STATI GENERALI DELL’IMMAGINAZIONE: CECILIA LAVOPA, BLOGGER E SCRITTRICE (E LE MIE RISERVE, PERO’)

Mentre là fuori si consumano narrazioni davvero epiche (vendette e ripicche e tutto quel che è stato raccontato nei millenni, ma nel mondo piccolo della politica) pubblico ancora un intervento dagli Stati Generali dell’Immaginazione. E’ di Cecilia Lavopa, blogger di Contorni di Noir e a sua volta scrittrice.
Però devo premettere che non sono d’accordo su diversi passaggi, ma dal momento che non voglio condizionare la lettura, metto in fondo le mie considerazioni.

“La letteratura è malata. Gravemente.
Abbiamo provato a iniettarle fiducia, l’abbiamo messa a dieta con un lessico impoverito, le tastiamo il polso a ogni piè sospinto sulle vendite.
Le abbiamo perfino tolto i generi, per non incasellarla, ma forse è andata ancor più in confusione.
Ha la pressione bassa, non si regge in piedi, la imbottiamo di integratori quali fascette altisonanti, premi che ormai non hanno più la credibilità di una volta.
Si creano consulti tra luminari per cambiare la cura, ma il risultato non cambia.
La letteratura non ne vuole sapere, quasi fosse ella stessa a volersi ridimensionare, ad auto infliggersi colpe che in realtà non vede.
Ma chi è il vero colpevole? È forse l’editore, che non vuole cambiare strategie, cercando di limitare quelle che potrebbero essere le complicanze di una mancata vendita?
O è lo scrittore, che si adatta alle esigenze di un mercato sempre più alla ricerca di letture meno impegnative?
O, scendendo ancora nella scala gerarchica, il lettore, stanco di essere messo di fronte alle varie denunce sociali, cercando invece i finali consolatori?
Quando eravamo piccoli e i nostri genitori ci raccontavano le favole, eravamo convinti che il Male, alla fine, sarebbe stato sconfitto. Che il bene vince su tutto e che il cattivo finisce sempre per soccombere. Per salvare l’anima innocente di un bambino. Crescendo, lo stesso bambino fa i conti con una realtà completamente diversa e, in qualche modo, il nostro subconscio cerca ancora quel lato infantile che ci convinca che tutto va bene. Almeno nei libri.

Ci sono autori, e parlo nello specifico del genere che io seguo (noir, thriller e giallo), che per andare contro corrente hanno rischiato in proprio, cercando di argomentare attraverso i loro romanzi una corrente politica pericolosa, una situazione critica, una criminalità latente e una polizia latitante.
Penso ad Augusto De Angelis, scrittore e giornalista italiano, attivo soprattutto durante gli anni del fascismo.
Non poté godere a lungo del buon successo dei suoi scritti per la censura del regime fascista impose il sequestro dei romanzi polizieschi nonché la chiusura della famosa collana dei gialli Mondadori. Per alcuni suoi articoli fu arrestato e carcerato, venne anche brutalmente aggredito e morì pochi giorni dopo il pestaggio.
Penso anche a Giorgio Scerbanenco, scrittore versatile e prolifico, tuttora considerato uno tra gli scrittori più importanti del giallo e del noir. I suoi romanzi rivelavano uno spaccato duro e spietato degli anni sessanta, nei quali l’Italia rivelava un volto antitetico rispetto al boom economico che voleva invece trasmettere forzatamente un’immagine di benessere.
Ci prova Loriano Macchiavelli, capace da un lato di farci sorridere con il suo personaggio storico Sarti Antonio, agente, ma che attraverso una scrittura affilata ci propone in questi ultimi anni romanzi disturbanti, che ci dà uno schiaffo per farci risvegliare da un torpore che dura ormai da troppo tempo, il quale spezza forse il patto con il lettore ma rispetta la coerenza di un periodo storico che sembra non avere mai fine.

