In poche parole, la notizia è questa. Una radio pubblica regionale polacca, Off Radio Kraków, licenzia i suoi conduttori e li sostituisce con Emi, Kuba e Alex, giovani e ammalianti speaker che si rivolgono alle nuove generazioni. E che non esistono, ma sono creati dall’intelligenza artificiale.
Oggi però ci torna il New York Times, raccontando la rabbia di uno dei conduttori licenziati, Lukasz Zaleski, dopo lo scoop dell’emittente: nientemeno che un’intervista a Wislawa Szymborska, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 1996. Molto convincente, a quanto pare: anche se la poetessa è morta nel 2012.
Si dirà che molti lo sanno: ma non ci conto troppo, se penso alle volte in cui è stata fatta ri-morire Doris Lessing sui social. Né siamo nel campo delle interviste impossibili: perché in quel caso il gioco è dichiarato e l’intervistato è interpretato da un attore o un’attrice. Certo, si annunciano bis: come la nuova intervista col morto, Jozef Pilsudski, il leader della Polonia nei primi anni del Novecento.
Bene, ma si può fare?
Tutti gli anni qualcuno ha qualcosa da dire contro Halloween.
A mia memoria cominciò davvero molto tempo fa, e lo ricordo perché ne parlai a Lampi. Sul Corriere della Sera del 2 novembre 1998 venne pubblicato un editoriale di Ernesto Galli della Loggia titolato “Feste, fantasmi e zucche vuote”.
Lo scorso anno, oltre ai parroci seccati dal rito satanico, fu Stefano Massini a condannare il rito.
Ma come ogni anno tocca ricordare che Halloween, l’antica Samhain (non è un prodotto d’importazione: basterebbe leggere i libri di Eraldo Baldini sull’argomento, o persino googlare, per saperlo), è esattamente il momento in cui da sempre, con guerre e carestie in corso, prendiamo atto di quel che siamo: donne e uomini che danzano in un cono di luce, circondati dalle tenebre.
Io sarò a Lucca, stanotte, anche se non ho l’età e un po’ mi preoccupo. Domattina alle 10 presento il Segno del Comando all’Auditorium di San Girolamo, ed è un modo di attraversare la notte, no?
A lunedì.
Dunque, da oggi Il segno del comando è in libreria (e negli store digitali) ed è insieme lontano e fedele all’originale (stessa ambientazione, stesso tempo – una manciata di giorni di fine marzo 1971- stessi personaggi o quasi). Ma il lavoro di riscrittura che ho fatto trasforma quei personaggi in altro: a quelli già presenti fornisce una storia e una motivazione, alcuni vengono modificati, altri sono nuovissimi.
Per usare una definizione datami da un caro amico che lo sta leggendo, lo sceneggiato è in bianco e nero, il romanzo è a colori.
Perché c’è la cronaca di quegli anni, sullo sfondo e a volte in primo piano, e ci sono gli scrittori e i ribelli e le sognatrici e studiose che si aggiravano per Roma esattamente negli stessi giorni in cui il professor Forster si smarrisce nella città, ammaliato come fu il suo Byron, di cui spesso riprende e cita versi e sensazioni.
Il mio Forster, dunque, ha qualcosa di Sir Gawain, e comprende del femminile molto più del suo originale: mi interessava creare un eroe imperfetto (cit.) pieno di dubbi e ripensamenti, che attraverso la poesia che tanto ama arriva infine a capire che la realtà non è solo quella che si vede e si tocca. E che le donne possono insegnargli molto.
La mia Barbara ha “Sputiamo su Hegel” in borsa, e non poteva che essere così, nell’anno appena precedente alla grande manifestazione femminista del 1972 a Campo de’ Fiori.
Quanto a Lucia, e al finale, non dico nulla, perché il gioco si può svelare fino a un certo punto.
E’ un gioco? Un esperimento? E’ un romanzo, che spesso somiglia al gioco e a volte sperimenta strade ibride come questa.
Tutto vostro, da oggi, e speriamo che amiate leggerlo come io ho amato scriverlo.
L’ho scritto per L’Espresso qualche settimana fa. Ripensando, oggi, al Ministero della Cultura, lo posto qui.
“Se abbiamo una gloria nazionale, questa è l’opera buffa, che peraltro nasce con l’intento di avvicinare i nobili personaggi della lirica agli spettatori comuni. Ci è riuscita talmente bene che alla fine di una settimana dove un Ministero della nostra Repubblica è diventato oggetto di meme e parodie, il paragone che salta alla mente è quello con Despina. Appare in Così fan tutte, musica di Mozart, libretto di Lorenzo Da Ponte: è un’astuta servetta che, un po’ per noia e un po’ per soldi, accetta di celebrare un matrimonio finto vestita da notaio. Viene scoperta, ma mente meravigliosamente, dicendo che si era solo mascherata per un ballo, e gorgheggia: “Una furba che m’agguagli, dove mai si troverà?”.
