DIRE LE PAROLACCE

Premessa non richiesta: dico le parolacce. Forse perché appartengo a una generazione dove la parolaccia era  trasgressione da far cadere casualmente durante il pranzo con le zie per vedere l’effetto che fa. Dico le parolacce, però, quando so di poterle dire: a casa, con amici e amiche, o quando mi scappano perché un’automobile passa correndo a un centimetro dalla punta delle mie scarpe. 
Non ne sono particolarmente fiera, intendiamoci: capita, quando ci penso mi rimprovero anche un po’, poi ripassa un’automobile a un centimetro dalle mie scarpe e io auguro al gentile guidatore di recarsi in un luogo non reperibile su Google Maps, ecco.
Però. Esiste una differenza che mi sembra a questo punto dimenticata fra discorso pubblico e discorso privato. E, no, non siamo negli anni Settanta di Zavattini e della sua provocazione radiofonica a due zeta. Nè, mi sembra, la parolaccia pubblica comporta la burinizzazione del mondo, né la solita divisione tra felici pochi e massa scellerata, dove i primi leggono Proust in treno e i secondi fanno i lanzichenecchi (cit.).
Mi sembra che l’uso della parolaccia in pubblico si debba a un motivo semplice quanto non nuovo: il cosiddetto popolo, di cui tutti facciamo parte, vive da un paio di decenni nell’equivoco che scambia spontaneità ed emotività della parola pubblica (ripeto, pubblica, sia essa scritta su un social, su un quotidiano, profferita durante un’intervista, pronunciata a un convegno) con la violenza verbale.