Oggi nella piccola palestra dove tre mattine a settimana vado religiosamente a fare la mia ginnastica posturale abbiamo registrato un video a uso interno: era una lezione “sulla sedia” e a ritmo di musica. Ci è stato chiesto se volevamo fare una diretta Instagram e io sono quasi caduta dalla sedia medesima. Un po’ perché ho pensato a voi del commentarium che vi sareste sganasciati per giorni vedendomi annaspare al ritmo di Shoo-wop sha whada whadda yippidy boom da boom/Chang chang, changity chang shoo bop (è Grease, giusto). Un po’ perché mi sono detta: ma diamine, questo è un mio momento privato, dove provo a prendermi cura del mio corpo dopo gli acciacchi degli ultimi mesi, e dunque posso indossare vecchie magliette e pantaloni della tuta ed essere goffa, sgraziata, struccata e scarmigliata (quello lo sono sempre).
Insomma, ho detto no e poi no, da brava rompiscatole, e poi mi sono anche detta che tutto questo ha a che vedere con i discorsi fatti sul Salone.
Ora, sia chiaro.
Io non ho interesse a parlare del Salone in quanto Salone, ci lavorano bravissime persone e hanno fatto tutto il meglio che si poteva fare e hanno avuto il meritato successo. Ed è per questo che sempre stamattina ho rifiutato di partecipare a una discussione radiofonica sul Salone in sè. Quello che mi interessa è il meccanismo che porta sempre più a identificare, come detto, il corpo dello scrittore come meta, e, cosa non secondaria, il dover documentare l’esserci, fotografando, facendosi fotografare e diffondendo le foto. Cosa che faccio pure io, sia chiaro, perché al solito siamo tutti freaks sotto lo stesso tendone, nessuno escluso.
Quindi, questa inesorabile trasformazione del privato in esposizione pubblica fa parte del discorso, secondo me. E un’altra cosa importante è quella che il sempre acuto Mario De Santis ha scritto ieri. Questa:
“La spesa media mensile delle famiglie si aggira attorno ai 94 euro, ma se si vede lo specifico: 40 euro spesi per audiovisivi (abbonamenti Sky, Netflix, Spotify ecc), 10 euro al mese in cinema teatro musei concerti – capite che dieci euro significa un film al mese, stop-, circa 5 euro a libri e giornali al mese. Questa la media. Ovviamente c’è una vasta maggioranza che non spende niente: o non vuole o non può.
Anche tra i lettori forti la lettura è diventato un intervallo tra “cose ben più importanti” – ma starei per dire che seppur sbagliata questa posizione intuisce una cosa vera.
L’arretramento della cultura “alfabetica” è evidente – il simbolo sono i “vocali” whatsapp – e tutte le possibilità di usare l’AI faranno arretrare lettura e scrittura – anche io sto usando un programma di dettature per “scrivere” questo post.
Ma la cultura del “libro” è anche un elemento di alcune specifiche tradizioni culturali: ora è certo di tutti, ma c’è da capire se in questo mondo globale saranno altri i “prodotti semiotici” che gestiranno la narrazione.
Il mutamento dipende anche da come stanno mutando i gusti a livello globale da come potrebbero mutare la stessa base paradigmatica con cui si elabora, in rappresentazioni “rituali” (laiche o religiose, dal teatro alle feste), il senso dello stare al mondo”.
Non si sta dicendo, affatto, che la cultura del libro è morta: ma neanche un po’. Il punto è che, in questa mutazione, dovremmo con forza ancora maggiore chiederci cosa stiamo facendo, non fare le cose tanto per farle, non esserci tanto per esserci. Come ha scritto, sempre ieri, Andrea Colamedici:
“La figura pubblica di chi scrive è caricata oggi di un peso che prima era distribuito su istituzioni, partiti, chiese, giornali, università, scuole, case editrici. Oggi molte di queste strutture sono screditate o collassate, e l’onere finisce sulle spalle dei singoli individui. Il libro continua a esistere; si compra, si firma, si fotografa e si regala. Ma quell’oggetto che per secoli è stato il luogo in cui una cultura fissava qualcosa oggi è sempre più un punto di una rete, e non il fulcro.
Non penso che la lettura finirà. Il libro continuerà a vivere, nonostante abbia smesso di agire da epicentro di quel pensiero comune che oramai si organizza in un ecosistema più variegato: podcast, newsletter, festival e fiere, gruppi Telegram, social, dialoghi con le macchine e (anche) libri”.
Ne siamo consapevoli? Secondo me no. E non ho nulla, nulla in contrario all’esserci: il mondo della rete è così smemorato che ieri qualcuno ha capito che io sono contraria alla presentazioni, quando invece ho sempre scritto che sono indispensabili. Purché ancora una volta si sappia quel che si fa, quali sono gli intenti, quali sono le strade possibili.
Insomma, non sono tempi in cui si poté essere distratti (gentili sì, magari).