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Io la definizione di intellettuale non so darla, perché è sfuggente e vaga. Provo a interpretare il termine come “persona che lavora con le parole e che con le parole prova a raccontare quello che vede”. Nulla di più e nulla di meno. Per questo motivo, su Facebook, sto tentando di fare un ragionamento a puntate che parte dalle polemiche di questi giorni. La conclusione sarà qui sul blog e su L’Espresso di venerdì prossimo.
E a proposito di racconti, oggi ne segnalo due, che riguardano entrambi l’AI.
Il primo, anche in ordine di importanza è un articolo di Newsweek che parla della costruzione di otto nuovi data center  in Texas, oltre a progetti in Louisiana e Mississippi, molti dei quali situati in aree attualmente colpite da siccità grave o estrema.
Il secondo appare su The conversation, e pone un problema non piccolo che riguarda la ricchezza del linguaggio. Perché quando le AI imparano sempre più da testi “sintetici” il linguaggio medesimo si appiattisce e tende a riproporre stereotipi, per giunta.
Ecco, per me, se esiste un ruolo dell’intellettuale, è per esempio quello di sventolare un fazzoletto e dire che abbiamo un problema, e che magari faremmo bene a pensarci sopra. Sapendo perfettamente che non è mai semplice, e che nessuna soluzione è possibile in tempi stretti. Tranne quella di ragionare: mi hanno rimproverato, in questi giorni, di non capire “la pancia”, di reagire ovvero con quella che sembra freddezza o distacco e che, almeno nella mia testa, è provare a capire. Perché resto convinta che gli e le intellettuali non debbano parlare a nome degli altri, ma condividere quello che hanno visto. E secondo me, oso, questo affidarsi e questo idolatrare è lo stesso frame, rovesciato, di quello che ci ha accompagnato nel tempo.
Questa è una cosa velenosa, perché molti non credono, e ci sta, che sotto sotto c’è questo, e si offendono se glielo fai notare. Notare, non indottrinare: sapendo che, come è ovvio, io non sono immune da nulla.  Tutto riguarda tutti, sempre e sempre. L’errore è pensare che chi lo dice voglia insegnare qualcosa: no, è un fazzoletto sventolato in aria, appunto, sono appunti su un foglio, che alla fine, come tutto, svaniscono.

La discussione di questi giorni sugli autori e le autrici si complica se chiamiamo in causa l’intelligenza artificiale. Resoconto di una polemica recente che vede protagonista la premio Nobel per la letteratura Olga Tokarczuk (da queste parti molto amata). 
Riassunto. Qualche giorno fa Tokarczuk partecipa a un evento, Impact, dove fa, o farebbe, queste affermazioni: 
“Contrariamente ai timori generali, credo che noi scrittori, data la natura specifica del nostro mestiere, saremo i più rapidi e incisivi nell’interagire con strumenti come l’IA. Le nostre menti letterarie funzionano in modo completamente diverso dalle altre, perché il nostro lavoro si basa su una vastissima rete di associazioni fra fatti eterogenei, che è estremamente diversa dal pensiero ristretto degli accademici. Ho acquistato la versione più avanzata di un modello linguistico e sono rimasta profondamente sorpresa da quanto abbia ampliato i miei orizzonti e approfondito il mio pensiero creativo”.
Segue intemerata di Lauren Groff e altri. Segue smentita di Tokarczuk, che spiega di utilizzare l’AI solo per le ricerche.
Tutto questo, però, mette in ombra la parte più importante del discorso della premio Nobel per la letteratura:
“Sembra che il mondo, con la sua inerzia distruttiva, non meriti più romanzi lunghi e impegnativi. Il numero di persone disposte a leggere libri del genere si sta semplicemente riducendo. Un tempo c’era una richiesta, mentre oggi l’idea di leggere un libro lungo è una sfida davvero scoraggiante per molti, e mi capita spesso di constatare che i lettori conoscono il finale de “I libri di Jakub” dai riassunti che trovano in rete. Non sono interessati a proseguire nella lettura, ma ci sono argomenti che non si possono trattare in breve. Il mondo è semplicemente e  incredibilmente complesso”.
Questo mi pare il punto reale: numero uno, la perdita di interesse generale per romanzi lunghi e soprattutto complessi, la crescita dell’interesse per l’autore o autrice guru, sempre pronto a scendere in campo su ogni battaglia: il che da una parte può essere un bene, ma se va a scapito di quanto scrive, è decisamente un male.

