Fra meno di un mese il Manifesto degli intellettuali antifascisti compirà centoun anni. Come è noto, venne redatto da Benedetto Croce in risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile. Andrebbe riletto, anche alla luce delle non poche dichiarazioni da parte della destra di un secolo dopo sul fatto che la cultura, da quando c’è questo governo, è “finalmente pluralista”. E infatti premia i film di Pingitore e boccia il documentario su Regeni.
E tace sulla crisi del libro. In questi giorni sono sotto gli occhi di tutti i dati che riguardano la vendita dei libri. C’è chi parla di stagnazione e chi senza mezzi termini di deriva. Ma le cose vanno male: per dire, le prenotazioni dei libri scendono velocemente, alcuni dicono che siamo “sotto la soglia di visibilità”. In genere, davanti a queste parole e questi numeri, diversi commentatori ribattono che ci sono gli eBook e le biblioteche: questo è vero e bello. Ma non si tiene mai conto che andando avanti così la crisi ci sarà, e l’editoria cambierà. Qualcuno dirà evviva, e io non sono fra questi: perché penso che i libri e il mondo del libro siano una parte indispensabile del nostro essere sociali. E’ la fine di un mondo? Possibile. Quello che verrà sarà migliore? Nessuno può saperlo, ma se leggo di certi fremiti di gioia per un mondo senza autori, sinceramente non sono ottimista: e spero di essere smentita.
(anche perché non si tratta solo di autori, ma di redattori, traduttori, editor, eccetera: immolare questi saperi e queste vite perché il capitalismo è fighissimo, come mi capita di leggere in certi commenti, mi fa orrore. Ma, si sa, sono novecentesca, e faccio un bel po’ di auguri a chi in questo preciso momento magnifica le sorti venture).
(e poi c’è una crisi economica spaventosa in atto, che evidentemente influisce sulla vendita dei libri. Staccare il mondo editoriale dal resto è faccenda pericolosa).