare di Valerio Evangelisti. Dello scrittore e dell’uomo, naturalmente, e dell’attivista, ancor più naturalmente. Fra le varie cose dette, una è a parer mio centrale: Valerio Evangelisti ha provato in tutta la sua opera a ribaltare l’immaginario.
Bene, tutto questo avveniva da Scup, alla stazione Tuscolana. Cos’è Scup? Un luogo dove ci si incontra, dove si fa teatro, si ascolta, si fa persino fisioterapia, si fa musica, si fa sport, eccetera. Cultura popolare, in poche parole. E cosa sta per avvenire di Scup?
Verrà sgomberato a ottobre. Perché? Perché sta arrivando un progetto di, uhm, “rigenerazione urbana”. Per ribaltare quell’immaginario, appunto, la bibliografia di oggi vi invita a frequentare Scup, a informarvi e a sostenerli.

Cominciò con la lettura di un articolo. Riguardava un gruppo di studenti arrestati in Portogallo, sotto la dittatura di Salazar, per aver brindato alla libertà. Così l’avvocato inglese Peter Benenson pensò che il disgusto dei lettori che nel mondo leggevano notizie simili poteva diventare qualcosa di più. Era il 1961 e nasceva così Amnesty International: “Quando ho acceso la prima candela di Amnesty avevo in mente un vecchio proverbio cinese: “Meglio accendere una candela che maledire l’oscurità.”
Ps. Continuo? Sì, anche se, tragicamente e prevedibilmente, i media fanno scivolare sempre più in basso le notizie sulla guerra, perché bisogna pur dare ai lettori quel che si presume vogliano: un infanticidio, le ultime nuove su un influencer, il caldo. Continuo perché la realtà e la sua rappresentazione quotidiana divergono ormai da anni, e vale la pena insistere, e ricordare ancora e ancora.

“E’ straordinariamente importante che le autorità religiose di fedi differenti presentino insieme una richiesta di pace, e dimostrino che il dialogo tra popoli di tradizioni, culture, culti diversi è possibile. Lo hanno fatto recentemente al Cairo, lo fanno ora ad Assisi, mi auguro che proseguano, moltiplicando gli sforzi. I capi di chiese, sinagoghe e moschee hanno il compito di spiegare ai loro fedeli che la violenza è sempre malvagia, e che in nessun caso è consentito uccidere in nome di Dio. Bisogna lavorare giorno e notte per far crescere di nuovo la speranza nella pace.”
Così Abraham Yehoshua, oltre vent’anni fa. In tempi più vicini, aveva detto: “Non ho mai visto un giorno di pace, e non sono mai stato così pessimista”.

“Se solo la grandiosità che noi abbiamo volto alla distruzione potesse spingere verso la creazione, se il coraggio che abbiamo dedicato alla guerra potesse essere impiegato per cercare la pace, allora davvero il futuro potrebbe vedere la redenzione dell’uomo invece della sua ulteriore discesa nel caos”. Lo scriveva Vera Brittain, pacifista  inglese. Magari, a volantinare il testo, si rischia. Perché nel nostro codice penale ci sono ancora i reati di vilipendio alla bandiera e di disfattismo politico.

Ma come, proprio Robert Oppenheimer? Il fisico che fu a capo del progetto Manhattan? Uno dei responsabili della realizzazione della bomba atomica, e dunque della distruzione di Hiroshima e Nagasaki? Sì, perché Oppenheimer ha espresso tutte le contraddizioni possibili. Dopo il test nucleare chiamato Trinity, il 16 luglio 1945, disse:
“Sapevamo che il mondo non sarebbe stato più lo stesso. Alcuni risero, altri piansero, i più rimasero in silenzio. Mi ricordai del verso delle scritture Indù, dal Bhagavadgītā: “Adesso sono diventato Morte, il distruttore dei mondi.” Suppongo lo pensammo tutti, in un modo o nell’altro”.
Poco, potreste dire. Invece poco non è: alla fine della seconda guerra mondiale, Oppenheimer si batté in tutti i modi contro la bomba all’idrogeno. Joseph McCarthy non gradì: nel 1954 un’inchiesta lo accusò di simpatie comuniste e gli venne vietato l’accesso ai segreti atomici.
Molto più tardi, un personaggio di Alan Moore dal nome di Dottor Manhattan, dirà: “Dicono di aver lavorato tanto per costruire il paradiso, per poi scoprire che è popolato di orrori! Forse il mondo non viene creato. Forse niente viene creato! Un orologio senza orologiaio. È troppo tardi. È sempre stato… E sarà sempre… Troppo tardi”.
Ma forse no.

