Nel 1975 Roberto De Simone diventa “il cavaliere Giambattista Basile” e impara “che la matrigna la si può decapitare troncandole la testa in una cassa di biancheria”. Nella ricerca che lo porterà a scrivere una delle più belle opere teatrali del passato recente, La gatta Cenerentola, va sulle tracce della tradizione orale, e impara altro.
La gatta Cenerentola, peraltro, non termina con l’esultanza da parte della medesima, che anzi non ha nessuna fretta di misurare la scarpa. Quando una delle lavandaie la chiama affinché la prova venga fatta e, insomma, amore e innocenza trionfino, la risposta di Cenerentola è:
“E che nn’haggi’ ‘a fa’ d’ ‘o princepe!…Io ccà sto bbona!…Io nun voglio a nisciuno!”.
Passano gli anni, e quel ritorno alle origini della storia proposto da De Simone viene molto spesso dimenticato (purtroppo: chi può, recuperi video e musiche dell’opera). Il malinteso modello Cenerentola – dove la scarpetta viene subito provata e di gatte non c’è traccia – no, e riaffiora soprattutto in molti libri destinati alle donne e alle ragazze dove il lieto fine fa parte del patto con il lettore e non può dunque essere tradito.
Scrivo questo perché nei libri che sto occhieggiando in questi giorni i finali lieti occhieggiano a loro volta, anche quando parlano di catastrofi, e ogni tanto sospiro e vado a rileggermi Hill House, che porta con sé il finale più crudele che conosca.
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Sulla vicenda della disillusione degli intellettuali dice la sua un meraviglioso libraio come Giorgio Gizzi/Harry Crum, che in un lungo post interviene su uno dei punti in questione: che riguarda le lettrici, e in particolare le lettrici di romance, da anni sotto accusa per la “pochezza” dei libri che amano e quest’anno alla ribalta delle cronache perché la loro presenza al Salone è stata evidente e importante.
Gizzi ci ricorda che il problema non è solo del romance e delle ragazze che lo leggono.
Le storie non sono semplici. Possono usare un linguaggio semplice, a volte, ma semplici non sono da quando sono nate. Richiedono coinvolgimento, richiedono attitudine a sognare, volontà di entrarci, in quelle storie.
Condannare il romance non serve e non è utile a nessuno. E’ sempre esistito, in mille forme, ma al suo interno sono possibili i ribaltamenti.
Faccio un esempio lontano.
Nel 1975 Roberto De Simone diventa “il cavaliere Giambattista Basile” e impara “che la matrigna si può decapitare troncandole la testa in una cassa di biancheria”. Nella ricerca che lo porterà a scrivere una delle più belle opere teatrali del passato recente, La gatta Cenerentola, va sulle tracce della tradizione orale, e impara altro. Che Cenerentola può non solo uccidere la matrigna ma fare a meno del principe, per esempio: “E che nn’haggi’ ‘a fa’ d’ ‘o princepe!…Io ccà sto bbona!…Io nun voglio a nisciuno!”.
Nulla è semplice davvero, se lo si vuole e in senso buono. Basta però essere disponibili a discutere e di questi tempi diventa sempre più difficile, perché mi sembra che la postura sia quella già denunciata da Douglas Adams in Guida Galattica per gli Autostoppisti:
“Se c’è in giro una cosa più importante del mio Io, dimmelo che le sparo subito”.
Sono rimasta molto colpita dall’articolo che Elena Loewenthal ha scritto ieri per La Stampa, dove raccontava dell’arrembaggio editoriale alla Shoah, come sempre avviene nell’imminenza del Giorno della Memoria. Stavolta, però, ci sono non pochi titoli che vengono declinati in chiave…