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Per capire il metodo Giuli, bastano 24 ore, le ultime. Un paio di giorni fa il ministro della cultura, con uno scivolone comunicativo francamente poco comprensibile, fa sapere che non avrebbe presenziato alla serata finale del Premio Strega perché non aveva ricevuto i libri finalisti e dunque aveva ragione di credere di essere ritenuto “un nemico della domenica”.
Le reazioni, eccezion fatte quelle assai signorili della direzione della Fondazione Bellonci, sono state appunto di sconcerto: come può un ministro della cultura, in piena crisi di vendite del libro, protestare perché non gli sono stati recapitati cinque romanzi invece di dire “è giusto, li acquisto, faccio il mio per far risalire la filiera”? Avrebbe fatto un figurone, Giuli: ma non è andata così.
Beh, può fare di peggio. Perché a poche ore dalla serata finale di ieri sera hanno parlato alcune “fonti” del ministero (come sono queste fonti, poi? albule, sulfuree, termali, sacre come voleva Virgilio, silenziose come le descriveva Carducci?). Cosa dicono le chiare fresche dolci fonti? Che il prossimo anno la serata finale potrebbe spostarsi a Cinecittà, “in piena coerenza con i princìpi del Piano Olivetti volti alla valorizzazione delle periferie metropolitane attraverso la presenza di rassegne culturali di eccellenza indirizzate principalmente alle giovani generazioni lontane dai centri storici”. Che peraltro, se posso, il premio già omaggia con due edizioni dello Strega giovani a Tor Bella Monaca e Cardito.
Puzza di vendetta? Accidenti, sì, come ha notato mezzo mondo.
Giova all’immagine di un ministro che già si è inimicato il cinema, il teatro, la danza per personale risentimento? Moltissimo, ma a quanto pare non gli interessa.
E questo è, care e cari: un governo che agisce per vendetta, come Salvini contro Saviano e Nordio contro la Cassazione quando vengono espresse perplessità sul dl sicurezza.

MINISTERO BUFFO

L’ho scritto per L’Espresso qualche settimana fa. Ripensando, oggi, al Ministero della Cultura, lo posto qui.

“Se abbiamo una gloria nazionale, questa è l’opera buffa, che peraltro nasce con l’intento di avvicinare i nobili personaggi della lirica agli spettatori comuni. Ci è riuscita talmente bene che alla fine di una settimana dove un Ministero della nostra Repubblica è diventato oggetto di meme e parodie, il paragone che salta alla mente è quello con Despina. Appare in Così fan tutte, musica di Mozart, libretto di Lorenzo Da Ponte: è un’astuta servetta che, un po’ per noia e un po’ per soldi, accetta di celebrare un matrimonio finto vestita da notaio. Viene scoperta, ma mente meravigliosamente, dicendo che si era solo mascherata per un ballo, e gorgheggia: “Una furba che m’agguagli, dove mai si troverà?”.
Perché va bene inarcare tutte e due le sopracciglia per il trascorso neofascista di Alessandro Giuli, ma, per usare un’espediente che all’opera buffa è caro, bisognerebbe anche dare un’occhiata al catalogo dei ministri della cultura del passato.
Sandro Bondi, per esempio. Pochi, credo, dimenticano la sua poesia A Silvio (Berlusconi): “Vita assaporata/Vita preceduta/Vita inseguita/Vita amata” (e qui ci fermiamo, perché neanche i Vogon di Guida galattica per gli autostoppisti, che sterminavano i nemici con i loro orridi versi, resisterebbero a tanto). Ma molti hanno dimenticato il crollo della Domus dei Gladiatori a Pompei (che evidentemente è fatale ai ministri della cultura) nel 2010, per piogge, e mancati investimenti dovuti al taglio, due anni prima, di oltre un miliardo di euro. 
Segue.

Da ieri mattina provo (quasi invano) a sostenere l’insensatezza dell’ondata di sghignazzo (tutt’altro che intelligente, come lo intendeva Dario Fo) seguito al discorso programmatico del ministro della Cultura Giuli.
Quello che non mi riesce di far capire è che non solo non difendo Giuli, ma che me ne infischio di Giuli, almeno finché non farà qualcosa. Sarebbe il caso, per chi lavora con i libri o nel mondo culturale, di presidiare il territorio, di intervenire sul punto, visto che di punti, dall’intervento sull’editoria o, come scriveva Nicola Lagioia, alle politiche inesistenti del governo sul mondo del libro, ce ne sarebbero parecchi.
Quello di cui non mi infischio è che un discorso non particolarmente oscuro o difficile viene salutato come il manoscritto Voynich, che come è noto è quanto di più enigmatico esista al mondo.
Ben quattordici anni fa Tullio De Mauro ci disse che cinque italiani su cento fra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera o una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta. Trentatre non riescono a leggere un testo scritto che “riguardi fatti collettivi”. Un quotidiano, per esempio. Solo il 20 per cento degli italiani, secondo De Mauro (che a sua volta si riferisce a studi internazionali) possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura e scrittura per orientarsi nella società.
Quattordici anni dopo, ho la sensazione che le cose siano enormemente peggiorate. 

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