C’è un particolare che davvero non capisco nella discussione sull’AI, che è necessaria, e che sarà lunga, e che non può essere risolta a suon di battutacce. Il particolare riguarda tutte le invenzioni che nella storia dell’umanità hanno suscitato timori, e che vengono usate per irridere chi esprime dubbi. Sciocchi che siete! Guardate al passato! La scrittura! Socrate (e Platone) temevano che gli esseri umani avrebbero impoverito la loro memoria e la loro capacità di dialogare. La stampa! La ferrovia! La bicicletta! E l’elettricità? Tutti ne sono stati terrorizzati, e Mary Shelley non avrebbe scritto Frankenstein se gli esperimenti galvanici non avessero suscitato timore. Ma ci serve! E vogliamo parlare dell’editoriale che il 25 marzo 1878 il New York Times riservò a Edison per il fonografo?
Se il ragionamento è questo, bisogna metterci anche i rischi reali. Il test nucleare Castle Bravo nell’atollo di Bikini del 1954, per esempio, che contaminò gli abitanti delle isole adiacenti; e senza voler citare Hiroshima e Nagasaki, e Chernobyl e Fukushima in altro senso, bisognerà pur ammettere che qualche conseguenza negativa c’è stata. 
Ancora. L’amianto, che è stato usato in edilizia fino a che non è stato messo fuori legge (tardissimo in Italia: era il 1992) lasciandosi dietro la sua scia di morti. O, che so, il talidomide, di cui ben racconta Azzurra Tafuro nel suo “Un’altra storia dell’aborto”: era raccomandato come tranquillante e antinausea alle donne incinte, ma risultò teratogeno per i feti, con le catastrofi che oggi abbiamo dimenticato. 
Infine, il DDT, giudicato miracoloso in agricoltura finché Rachel Carson, nel 1962, scrisse “Primavera silenziosa”, raccontando come il “miracolo” avesse portato quasi all’estinzione intere specie animali, e non solo.
Naturalmente posso andare avanti anche io: e sottolineo che l’AI è una innovazione ancora più complessa e potente di quello che a oggi immaginiamo, e per giunta concentrata nelle mani di tecnocrati bilionari, e non sempre a posto con la testa, se posso. Nessuno vuole “fermare il progresso”: bisogna però discuterne moltissimo. Ma bene: non dando dell’imbecille a chi prova a dire che non tutte le invenzioni umane sono state portatrici di un futuro radioso (semmai, a volte, radioattivo). 

Nella lunga discussione sull’AI, che ovviamente sarà ancora più lunga, e temo ancor più dicotomica, dopo la sventurata “intervista” di Walter Veltroni a Claude c’è un nuovo allarme che serpeggia nei social: in sintesi si riassume così “questi brutti intellettuali boomer che odiano l’AI scrivono i loro post, articoli, editoriali con l’AI senza dirlo a nessuno”.
Sconsolante per una serie di motivi. Primo, io sono convinta che molti dei brutti e cattivi non la usino, e che semplicemente continuino a scrivere come scrivevano prima. Bene o male non sta a me giudicare, ma almeno quelli che leggo non mi sembra abbiano cambiato significativamente la loro scrittura. Forse, chi li accusa comincia a leggerli solo ora che parlano di AI.
Per quanto riguarda alcuni precisi intellettuali, invece, metto tutte e due le mani sul fuoco sul fatto che non la usino per scrivere testi. Se conta qualcosa, posso nuovamente giurare sulla solita pila di Bibbie che personalmente la uso, la consulto per leggere alcune analisi, faccio domande (in un caso, post-intervista di Veltroni, ci ho anche giocato), ma non la uso né la userò mai per articoli o testi narrativi e amen, fratelli e sorelle, se la giudicate una scelta da boomer.
C’è un però: questa discussione mette in ombra quelle serie.
Non solo quanto si è già detto, ovvero il concentramento del potere in poche Big Tech e la questione, niente affatto secondaria anzi primaria, dello spreco di risorse, ma almeno altri due punti che emergono da altrettanti articoli recenti.
Il primo è su Nature, e in pochissime parole chiede le prove dell’affermazione secondo la quale l’AI starebbe migliorando la sanità.
Il secondo è su Futurism e dice che non è che la Gen Z sia così entusiasta dell’AI: sia perché mette a rischio il lavoro di molti e molte, sia per questioni etiche.
Mi sembrano faccende un po’ più serie.

