STATI GENERALI DELL’IMMAGINAZIONE: SILVIA GOLA DI REDACTA E COME FARE SINDACATO

Questo è un intervento a cui tengo molto: agli Stati Generali dell’Immaginazione è infatti intervenuta Silvia Gola di Redacta, e ci ricorda che senza unirsi, organizzarsi, entrare in conflitto non c’è lavoro dignitoso. E tutto quanto attiene ai libri è lavoro: fare sindacato, fare gruppo, fare anima. Quella che le macchine, anche quando sognano pecore elettriche, non hanno.

 

““Oggi, 14 marzo, dura da cinque giorni lo sciopero della logistica, con sit-in all’ingresso della #Emmelibri di Carpiano. Col sostegno dei SI Cobas le lavoratrici in protesta rivendicano premio di risultato, di presenza, aumento dei ticket.”

Ovvero: là fuori, ci si organizza, si sciopera. Là fuori si è capito che senza conflitto non può esserci lavoro dignitoso – e questo, nei posti al sole dell’editoria, è ancora molto, se non tutto, da conquistare.

Io mi chiamo Silvia e faccio parte di Redacta, la sezione di Acta che dal 2019 rappresenta un punto di convergenza, fisico e simbolico, per chi lavora con i libri. Editor, redattrici, impaginatori, correttrici di bozze: figure diverse, spesso isolate e messe in competizione tra loro, che abbiamo provato a rimettere insieme. Non per cancellare le differenze, ma per evitare la trappola del corporativismo, che è uno dei motivi che ci impedisce di riconoscerci come parte dello stesso mercato.

Redacta è nata per gli stessi motivi per cui oggi vengono ideate giornate come quella di oggi: guardarsi negli occhi e riconoscere una verità elementare ma sovversiva – non siamo soli. Ma per arrivarci bisogna smontare un racconto tossico, o forse due: quello dell’eccezionalità del lavoro editoriale – la passione, il prestigio simbolico, l’idea di “lavorare con i libri” come privilegio – e l’eccezionalità della propria condizione. È stato bello, e soprattutto liberatorio, riunione dopo riunione, scoprire che non eravamo casi isolati ma ripetizioni dentro un sistema: compensi al ribasso, tempi compressi, lavoro pagato a forfait senza alcun riferimento reale alle ore impiegate, minime possibilità di contrattazione, contratti vaghi o inesistenti.
E poi la solitudine; il lavoro editoriale è strutturalmente isolato: si lavora da casa, spesso in condizioni materiali precarie, oppure in coworking che diventano un costo aggiuntivo se si aggiungono a un canone d’affitto o alla rata di un mutuo. Questa solitudine non è solo emotiva, ma è una vera e propria condizione produttiva che impedisce l’organizzazione. Senza confronto non si costruiscono soglie e paletti, e senza soglie e paletti non si costruisce rivendicazione.
Per questo dal 2019 abbiamo iniziato a incontrarci e non abbiamo più smesso: lo abbiamo fatto (e lo facciamo) a Milano, Torino, Bologna, Roma, Firenze, Napoli. La rete si è via via allargata, e con essa la consapevolezza che il problema non è individuale ma di carattere generale.
Abbiamo iniziato a raccogliere dati con un primo sondaggio tra il 2019 e il 2020 perché, per rompere l’isolamento, è essenziale rendere visibile e condiviso ciò che il mercato tiene nascosto: i compensi, le condizioni, i contratti. I numeri, anche se solitamente ci fregiamo di lavorare “con le parole”.

Nel 2023 abbiamo sentito l’esigenza di aggiornare i dati che avevamo a disposizione e, nel nostro secondo sondaggio, abbiamo allargato lo sguardo a tutta la filiera, dagli stagisti alle autrici. Se volete consultarlo, c’è il report completo online, ma qua oggi io vorrei darvi un solo dato che non ha bisogno di commento: 17.660 euro. Questo è il reddito mediano netto annuo di chi lavora principalmente o unicamente in editoria: non è un’eccezione, è la norma.
Contestualmente all’uscita dei dati del sondaggio, sempre nel 2024 abbiamo resi pubblici (e gratuiti) due strumenti concreti di lotta: una Guida ai compensi dignitosi, per ridefinire il valore delle maggiori lavorazioni editoriale partendo dal tempo necessario per svolgerle, includendo lavoro invisibile, extra, tempi morti, fiscalità, sostenibilità della vita. E poi il Redalgoritmo, che prova a tradurre questa logica in uno strumento operativo sia per calcolare “Quanto ti offrono” ma pure “Quanto mi faccio pagare stavolta?”.

