Magari era prevedibile, però la discussione sull’uso dell’AI nella scrittura si è evidentemente incistata sulla dicotomia “entusiasti versus luddisti”. Purtroppo le dicotomie sono sempre malsane, e probabilmente bisognerebbe pur dire che chi esprime dubbi sull’impiegare l’AI medesima per la scrittura creativa (o chiamatela come vi pare per carità) probabilmente ama quel che chi la ritiene meravigliosa detesta.
In questi giorni ho letto molti interventi contro la “cultura della fatica”, o meglio contro coloro che sostengono che scrivere sia “anche” fatica. Peraltro non stiamo parlando di estrarre coltan in miniera, ma di allenare il cervello, studiare, leggere, cercare, fare le normali cose che si fanno quando si scrive, e che non si ha voglia di delegare alla macchina: se ho bisogno di un determinato saggio per ampliare le informazioni su quanto sto scrivendo, lo leggo, non me lo faccio riassumere, per fare un solo esempio. E non è vero che chi contesta l’uso creativo dell’AI non la usi affatto. La usa magari con parsimonia, visti gli effetti ambientali: personalmente, se interessa a qualcuno, la uso per decifrare le diagnosi del veterinario, per incrociare le fonti, per fare qualche ricerca.
Altre posizioni che ho letto sono più radicali, e sostengono che a essere contro l’AI sono gli sfigati, i tromboni, i poveracci che si ritengono intellettuali e sono solo dei mitomani naturalmente collusi in qualche cerchio magico, disperati che vendicchiano poche copie e tengono rubrichette malpagate da cui pontificare, e che soprattutto compiono una battaglia di retroguardia perché sono terrorizzati dal perdere i propri privilegi, la loro aura autoriale, ma aggiungiamoci pure, di stereotipo in stereotipo, i propri salotti e i propri Martini con l’olivetta. E bla.
Ora, se davvero il metro di paragone fosse questo permettetemi di proporre qui parte di quel che scrive sul New York Times Colson Whitehead, l’autore de La ferrovia sotterranea, lo scrittore che ha vinto due Pulitzer, un National Book Award e svariati altri premi, che non vendicchia e non mi pare proprio mitomane.
Nell’articolo Whitehead dà conto dei livelli di scontro ideologico a cui si è arrivati: scrive che se non usi compulsivamente l’Intelligenza Artificiale
” sei un emarginato che dovrebbe essere lapidato a morte nella piazza del paese per prevenire il contagio, e poi l’AI dovrebbe resuscitarti virtualmente in modo che tu possa essere lapidato a morte nella piazza virtuale, per l’eternità”.
A dimostrazione che tutto il mondo è paese, anche se in altri paesi la discussione mi sembra lievemente meno nervosa. Quello che scrive Whitehead, comunque, coincide esattamente con quel che penso, per pochissimo che possa valere: in soldoni, fate come caspita vi pare. Volete usarla? Fatelo. Ma se volete anche fare proseliti in ambito artistico, permettete agli altri di non essere d’accordo. Lui, veramente, è un po’ più duro:
“Come mai i più rumorosi tifosi dell’AI generativa sono sempre i più sciatti incompetenti in circolazione? Dagli executive degli studios uno se l’aspetta che dicano: “Rivoluzionerà i contenuti”, oppure “Guardando i bilanci, è inevitabile”, e infine “Alla buon’ora ho trovato uno strumento freddo e vuoto proprio come me”, ma si sperava che gli artisti avessero più autostima. Alcuni dicono: “Lo uso per il brainstorming, per farmi venire idee”, ma se non sai cosa dipingere, o comporre, o scrivere, hai sbagliato lavoro. L’arte è l’attività in cui si inventano cose, e allora inventa qualcosa!”
Perché, aggiunge, l’arte è invenzione, e se usi la macchina per “fare brainstorming di idee”, magari hai sbagliato mestiere, dice.
E io aggiungerei che non esiste mistica della sofferenza, che non si tratta di reiterare un’idea romantica dell’arte, o del più semplice artigianato della scrittura: esiste però qualcosa che va fatto in prima persona e non delegato. Perché quella parte che viene derubricata a “fatica inutile” è parte del processo, e, pensate un poco, a molti PIACE. Io non riesco a immaginare i libri di scrittori o scrittrici che ho amato delegare all’AI i mesi e gli anni di lavoro su un testo: certo, se quel che interessa è pubblicare presto, e possibilmente vendere, auguri, nessun problema.
Ma trattare da poveri palloni gonfiati chi vuole agire diversamente, beh, è utile per il personale divertimento, pochissimo utile alla discussione.
Diciamo che Whitehead lo scrive molto meglio di me:
“Il punto è: non dico questo per difendere l’umanità. L’umanità fa schifo. È assolutamente terribile. Dico questo perché credo in una virtù fuori moda che si chiama: “Fai il fottuto lavoro”.
Leggi il libro, non il riassunto.
Scrivi l’articolo, non il prompt.
Soffri come l’artista che sei. Non è facile, ma se fosse facile non varrebbe la pena farlo”.
Grazie Loredana,
sempre bello leggere le tue riflessioni! Da Linus al tuo Blog