E’ capitato, ieri sera, di ritrovarmi a guardare vecchi album di fotografie, scattate negli anni Novanta e dunque non conservate in forma digitale. Guarda, mi dicevo, i figli bambini al mare, a Serravalle, con i pattini, alle feste dei compagni di classe. E guardandomi mi dicevo che certamente ero giovane, con il pacco dei quotidiani sulle ginocchia e occhiali da vista con la montatura di metallo. E guardando e ricordando mi dicevo: ho detto ero, ed è così, e il verbo al passato vien bene per tutti coloro che pensano che l’età giustifichi la diffidenza verso l’AI, di cui spesso ho parlato. Gente vecchia uguale gente che non capisce. Gente che guarda indietro, esattamente come coloro che nei secoli hanno accolto con disdegno il cinema sonoro, la fotografia, il magnetofono, internet.
Mi è arrivata fra le mani l’immagine dei figli bambini che giocavano con il game-boy, e mi sono detta che ero stufa di questa semplificazione, proprio io che sono stata fra le primissime, nel 1991, ad avere un telefono cellulare e che tre anni prima avevo il mio primo pc, un MacIntosh, e che nel 1995 smanettavo con l’Internet dei primordi, e che questa narrazione secondo la quale chi non grida al miracolo davanti all’AI è un cavernicolo è malaccorta, ingenerosa e a volte furba. Perché, banalmente, questo salto non è come gli altri. E ci mette molto più a rischio degli altri.
Su Giap, Roberto Laghi fa un’analisi molto interessante della nostra sbronza: “Non è un caso che il determinismo tecnologico sia una delle idee che le aziende spingono di più per convincerci che quello che fanno segue il corso inevitabile del progresso e a noi non resta che adattarci: molto del marketing intorno alla cosiddetta «intelligenza artificiale» gira proprio intorno a questo e, noi, ci dicono, o saltiamo sul treno in corsa o saremo esclusi – da tutto, o quasi.”
Leggetelo tutto, perché parla apertamente di tecnofascismo, ma anche delle alternative.
Peraltro, in questi giorni si è discusso molto del manifesto in 22 punti pubblicato dalla Palantir di Peter Thiel. Sono punti prevedibili, per chi ha seguito un po’ l’ascesa del Signor Anticristo e della sua azienda: le Big Tech devono partecipare alla difesa nazionale, il servizio militare deve tornare obbligatorio, le culture non sono uguali, e quindi inclusività e pluralismo sono scatole vuote di cui liberarsi, il software militare è il futuro. Eccetera.
Non ve lo linko perché non voglio contribuire ad aumentare i milioni di visualizzazioni, ma lo trovate un po’ ovunque. E’ interessante quanto Thiel batta sulla “tirannia delle app” chiedendo di pensare in grande, e ribadendo che chi produce tecnologia ha il potere, e che l’intelligenza artificiale è quel potere. E invita ad avere fede in chi lo produce. Per i distratti, la bio di Palantir su X è Software that dominates. E il punto 12 del manifesto dice:
“Un’era di deterrenza, l’era atomica, sta finendo, e una nuova era di deterrenza costruita sull’AI sta per iniziare”.
Gandalf: Un Palantir è un attrezzo pericoloso, Saruman.
Saruman: Perché? Perché dovremmo noi temere di usarlo?

A proposito dell’uso dell’AI nella scrittura creativa: in questi giorni ho letto molti interventi contro la “cultura della fatica”, o meglio contro coloro che sostengono che scrivere sia “anche” fatica. Peraltro non stiamo parlando di estrarre coltan in miniera, ma di allenare il cervello, studiare, leggere, cercare, fare le normali cose che si fanno quando si scrive, e che non si ha voglia di delegare alla macchina.
Altre posizioni che ho letto sono più radicali, e sostengono che a essere contro l’AI sono gli sfigati, i tromboni, i poveracci che si ritengono intellettuali e sono solo dei mitomani naturalmente collusi in qualche cerchio magico, disperati che vendicchiano poche copie e tengono rubrichette malpagate da cui pontificare, e che soprattutto  compiono una battaglia di retroguardia perché sono terrorizzati dal perdere i propri privilegi.
Ora, se davvero il metro di paragone fosse questo permettetemi di proporre qui parte di quel che scrive sul New York Times Colson Whitehead, l’autore de La ferrovia sotterranea, lo scrittore che ha vinto due Pulitzer, un National Book Award e svariati altri premi, che non vendicchia e non mi pare proprio mitomane.
La sintesi:
“Il punto è: non dico questo per difendere l’umanità. L’umanità fa schifo. È assolutamente terribile. Dico questo perché credo in una virtù fuori moda che si chiama: “Fai il fottuto lavoro”.
Leggi il libro, non il riassunto.
Scrivi l’articolo, non il prompt.
Soffri come l’artista che sei. Non è facile, ma se fosse facile non varrebbe la pena farlo”.