Non ultimi, ci provano le scrittrici e gli scrittori in parte presenti a questo incontro.
Ci sono stati parecchi autori di gialli censurati o contestati:
Agatha Christie: Le opere vennero pesantemente riviste durante il fascismo per eliminare scene cruente. Più recentemente, le sue opere sono state revisionate per rimuovere termini discriminatori o razziali ritenuti inappropriati.
Arthur Conan Doyle: Alcune avventure di Sherlock Holmes furono censurate in vari periodi storici per presunti contenuti controversi.
Raymond Chandler e Dashiell Hammett: autori hardboiled spesso osteggiati per la loro rappresentazione cruda e cinica della società.
E vogliamo parlare di George Orwell? Ha creato delle opere iconiche di cui si parla ancora oggi. Un autore che, in fondo, al di là del suo orientamento politico, si opponeva con tenacia e ardore a tutte le forme di autoritarismo, oligarchia e manipolazione o abolizione della verità che si mascherassero da partito politico.
Autori che hanno fatto la differenza, nella storia della letteratura. E potrei andare avanti, penso a Steinbeck e al suo bellissimo romanzo,  “Furore”. Anche lui aspramente criticato per come ha narrato dell’America durante la Grande depressione.

Ma i libri non dovrebbero porre degli interrogativi, mi e vi chiedo? Siamo nell’epoca del politically correct, che ha sì l’intento di agevolare l’integrazione e l’inclusione, ma che rischia di essere divisivo se non addirittura respingente.
Siamo in una fase nella quale gli scrittori sono legati a doppio filo – e per carità, ci mancherebbe – a un editore che impone i dettami di una storia, perché sa che quella trama sicuramente troverà un gradimento dei lettori.
Inoltre, siamo in un periodo nel quale sempre più autori si auto-pubblicano evitando i passaggi farraginosi e burocratici che l’editoria impone. Ma non si arriverà a un ulteriore impoverimento della scrittura? Eppure, sempre più autrici e autori anche stimati e accreditati ne fanno uso. Ma sono gli scrittori, aspiranti o meno, che non hanno voglia di seguire l’iter editoriale, o è l’editoria che, subissata dalle richieste, preferisce rimanere nella sua comfort zone di pubblicazioni? È una scelta vincente? Non mi pare che i numeri siano confortanti in ogni caso.

Riprendo le parole di Walter Siti, scrittore e critico letterario, che in una intervista disse:

“C’è un assottigliamento del tempo lungo della riflessione che trasforma la qualità in quantità. Si sta perdendo il senso di una letteratura disinteressata, in cui l’unico criterio sia talento di chi racconta per il piacere o il bisogno di raccontare. Insomma, si guarda ai testi come prodotti commerciali, che siano scritti o no dalla “persona scrittore”. Lo scrittore, eventualmente, può funzionare come testimonial della propria opera, e se è interessante, belloccio, stravagante è ancora meglio. Il mercato ha preso totalmente possesso della letteratura, svanita come istituzione autonoma.”

E veniamo alla critica: sempre più di frequente nascono i content creator o i digital creator, quelli che una volta erano influencer, presumo. Persone che guadagnano dai contenuti digitali che postano sui social, inserendo i commenti su questo o quel romanzo. Hanno migliaia, o centinaia di migliaia, di follower che spesso non sono reali. Ma fanno numero.
Questi numeri annebbiano l’editore, vincolato dalle statistiche, la scrittrice o lo scrittore, che immaginano che quei contenuti verranno visti da numerose persone; e il lettore, che avrà una visione distorta e fuorviante di quelli che sono i siti cosiddetti “specializzati” rispetto a quelli che con pazienza portano avanti una passione gratuitamente. E questo lo sottolineo.
Per una come me, che prova a portare avanti da più di quindici anni un certo tipo di critica, che però non ha gli stessi numeri, che non mostra la copertina di un libro mettendo la musichetta e un’immagine ammiccante, che crede nella narrativa popolare e politica trasmessa attraverso i thriller e i noir, che cerca di contribuire nel produrre una critica al romanzo di genere, fa la differenza.