Fare sindacato in questo settore significa proprio questo: costruire riferimenti laddove non esistono, rompere l’opacità, creare (nuovi) linguaggi comuni. In un contesto frammentato, individualizzato, dove ogni rapporto è negoziato singolarmente e quindi sempre in posizione di debolezza. Fare sindacato in questo settore significa mettere sotto sforzo l’immaginazione, che poi è la parola che fa da fil rouge a questa mattinata. Immaginazione come capacità di inventare forme di organizzazione adeguate a un settore che sfugge ai modelli tradizionali, immaginazione come strumento di lotta.
Le nostre parole d’ordine – soldi, organizzazione, diritti – sono ancora oggi un tabù nell’editoria. Perché nominare il denaro rompe la pacificata retorica della passione; parlare di organizzazione rompe l’individualismo, necessario a sfamare il sistema; parlare di diritti rompe l’arbitrarietà. E poi, “sindacato” – lo scandalo per antonomasia perché richiama il conflitto in un settore dove tutto sembra essere accettato tranne che la gente immagini, produca, agisca conflitto.

Ma dove c’è lavoro, prima o poi deve emergere anche il conflitto, deve essere invocato la possibilità di. E la professione autoriale è, a tutti gli effetti, lavoro: dirlo non è scontato, perché il vostro è il lavoro più facilmente esposto a mistificazioni – vocazione, talento, occasioni di visibilità – sia da parte di chi lo sfrutta sia da parte di chi lo svolge. Ma dietro c’è produzione di valore, e quindi deve esserci reddito.
Nel nostro sondaggio, abbiamo raccolto qualche dato sulle figure autoriali, dati che mostrano una situazione di grande fragilità, come per esempio: nel 72% dei casi non sono previste royalties. Questo accade nonostante la nuova legge sul diritto d’autore (d.lgs. 177/2021) stabilisca che le figure autoriali hanno diritto a una remunerazione “adeguata e proporzionata al valore dei diritti concessi in licenza o trasferiti, nonché commisurata ai ricavi che derivano dal loro sfruttamento”.

O, ancora: a quasi la metà di chi ha risposto è stata proposta una cessione totale (vale a dire anche i diritti secondari) o indefinita nel tempo dei diritti di sfruttamento del lavoro autoriale. Nessuna di queste fattispecie è compatibile con la legge sul diritto d’autore: la durata massima della cessione è 20 anni, e una cessione totale rende impossibile una remunerazione adeguata e proporzionata ai ricavi dell’opera.

Queste pratiche continuano, proprio perché manca una forza collettiva in grado di contrastarle.

Ma cosa possono fare autori e autrici? Prima di tutto, uscire dall’isolamento: non esiste alcuna strategia individuale che possa compensare uno squilibrio strutturale. C’è un grande bisogno di costruire relazioni, condividere informazioni, confrontare contratti; oggi è una delle tante occasioni buone da sfruttare, ed è sempre meglio incontrarsi dal vivo, ma bisogna continuare a vedersi non sporadicamente, fare riunioni, creare gruppi di lavoro, studiare.

Noi abbiamo imparato che anche gli spazi istituzionali, se usati con fantasia, possono diventare terreno di intervento. Per esempio, abbiamo approfittato di un’indagine dell’Antitrust sul mercato editoriale scolastico per preparare un report, invece, sul mercato del lavoro “dietro” il libro scolastico e sulle sue condizioni, facendo un’analisi di contratti di redattrici e autrici di quel settore. E l’Antitrust ci ha convocate in audizione, ci ha ascoltate e ha accolto la nostra Nota nel rapporto finale dell’indagine stessa.
Questo non lo sto dicendo per armarci e partire per fare “cose” con l’Antitrust perché quella è la via; lo porto come esempio lampante di quell’inventiva che non dobbiamo usare solo leva retorica ma come reale opportunità di rivendicazione.
Per fare sindacato in un settore come il nostro serve immaginazione, sì: non solo per inventare nuove forme di tutela, ma per trovare modi efficaci di far rispettare quelle esistenti, come la trasparenza sui dati di vendita, la proporzionalità dei compensi, i limiti alle cessioni dei diritti.
E anche gli strumenti esistono già, così come esperienze cui attingere – sia in Italia sia all’estero – ma una cosa è certa: senza organizzazione collettiva resteranno lettera morta”.

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