Perché va bene inarcare tutte e due le sopracciglia per il trascorso neofascista di Alessandro Giuli, ma, per usare un’espediente che all’opera buffa è caro, bisognerebbe anche dare un’occhiata al catalogo dei ministri della cultura del passato.
Sandro Bondi, per esempio. Pochi, credo, dimenticano la sua poesia A Silvio (Berlusconi): “Vita assaporata/Vita preceduta/Vita inseguita/Vita amata” (e qui ci fermiamo, perché neanche i Vogon di Guida galattica per gli autostoppisti, che sterminavano i nemici con i loro orridi versi, resisterebbero a tanto). Ma molti hanno dimenticato il crollo della Domus dei Gladiatori a Pompei (che evidentemente è fatale ai ministri della cultura) nel 2010, per piogge, e mancati investimenti dovuti al taglio, due anni prima, di oltre un miliardo di euro.
Segue.
C’è un Festival a Roma per cui bisognerebbe ogni giorno ringraziare: è InQuiete, che nasce nel 2017, e sembra ieri. A InQuiete ci si incontra. E noi abbiamo bisogno di questo.
I tempi sono sempre più stretti. Soprattutto dopo la pandemia. So che tendiamo a non parlarne più, come se non fosse mai avvenuta, ma portiamo addosso tutti i segni di quel trauma. Siamo stanchi, tristi, inquieti (appunto), dormiamo male, ci svegliamo all’alba, ci intorpidiamo in serate alcoliche o televisive, usciamo con circospezione, scalpitiamo, non ci ricordiamo quasi com’era prima, e prima era quattro anni e mezzo fa, soltanto quattro anni e passata la scarica di adrenalina dei primi mesi del 2020 ci siamo lasciati alle spalle tutto o quasi.
Non siamo felici, quasi mai.
Ma le cose finiscono. Finiscono certamente anche se non sappiamo quando, e tutti noi vorremmo, di certo, essere già in avanti, essere ai tempi in cui l’Associazione Storica di Studi Gileadiani, presieduta dalla Prof.ssa Maryann Crescent Moon, si riunisce a convegno per raccontare qualcosa che è diventato, appunto, storia.
Far finire il trauma della solitudine è possibile attraverso due cose: gli incontri e le storie. InQuiete permette entrambe. Certo, ci vorrà ancora tempo, ma almeno le basi vengono poste.
Ieri sono successe alcune cose: una in apparenza ininfluente, l’altra meno, e tutte e due riguardano la cultura e quello che noi intendiamo per cultura.
La prima: lo sbigottimento di alcuni perché in Cose (molto) preziose si è parlato (anche) di Twilight, ed è interessante notare come l’osservazione delle predilezioni di lettura delle ragazze (e dei ragazzi) sia “aria fritta”, e non una parte importante del discorso culturale, come Umberto Eco sostenne sessant’anni fa in Apocalittici e Integrati, e sembra che quei sessant’anni siano passati invano.
Cosa ha a che vedere questo (vecchio) discorso con il ministero della Cultura e il gran pasticcio di queste ore? Sul pasticcio non mi soffermo, perché pur interessandomi alla cultura popolare non sono particolarmente attratta da questo genere di intrattenimento fatto di amanti e rivelazioni sensazionali. Mi interessa, invece, capire cosa si intende per cultura, in assoluto. Da parte di questo governo e pure di quelli precedenti, già che ci siamo.
La discussione sulla Gpa e sul “reato universale”, come è immaginabile, è andata avanti e purtroppo ha spesso raggiunto toni molto duri, e divisivi. Come ho scritto qualche giorno fa, l’argomento è complesso e difficile ed è inevitabile che le posizioni siano diverse: ripeto che molte mie amiche care sono su posizioni lontane dalla mia, e ci sta, e non per questo smettono di essere mie amiche, grazie alla dea, e non per questo smetto di amarle e di stimarle.
Però c’è un’argomentazione che non mi piace affatto, e che respingo: l’idea che si possano bollare le donne che hanno posizioni diverse, o giustamente contraddittorie e incerte, come “false femministe”. Questo, a mio parere, è intollerabile: perché vorrei tanto sapere come si prende la patente di femminista, e se bisogna superare un esame di teoria e come e dove, o se funziona come la psicostasia dell’antico Egitto, quando Anubi pesa il cuore del defunto sulla bilancia e decide dove mandare la sua anima.
Ma ci sono molti altri modi di intervenire. Ho ricevuto ieri una mail di Marzia Bisognin. E’ una doula, è cofondatrice del Melograno di Bologna, che unisce operatrici con diverse competenze per accompagnare il tempo dei 1000 Giorni: dalla gravidanza ai primissimi anni di vita dei bambini e delle bambine. E trovo bello, giusto e aperto il loro intervento. Leggetelo.
Ogni tanto lo faccio: vado a sbirciare fra i commenti alla pagina di Giorgia Meloni per capire chi sono quelli che esultano “vai avanti così”. E non trovo uno straccio di motivazione, solo foto di tramonti e ghepardi (che male avranno fatto, poi, i ghepardi?), meme sparsi contro Boldrini (ancora), immagini dei nipotini (ci sono molti miei coetanei e oltre tra i plaudenti), corsi di karate (che male avrà fatto il karate?) e qualche richiesta di riforma della giustizia. Fra tutte le richieste possibili, proprio quella.