In queste ore buie, torno sulla diatriba letteratura e AI. Lo faccio grazie a una delle mie scrittrici preferite, Tiffany McDaniel, autrice fra l’altro de L’estate che sciolse ogni cosa, nonché voce più bella e originale di quello che possiamo chiamare gotico, o fantastico, o come vi pare: scrive benissimo, vi basti. McDaniel è intervenuta su Instagram raccontando quel che è avvenuto ad Harlequin France, di proprietà di Harper Collins: alcuni traduttori, anche con rapporti di lavoro consolidati e addirittura trentennali, sono stati informati che i loro servizi non erano più necessari, perché si sarebbe passati alla traduzione automatizzata attraverso AI. In pratica, l’editore ha esternalizzato le traduzioni all’agenzia di comunicazione Fluent Planet: la quale, secondo l’editore medesimo  “si avvale di traduttori esperti che utilizzano strumenti di intelligenza artificiale per parte del loro lavoro”. Secondo il sindacato dei traduttori francesi, invece, i testi vengono inseriti  in un software di traduzione automatica,  lasciando ad alcuni freelance l’editing del risultato finale.  “L’obiettivo dichiarato è aumentare la redditività riducendo i tempi di lavoro”, si legge nel comunicato.
C’è un ma, scrive McDaniel: “tagliano i  costi sbarazzandosi dei traduttori umani, non tagliano i loro prezzi. I lettori francesi pagheranno lo stesso  per le traduzioni generate dall’AI”. Hanno cominciato con il romance, ma non sarà l’ultimo genere preso di mira scrive McDaniel. Anche se, aggiunge, è significativo che l’operazione sia cominciata con un genere scritto, tradotto e letto da donne. L’editore sta probabilmente supponendo che il pubblico femminile sia un bersaglio facile, e ha probabilmente pensato che le sue lettrici  non se ne accorgeranno, cosa irrispettosa non solo per loro, per le scrittrici e per le traduttrici”.
McDaniel propone una serie di azioni per chi scrive e per chi legge: clausole contrattuali, boicottaggio. “Ogni generazione vuole raccontare storie. Ma se non abbiamo chiaro che l’AI non può raccontare le nostre storie, allora il futuro sarà scritto senza di noi. La letteratura merita di conservare la sua anima”.
E questa, a me, sembra la prova provata che al di là dei discorsi teorici qualcosa sta accadendo adesso, e quel qualcosa, anche se saranno pure gli umani ad aver istruito l’AI e gli umani a correggere la sua traduzione, scippa creatività e intelligenza agli umani che traducono. Mi sembra banalmente chiaro, ma so anche che è quasi inutile ripeterlo.

In poche parole, la notizia è questa. Una radio pubblica regionale polacca,  Off Radio Kraków, licenzia i suoi conduttori e li sostituisce con Emi, Kuba e Alex, giovani e ammalianti speaker che si rivolgono alle nuove generazioni. E che non esistono, ma sono creati dall’intelligenza artificiale.
Oggi però ci torna il New York Times, raccontando la rabbia di uno dei conduttori licenziati, Lukasz Zaleski, dopo lo scoop dell’emittente: nientemeno che un’intervista a Wislawa Szymborska, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 1996. Molto convincente, a quanto pare: anche se la poetessa è morta nel 2012. 
Si dirà che molti lo sanno: ma non ci conto troppo, se penso alle volte in cui è stata fatta ri-morire Doris Lessing sui social. Né siamo nel campo delle interviste impossibili: perché in quel caso il gioco è dichiarato e l’intervistato è interpretato da un attore o un’attrice. Certo, si annunciano bis: come la nuova intervista col morto, Jozef Pilsudski, il leader della Polonia nei primi anni del Novecento.
Bene, ma si può fare?

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