C’è una cosa che mi ha colpito molto, dopo la morte di Beppe Sebaste, ed è il riportare questa morte (che è ingiusta come tutte le morti, specie per chi provava affetto per chi è scomparso) alla situazione degli scrittori invisibili. Annunciando questa morte, appunto, ho scritto che Beppe Sebaste meritava molto di più di quanto ha avuto in vita. Questa mia frase è stata spunto per una serie di riflessioni, alcune molto ampie, altre riportate inevitabilmente al libro proprio.
In questo secondo caso ho contato fino a dieci: non perché non sia legittimo pensare al libro proprio, a tutto ciò in cui si investono anni, fatica, passione, talento. Ma, come ho avuto modo di dire in privato a chi mi aveva scritto parlando della propria paura di essere ugualmente invisibile, se di sistema si tratta, e di sistema infatti si tratta, non ci si salva da soli.
Provo a tirare qualche somma: da una parte c’è sicuramente un interesse minore nei confronti dei testi letterari da parte di un sistema, e quel sistema punta su alcuni nomi consolidati o su altri che auspica lo diventeranno, assumendo però la sembianza di “caso”, almeno in parte. Dall’altra c’è quello scambiare rilevanza con visibilità che porta a entrare nel meccanismo delle promozioni e dei festival. Dall’altra ancora c’è la critica, su cui non mi sento di gettare le colpe in toto, anche perché la critica ha oggettivamente perso rilevanza, e possiamo pure fare tutte le classifiche di qualità che vogliamo, ma anche in quei casi si vede che l’attenzione si sposta su alcuni autori e non altri, si sposta su quelli che già hanno presenza amicale e professionale nel gruppo dei votanti (pardon, ma questa cosa volevo dirla da un bel po’). E comunque non è questo che fa uscire dall’invisibilità.
Io non so quale sia la soluzione, magari avessi la soluzione: so che non ci sono colpevoli precisi.
E’ che bisognerebbe capovolgere il tavolo e ricominciare in altre forme, visto che infine sull’editoria ci siamo detti tutto quello che andava detto, e a forza di ripetere che così sarà molto difficile andare avanti e superare l’idea che vende ciò che è già vendibile, non si va da nessuna parte. Anche se, e perdonate se mi ripeto ancora, l’esempio di Wu Ming dovrebbe insegnarci qualcosa: costruirsi, nel tempo, una comunità, e rivolgersi a quella comunità, prendendosi anche il peso e la fatica di incontrarla fisicamente. Quella cosa lì non solo “funziona”, ma è un atto politico oltre che letterario.
Mi sembrava importante dirlo perché, sia pure in buonissima fede, il ricordo di Beppe Sebaste non diventi lo specchio per le paure dei singoli, di tutti noi intendo, ma fosse semmai spunto per capire che la questione non è diventare invisibili.
La questione è combattere.
Anche per la letteratura.