A star dietro alle onde di commenti e di rabbia e di sarcasmo sui social, si ondeggia fra quelli che sanno perfettamente cosa dire sul bambino mandato a casa a piedi dal conducente del pullman, quelli che fanno ironia sulla vittoria alata di San Lorenzo in Lucina col volto della premier e quelli che, soprattutto, fanno propria l’indignazione governativa su “gli scontri di Torino”.
Un paio di cose sul punto.
Molti hanno ricordato, qua e là, il 12 maggio 1977. C’è una considerevole differenza: i giornalisti che erano in piazza hanno raccontato. Fabrizio Carbone de La Stampa. Andrea Purgatori e Luigi Irdi del Corriere della Sera, Carlo Rivolta de La Repubblica, Renato Gaita de Il Messaggero.
Tutti i giornalisti presenti alla manifestazione scrivono cronache dure, precise e corredate da prove fotografiche: e tutte smentiscono la versione ufficiale dei fatti. Questo è il dato positivo: quello negativo è che, nonostante questo, non sia accaduto nulla e nessuno è stato, infine, dichiarato colpevole.
Qual è la differenza?
E’ che pochi, a quanto pare, sono disposti a credere a Rita Rapisardi del Manifesto. Anche se a Torino c’era. Anzi, chi ha condiviso le sue parole viene redarguito e invitato a cancellarle. Avviene sui social, dove evidentemente sono moltissimi a non veder l’ora di nuove misure restrittive.
Come si vede e si vedrà nei prossimi giorni, sarà persino peggio. E, a quanto pare, con il consenso di moltissimi cittadini e cittadine. Non posso che ricordare le parole di un grande giornalista e scrittore, Luca Rastello, che in Dopodomani non ci sarà scrisse: “Se c’è un augurio che posso farvi, allora, è di non cadere mai nella trappola della rassegnazione e dell’accettazione. Non è mai finita. Mai. C’è sempre almeno ancora una svolta imprevista, sempre”.
Me lo auguro.