Non so voi, ma io sbigottisco un poco. Ci sfila davanti agli occhi una storia di violenza e di abusi, un reale d’Inghilterra viene giustamente arrestato (ma rilasciato subito dopo), ci sono ragazze e donne che sono state portate al suicidio, o alla disfatta psicologica, e noi, come scrive Giulia Paganelli su Bolena, ci distraiamo.
Perché sbigottisco? Perché mi sembra che la discussione pubblica, specie delle donne, sia centrata su altro.
E per dirla con chiarezza, me ne infischio del film tratto da “Cime tempestose”, me ne infischio della copertina di Einaudi, non mi interessa se il romanzo sia stato tradito o se la versione pop avvicinerà le ragazze ai classici. Anzi, comincio un poco a stufarmi di questo discorso: è possibile che avvenga, così come è possibile, vista anche la simpatica propensione editoriale a imprigionarle in un genere come lettrici e chissà come scrittrici, che da quella gabbia rosa non escano.
Ma come, direte, non hai sempre insistito sull’importanza dell’immaginario? Certo, e continuo a insistere: stavolta, però, ho la brutta sensazione di trovarmi dentro Con tutta quell’acqua a due passi da casa di Raymond Carver. Col cadavere di una donna annegata nel fiume mentre noi parliamo di pesca. Scusate. Va così.
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A sedici anni si ha il sacrosanto diritto di essere imperfetti, anche se di questi tempi i sedici anni, e tutta l’adolescenza, sono talmente sotto sorveglianza che è difficile anche dirlo, ed è persino difficile per me, che ne ho quasi settanta, perché appunto le giovani persone sono vivisezionate, passate alla lente del talk show psicologico e giudicati da editorialisti pensosi. E’ nella forza e nell’ordine delle cose.
Così come è nella forza e nell’ordine del capitalismo usare e sfruttare i gusti e le scoperte dei giovani: nei tempi lontani, si trattava di portare l’hippie in pubblicità, i capelli lunghi sulle copertine dei primi magazine specializzati, e così via. Oggi è tutto molto più complicato.
Leggo molto, in rete e su carta, molti, troppi discorsi sui giovani. Noi che rivendicavamo il nostro anticonsumismo (a parole), condanniamo il loro. Noi che ci intrappolammo, come diceva ancora Pasolini, nel nostro mondo a parte, rivendichiamo quel mondo a parte come l’unico possibile. Vorremmo che i nostri figli fossero il nostro specchio: ma i figli sono altro da noi. Ci innamoriamo di quella che vorremmo la loro perfezione, invece di amare la loro unicità. E chiediamo conforto gli uni agli altri, come i pescatori di Raymond Carver che si fanno forti della non scelta del resto del gruppo per rimanere a prendere pesci quando scoprono il corpo di una ragazza annegata, invece di tornare indietro a chiedere aiuto.
Per questo non mi turba più di tanto la famosa copertina Einaudi di Cime tempestose, adottata in occasione dell’uscita del film. Fa credere che il romanzo di Brontë sia un romance? Sì, e il romanzo non lo è e chissà, magari sarà l’occasione giusta per scrollarsi di dosso l’idea che le storie debbano avere un finale lieto. Il fatto è che sarei un po’ stufa di tutti i discorsi sui giovani che vanno di pari passo allo sfruttamento dei giovani: il mondo delle booktoker è stato depredato da giornali, librerie e festival, e quasi nessuno ha detto lasciamole in pace, anzi, si è plaudito all’apertura. Finché, come sempre avviene nelle culture giovanili, nascerà qualcosa di nuovo, e quel nuovo sarà per un po’ nascosto, e poi verrà depredato di nuovo.