D’accordo, Facebook non è un buon terreno di studio. Io però vorrei sapere qualcosa di più sull’elettorato di Meloni e di questo governo. Perché dev’essere un elettorato faticosissimo da tenere a bada, a giudicare dai provvedimenti presi e rivolti a suo uso e consumo.
Il pasticciaccio sui migranti da trasferire in Albania? L’elettorato vuole che difendiamo i confini (difendere i confini, già, hanno detto proprio così). Gpa reato universale? L’invito di Roccella ai medici di fare la spia? L’elettorato vuole una famiglia “normale”, non queste degenerazioni. E poi dobbiamo difendere i bambini (il fatto che abbiano dimezzato gli asili nido è ininfluente). Il decreto anti-rave, quello anti-cannabis e tutti gli altri? L’elettorato vuole essere sicuro.
Dunque io vorrei tanto sapere se questo benedetto elettorato di Meloni è contento così o non chiede, che so, accesso alla sanità pubblica, lavoro, possibilità di affittare una casa senza fingersi un pellegrino del Giubileo che intende restare a Roma il più a lungo possibile, mezzi pubblici efficienti, verde pubblico, asili e insomma tutto quello che si dovrebbe chiedere allo Stato.
D’accordo, veniamo da anni velenosi e i pozzi esondano, insieme a tutto il resto. Ma questa continua messa in scena che non corrisponde ai fatti, a chi è rivolta?
La Buchmesse di Francoforte e l’Italia paese ospite, tra Carosone e ‘O sole mio. Come scrive Paolo Rumiz, “”Non era solo un inconveniente. Era percepibile ovunque nello spazio centrale offerto al mio Paese, ospite d’onore della rassegna, una rappresentazione tendenzialmente da cartolina, un’ambientazione sonora che lasciava poco spazio alla forza della parola nuda. Il tutto con la preoccupazione di riempire gli intervalli tra gli incontri con mandolinate o musiche vagamente sedative, stile sala d’aspetto di un dentista o comunque tali da evitare, con motivi nazional-popolari, eccessivi acuti intellettualistici nei conferenzieri”.
E’ una questione di competenza di chi ha lavorato (male, malissimo, anche prima di Mazza) a uno degli appuntamenti più importanti per la nostra editoria e la nostra cultura? Sì, anche. Ma secondo me entra in ballo anche il concetto stesso di cultura secondo questo governo: perché fin qui, dai tempi del non compianto Sangiuliano, hanno parlato spesso e volentieri di “egemonia culturale” della sinistra senza tirar fuori uno straccio di progetto. Cosa sia l’editoria italiana, cosa si muova nei libri italiani, forse non lo sanno neanche (ma forse non lo sapevano neanche prima). E non danno alla cultura e alla letteratura in particolare il ruolo che si prende anche suo malgrado: raccontare il mondo, raccontare il sentimento del tempo, anche.
In sostanza: chi ha organizzato e pensato la nostra presenza alla Fiera ha immaginato un invito ad amare l’Italia perché è il paese dove fioriscono i limoni eccetera. I limoni fioriscono pure, tra un diluvio e l’altro: ma c’è molto altro da raccontare. Ancora una volta, volendolo fare. Peccato.
Secondo me, nella discussione di questi giorni sulla Gpa, non dovremmo perdere di vista due cose importanti.
La prima, come anche altri hanno scritto, è che questa è una legge-manifesto, fatta per tener buono l’elettorato di Meloni, esattamente come i decreti anti-rave o anti-cannabis light, o la parte del ddl sicurezza contro le borseggiatrici incinte e i manifestanti. Leggi che servono solo a scoprire i denti e a dire “stiamo lavorando per voi”. Cosa non vera, evidentemente: il dramma è che l’elettorato in questione la scambia per reale e applaude all’illusione.
La seconda è quella che riguarda la discussione nei femminismi, che sul punto si esprimono in modo (giustamente) non unitario. In questi giorni, molte delle mie amiche sono su posizioni opposte alla mia e a quella di altre mie amiche: ma questo è giusto e importante. Perché la forza dell’unione, o sorellanza se vogliamo chiamarla così, è esattamente qui: riuscire a discutere anche partendo da convinzioni diversissime.
Non è certo questa la malattia del drago di cui ho parlato nel mio articolo per Vogue Italia: quella, semmai, ha colpito e non da oggi una parte piccola ma visibile dei femminismi stessi che si intesta una battaglia non tanto per convinzione, o almeno così credo, ma per continuare a esercitare un potere. Chi non gradisce la citazione da Tolkien forse amerà quella di Borges, da La muraglia e i libri: “Lessi giorni addietro che l’uomo che ordinò l’edificazione della quasi infinita muraglia cinese fu quel primo imperatore, Shi Huang Ti, che dispose anche che venissero dati alle fiamme tutti i libri scritti prima di lui”.