Hanno ancora un valore le recensioni? Come vengono recepite? Come veicolo pubblicitario o come ricognizione critica di quello che gli scrittori e gli editori producono?
Attraverso il mio blog, voglio che le recensioni siano più articolate e strutturate possibile, non semplici opinioni, ma commenti critici da cui estrarre dove sta andando il genere, quali temi, quali dinamiche sono importanti per chi scrive e poi per chi legge.
Cerco di essere la cassa di risonanza di quegli autori che ancora si cimentano a scuotere attraverso la loro scrittura, provo a fare rumore a mia volta richiamando l’attenzione sulle problematiche di un Paese sempre più alla deriva, ma costantemente pronto a deviare l’attenzione, a incantarci come un pifferaio magico, seguito da chi non si vuole sentire parte del problema.

Il noir è un genere politico e dove va il noir e il thriller è un ottimo indicatore non tanto del gusto ma dell’immaginario di una società. Quali ansie collettive svolge il genere?
Cosa succederebbe se quei pochi facenti parte della (chiamiamola) Resistenza, a un certo punto capitolassero, smettessero di far sentire la propria voce, arrendendosi a un’indifferenza dilagante, a una superficialità imperante, ad adeguarsi proponendo libri di distrazione di massa. Cosa succederebbe?
Questo è il terzo incontro al quale partecipiamo e gli intenti sono nobili e coraggiosi. Soverchiare un sistema fossilizzato ormai da troppo tempo. Di proporre uno stile, un modus operandi, di aprire un varco, una breccia, uno spiraglio verso qualcosa che ha ancora dei contorni non definiti.
Se però c’è chi volutamente non partecipa, chi fa finta di non vedere, di non sentire, di essere accomodante, di proseguire attraverso un percorso di piume e cuscini che attutiscono gli urti, che non scuotono ma accolgono, che non gridano ma sussurrano, tutto ciò che cerchiamo di cambiare sarà solo un bellissimo sogno.”

Cecilia Lavopa

Riprendo la parola come Lipperatura ed elenco  i punti che mi lasciano perplessa:
– i generi. Non mi sembra affatto che siano stati “tolti”. Anzi, resistono e semmai se ne creano di nuovi. Ma continuo a pensare che i generi siano una categoria novecentesca, e che oggi ne abbiamo molto meno bisogno di un tempo. E mi mancano moltissimo Antonio Caronia e Valerio Evangelisti, quando ammonivano che a volte sventolare la bandiera di appartenenza a un genere significa chiudersi in un fortino. Parere mio.
–  i lettori e le lettrici. Tutta questa ricerca del finale consolatorio io non la vedo, se si esclude il romance che prevede quel tipo di finale, sempre o quasi sempre. Nè mi sembra che chi legge ricusi i romanzi politici. A darglieli, ovvio.
– il politically correct. Ammetto che sono diventata pesantemente allergica a questa definizione, ma in tutta onestà non mi pare proprio che gli autori si autoimbavaglino in nome dell’inclusività (e quanto di più bisognerebbe discutere sul punto), così come non mi pare che ci sia una folla di editori che “impone” di scrivere un certo testo. Certo che ci sono, ma c’è anche molto altro: e forse frequento brutta gente che magari vende tre copie, ma scrive esattamente quello che desidera. Insomma, messa così è troppo facile.
– l’autopubblicazione. Non è giusto, secondo me, ridurre l’autopubblicazione alla pigrizia di saltare l’iter editoriale. E’ un fenomeno molto più complesso di così e merita non un post, ma almeno una decina.
– la critica. Anche qui, non tutti e tutte coloro che usano i social per recensire sono sciocchini che fluttuano fra le musichette e gli unicorni. Anche se, come scriveva ieri Raffaella Garruccio, gli editori dovrebbero smettere di contare i follower di chi pubblicano: su questo siamo d’accordo, sulla generalizzazione meno.
– il giallo e il noir. Non è che basti scriverne per essere resistenti: nessun genere è uno scudo, nessun genere assolve. Assolve una sola cosa: scrivere libri “onesti”, in cui si crede  anche se gli altri non ne sono toccati.
Comunque sia, non detengo verità alcuna. Leggo, ospito, rifletto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto