Oggi Chiara Palazzolo avrebbe compiuto 61 anni, se il suo tempo non si fosse fermato il 6 agosto del 2012. Non sembra che siano passati dieci anni, non per chi continua a volerle bene e a rileggere ostinatamente i suoi libri, che avrebbero potuti essere molti di più. Quanti ne avrebbe scritti, mi chiedo, in dieci anni? Forse cinque, perché Chiara non era una scrittrice da un romanzo l’anno. O forse, invece, avrebbe avuto tante di quelle cose da dire che avrebbe accelerato il ritmo. E di cosa avrebbe parlato?
Sarebbe stato bello leggerla ancora. Sarebbe stato bello festeggiare il suo compleanno andando a mangiare, come spesso facevamo, una pizza spessa e ben condita a piazza Barberini e fumare la sigaretta del dopo cena guardando la città. E’ comunque bello ritrovarla nelle pagine che ancora sono disponibili, sperando che lo siano sempre di più.

Ieri sera una commentatrice su Facebook mi chiedeva perché continuare a parlare di aborto. Bene, in effetti non dovrebbe, nel migliore dei mondi possibili, esserci la necessità di discutere sul diritto di decidere se essere madri o meno. Non dovrebbe, ma quel che avviene intorno a noi (Ungheria, Polonia, Stati Uniti) ci ricorda che nessun diritto è acquisito per sempre.
C’è un secondo punto. Non si è mai smesso di interrogarci e discutere su questo,  all’interno dei femminismi, e ogni discussione, anche quando si attesta su posizioni lontanissime, è importante, purché non si vada a scardinare la questione centrale: diritto di scelta, ancora una volta.
Oggi riassumo gli interventi di Lucetta Scaraffia e Elena Stancanelli, sempre su La Stampa.

Uso per un po’ questo blog come memorandum, perché la discussione che si sta sviluppando in questi giorni sull’aborto e su cosa, a proposito di interruzione di gravidanza, pensi la ministra per la famiglia e natalità e pari opportunità non è una scaramuccia, non è un attacco, non è una schermaglia. Riguarda, invece, la conservazione della memoria comune (insieme, ovviamente, a quella che è e resta la tutela di un diritto).
Il riassunto degli interventi di Giulia Siviero, Lea Melandri, Emma Bonino, Bleue Blissett

Dunque, ieri su La Stampa è uscito un mio articolo sulla neoministra per la famiglia, natalità e pari opportunità Eugenia Roccella. Oggi la ministra Roccella mi risponde. L’articolo è sul quotidiano e per correttezza non lo riporto integralmente. Però ho alcune cose da dire. Vado per punti.
Uno su tutti. Non ho mai contestato la possibilità che si possa cambiare, anche radicalmente. Contesto un’affermazione: “le femministe non hanno mai considerato l’aborto un diritto”, che è in contraddizione con quanto viene affermato nel libro. Si cambia idea anche su questo, è legittimo. Ma se cambiare è legittimo, si usa la prima persona singolare. Io, non le femministe. Anche perché è difficilissimo, a meno di non scrivere un saggio (e grazie al cielo c’è chi lo fa) dar conto delle diversità delle posizioni dei movimenti di allora e delle diramazioni che ne sono seguite.

Il direttore dell’ufficio scolastico regionale delle Marche, Marco Ugo Filisetti, è quello che manda letterine agli studenti invitandoli «all’adempimento del dovere con fede, onore, e disciplina», e che in occasione del 25 aprile scrive loro: “”E’ stato un immane conflitto che in particolare ha visto gli italiani fronteggiarsi per le rispettive ragioni, giuste o sbagliate, per i rispettivi sogni, condivisibili o meno, ma di cui tutti si sentivano carichi, dando luogo ad uno scontro marcato dal ferro e dal sangue, che ha diviso, frantumato il nostro popolo”.
Bene, non si limita a questo. Infatti,  ha smantellato quanto nei decenni precedenti era stato costruito nelle Marche nell’ambito della didattica della Storia e dell’Educazione alla Cittadinanza. Da qualche anno nel suo mirino ci sono anche gli istituti della Resistenza e dell’Età Contemporanea.
Posto qui il comunicato, terribile, dell’Istituto provinciale per la storia del movimento di liberazione nelle Marche e dell’età contemporanea di Ascoli Piceno e dell’Istituto Storico di Macerata. A proposito di cominciare, passo passo, a far guai.

Io ho una piccola fortuna, e la tengo cara. Fra le tante mail che ricevo, ci sono quelle, discrete e gentili come chi le invia, di Roberta Dapunt, che scrive poesie bellissime. Poco fa mi ha mandato questa. Pensata, dice, così: “Ieri sera ho letto la notizia della ragazza morta perché picchiata dalle forze dell’ordine in Iran, non voleva cantare insieme al coro l’inno di lode dedicato alla guida suprema Alì Khamenei. Mi tremavano le mani. Le ciocche di capelli nel mondo ormai sono diventate un simbolo di ribellione, e però un simbolo appunto, continuiamo a far sapere”. 
E’ un regalo, e io lo condivido, perché così bisogna fare in questi tempi oscuri.

RUBBIANO SIAMO NOI

Torno su Rubbiano, frazione di Montefortino, Marche. Ci torno perché continuo a pensare che riguardi l’Italia tutta, quello che sta succedendo nel quasi generale silenzio: succede che arrivano i soldi del Pnrr, e che quei soldi verranno usati ufficialmente per rilanciare il territorio, nei fatti per snaturarlo e distruggerlo, con la scusa di valorizzarlo.
Dunque Rubbiano,  frazione di Montefortino in provincia di Fermo: il sindaco Domenico Ciaffaroni, nello scorso dicembre, firma la delibera di esproprio. Via i pollai, le case, i terreni in favore di un progetto da 7 milioni di euro: lo chiamano “sviluppo dell’offerta ricettiva”. In altre parole, un resort per i turisti che vogliono visitare le (meravigliose) Gole dell’Infernaccio. 
Non è il solo amministratore marchigiano a perseguire il “brand dei Sibillini”, che non si riesce a fermare. Qualche mese fa, Mario Di Vito scorreva sbigottito su Il Manifesto i progetti presentati dalla Regione Marche per accedere al Fondo complementare Pnrr Sisma 2009-2016: “due tronconi da 53 e da 50 milioni di euro che prevedono l’installazione nel cratere di quattro impianti sciistici di risalita, un centro termale, un «parco intergenerazionale solidale», piste ciclabili, valorizzazioni varie, hub multimediali e «recuperi a destinazione servizi turistici culturali intercomunali».”
 Ora, riqualificare non dovrebbe significare cacciare chi c’è , ma aiutare a vivere meglio. Invece, questa follia, che peraltro vedrà i famigerati turisti per un mese l’anno, distruggerà quello che c’è. E io vorrei sapere, davvero con il cuore in mano, come faremo a fermarla.

Questo post parte da un fatto molto semplice: dopo due anni e mezzo ho preso il covid, come molte e molti. E come molte e molti, ho scritto due post su Facebook per lamentare la spossatezza. Ci sono state un paio di reazioni indicative: in sostanza, la persona con follower non deve permettersi di parlare pubblicamente della propria fragilità perché sottrae attenzione a chi non ha la stessa attenzione.
Come scrive Philippe Forest:
“La maggior parte degli umani pensa che esista nel mondo una quantità limitata di fortuna. Di qui l’espressione di contentezza che passa sul loro volto quando vedono un morente. Credono che il morente, con la sua disgrazia, liberi così la parte di fortuna che gli era riservata e che questa possa reintegrare il totale a disposizione dei vivi”.
C’è qualcosa di molto antico in queste reazioni. E qualcosa di nuovo che va studiato. A quel nuovo mi sottraggo, da questo momento. Chi vuole sapere come sto, mi telefoni e mi scriva. Ai social, e ai suoi mostri, non darò più nulla di me.

Oggi cedo la parola. Perché tutte le discussioni fatte fin qui sulla nostra contemporaneità hanno una lunghissima storia alle spalle: il concetto stesso di coraggio, e di come si applica, e di cosa, in alcuni casi, va a sottintendere. L’idea stessa di eroe cambia quando Tolkien dà il giusto significato a una parola, e quella parola è ofermod. Non audacia, ma orgoglio. Vale la pena, allora, rileggere quello che Wu Ming 4, ormai dodici anni fa, raccontò in L’eroe imperfetto. E farne tesoro, proprio ora.

Perché tornare alla bibliografia disarmata? Perché le cose peggiorano. Gli umori, soprattutto peggiorano. I sentimenti. Già, parlare di sentimenti pare cosa piccola, ininfluente. Ieri, sulla scia di un post di Nicola Lagioia che parlava, pensate un po’, di amore, e di smarrimento davanti all’allucinazione quotidiana che mette in prima pagina la crescente minaccia nucleare insieme alle prove libere della Ferrari e a qualche divorzio di star, abbiamo provato a discutere proprio di questo. Angoscia, sconcerto per quello che sembrava un incubo del passato e torna a incalzarci nel presente: ma soprattutto la “naturalezza” con cui lo accogliamo.
Dovremmo parlarne. Ma non di geopolitica for dummies (quella va lasciata a chi la sa fare, non ai giocatori di Risiko).  Dovremmo parlare proprio di questa perdita di centro, di questa assuefazione, di quella che sembra euforia  nel bollare come infami i discorsi di pace.
Non sto parlando di quello che avviene in Ucraina: sto parlando di noi, non fosse chiaro. Di come stiamo cambiando. Di come continuiamo a contrapporci. Gli amici contro gli amici, senza chiaroscuri. Stati di allucinazione, sì: ma riconosciamoli, ma fermiamoli, se siamo in tempo.
Per la cronaca. Quella che riporto nel post è la parte finale del discorso che Gabriele D’Annunzio tenne a Quarto il 5 maggio 1915. Quello che incendiò gli animi all’interventismo. Quello che costò 17 milioni di morti.

Loredana Lipperini
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