La storia piccola e la storia grande coincidono su un punto: l’uso tossico delle parole. A volte lascia il tempo che trova (gli scrittori sono ricchi che dissipano i propri immensi guadagni e poi si fanno pagare dai cittadini poveri, gli scrittori potrebbero andare a lavorare, gli scrittori sono collusi, eccetera). A volte, quando reiterato, provoca disastri.
Wilfred Owen, per la cronaca, si arruolò come molti altri giovani inglesi ispirati da parole tossiche in una guerra che si supponeva veloce e che fu quel che fu. Ricoverato in ospedale per uno shock da granata, conobbe Siegfrid Sassoon, il più celebre tra i War Poets. Che sopravvisse, perché Owen morì durante un’azione di guerra il 1 ottobre 1918.
Ogni parola può contenere un veleno, anche quella che ci sembra ininfluente. Sarebbe bello pensarci ogni volta che si posano le dita su una tastiera, anche se non sarà così.

“Per non dimenticare! Questa pellicola vi viene riproposta in un momento in cui il mondo intero è contro chi ha il timore della guerra. Questa storia venne scritta da chi odiò la guerra perché sapeva per esperienza che è un inferno, non una gloria”. Così il produttore Carl Laemmle presenta “All’Ovest niente di nuovo”, tratto nel 1930 dal romanzo di Remarque. Il protagonista viene interpretato da Lew Ayres, che dopo il successo del film ottiene il ruolo del Dr. Kildare. Amatissimo, sarà obiettore di coscienza nella seconda guerra mondiale, e solo per il timore di perdere popolarità l’esercito americano gli concesse di servire come paramedico in Nuova Guinea.

Come si forma un pensiero nonviolento? Forse, prima ancora dello studio e dei saggi e dell’esempio, dalle storie e dalle immagini. Fragole e sangue. Quel cerchio di studenti che battono le mani a terra, cantando “Give peace a chance”, prima di venir massacrati dalla polizia. Fermo immagine sulle mani alzate del protagonista, invisibile tra manganelli e lacrimogeni. Le note di “The circle game” di Joni Mitchell.
Il libro da cui è tratto il film di Stuart Hagmann è di James Simon Kunen, che nell’introduzione alla nuova edizione (in Italia pubblicata da Sur), dice: “Paradossalmente, da diciottenni che ancora non andavano a votare ci sentivamo di gran lunga più responsabili delle azioni del nostro paese di quanto non ci accada oggi. Prendevamo le cose in modo più personale. Ci sembrava che a bombardare il Vietnam fossimo noi, che fossimo noi a permettere che i meno ammanicati della nostra generazione andassero laggiù a morire. Oggi diciamo che sono i repubblicani ad aver dichiarato una guerra senza quartiere ai poveri e agli inermi.”
Sono passati quasi trent’anni da queste parole.

Nelle pieghe della storia si mosse Ursula Franklin, fisica, naturalizzata canadese. Partecipò al Baby Tooth Survey, che evidenziò la presenza di materiale radioattivo nei denti dei bambini e contribuì a fermare i test nucleare nell’atmosfera. Si batté perché i proventi delle tasse non finanziassero le armi e le guerre. Non riuscì a ottenere una vittoria.
C’è una morale? Non lo so, ma c’è una considerazione da fare: il lieto fine è faccenda da serie televisiva o da film. Esistono storie che terminano con un apparente fallimento: eppure contano ugualmente, perché ci dicono che qualcuno ha tentato, e che vale la pena tentare ancora.

Loredana Lipperini
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