Oggi nella piccola palestra dove tre mattine a settimana vado religiosamente a fare la mia ginnastica posturale abbiamo registrato un video a uso interno: era una lezione “sulla sedia” e a ritmo di musica. Ci è stato chiesto se volevamo fare una diretta Instagram e io sono quasi caduta dalla sedia medesima. Un po’ perché ho pensato a voi del commentarium che vi sareste sganasciati per giorni vedendomi annaspare al ritmo di Shoo-wop sha whada whadda yippidy boom da boom/Chang chang, changity chang shoo bop (è Grease, giusto). Un po’ perché mi sono detta: ma diamine, questo è un mio momento privato, dove provo a prendermi cura del mio corpo dopo gli acciacchi degli ultimi mesi, e dunque posso indossare vecchie magliette e pantaloni della tuta ed essere goffa, sgraziata, struccata e scarmigliata (quello lo sono sempre).
Insomma, ho detto no e poi no, da brava rompiscatole, e poi mi sono anche detta che tutto questo ha a che vedere con i discorsi fatti sul Salone.
Ora, sia chiaro.
Io non ho interesse a parlare del Salone in quanto Salone, ci lavorano bravissime persone e hanno fatto tutto il meglio che si poteva fare e hanno avuto il meritato successo. Ed è per questo che sempre stamattina ho rifiutato di partecipare a una discussione radiofonica sul Salone in sè. Quello che mi interessa è il meccanismo che porta sempre più a identificare, come detto, il corpo dello scrittore come meta, e, cosa non secondaria, il dover documentare l’esserci, fotografando, facendosi fotografare e diffondendo le foto. Cosa che faccio pure io, sia chiaro, perché al solito siamo tutti freaks sotto lo stesso tendone, nessuno escluso.
Quindi, questa inesorabile trasformazione del privato in esposizione pubblica fa parte del discorso, secondo me.
C’è una profonda mutazione in atto, come hanno scritto Mario De Santis e Andrea Colamedici. Ne siamo consapevoli? Secondo me no. E non ho nulla, nulla in contrario all’esserci: il mondo della rete è così smemorato che ieri qualcuno ha capito che io sono contraria alla presentazioni, quando invece ho sempre scritto che sono indispensabili. Purché ancora una volta si sappia quel che si fa, quali sono gli intenti, quali sono le strade possibili.
Insomma, non sono tempi in cui si poté essere distratti (gentili sì, magari).
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Ero partita con l’idea di scrivere qualcosa sui corpi, sul vedersi, ma anche sul come vedersi e incontrarsi. Ero partita, cioé, con una riflessione sul Salone del Libro, già anticipata ieri sera su Facebook. Ho letto stamattina l’articolo di Concita De Gregorio sulla “leggerezza dell’esserci” che parlava dell’importanza di essere presenti con i propri corpi in reazione alla loro smaterializzazione nel mondo digitale.
E però mi sono chiesta, per esserci, benissimo, ma come? Per la gioia, va bene. Ma per altro? Per il conflitto, per esempio? Un conflitto buono, positivo, che fa crescere?
Allora, mi sono ricordata che domani saranno dieci anni dalla morte di Marco Pannella. E ho deciso di proporvi una lettura. E’ la prefazione al libro “Underground a pugno chiuso!” di Andrea Valcarenghi. Arcana editrice, luglio 1973. Leggiamo, riflettiamo, rilanciamo (intendo: non si torna indietro, ma forse si può fare il passo di lato che ci faccia uscire dallo schema che ci sfinisce.
“L’etica del sacrificio, della lotta eroica, della catarsi violenza mi ha semplicemente rotto le balle; come al “buon padre di famiglia”, al compagno chiedo una cosa prima d’ogni altra: di vivere e d’essere felice. Penso, personalmente, che avendo un certo bagaglio di speranze, di idee e di chiarezza non solo questo sia possibile, ma che non vi sia altro modo per creare e vivere davvero felicità. Ma esser “compagno” (come esser padre) non è scritto nel destino né prescritto dal medico. Se le vie divergono, lo constateremo e cercheremo di comprendere meglio. Ma basta con questa sinistra grande solo nei funerali, nelle commemorazioni, nelle proteste, nelle celebrazioni: tutta roba, anche questa, nera: basta con questa “rivoluzione” clausevitziana, con le sue tattiche e strategie, avanguardie e retroguardie, guerre di popolo e guerre contro il popolo, di violenza purificatrice e necessaria, di necessarie medaglie d’oro; la rivoluzione fucilocentrica o fucilo-cratica, o anche solo pugnocentrica o pugnocratica non è altro che il sistema che si reincarna e prosegue. Non solo il “Re” ma anche questa “Rivoluzione” vestita di potere e di violenza è nuda, Andrea.”
Il post di ieri sul Libraccio ha suscitato diverse reazioni interessanti, quindi riprendo l’argomento. Come premessa, però, ci tengo a sottolineare che il mio non era un post contro il Salone del Libro, che è stata ed è una parte palpitante della mia esistenza (al massimo, ma ne scrivo domani sull’Espresso, posso avere una perplessità sul titolo 2025, ma non per colpa del Salone medesimo, bensì del mondo), e a cui augurerò sempre e sempre e sempre vita lunga e felice.
Dunque, la questione sollevata dai 126 editori che hanno inviato la lettera al Salone (lo stand del Libraccio al Padiglione 1 sottrae possibilità di acquisto a chi è presente al Lingotto) non è piaciuto a lettori e lettrici, almeno in molta parte. Il motivo è semplice: chi legge ha meno soldi di prima (molto, molto meno) e vuole avere la possibilità di comprare libri a prezzo più basso.
Di contro, un editore piccolo e medio spende già parecchio per essere al Salone e non è possibile vendere a prezzo ridotto.
Dunque ci sono tre esigenze da conciliare: quella di chi legge, che non ha più molti soldi a disposizione, quella di chi pubblica, che ne ha ugualmente pochi (sto parlando di editori piccoli e medi, lo ricordo) e quella di chi organizza fiere e manifestazioni legate al libro. Con la vecchia questione: si vendono meno libri perché i soldi sono pochi e i libri troppi.
E visto che mentre sto scrivendo si attende l’intervento inaugurale del ministro della cultura Giuli, una domandina me la farei: oltre a dichiarare qua e là e inaugurare qua e là, cosa sta facendo il ministro medesimo per i libri, il cinema, il teatro e tutto quello che, insomma, si chiama cultura?
Anche se non sarò, dopo tanti anni, al Salone del Libro di Torino, non significa che i miei pensieri non siano da quelle parti. Funziona così, voi che mi scrivete, certo in ottima fede, sospirando sui tempi andati che non torneranno: a parte il fatto che torneranno, in chissà quale forma ma torneranno, non è che fermarsi per recuperare salute significa pensare soltanto ad antifiammatori e risonanze. Insomma, sono zoppa, non rimbecillita, grazie.
Ricominciamo. Come qualcuno di voi saprà, un gruppo di case editrici ha scritto al Salone per protestare contro la presenza dello stand del Libraccio: le case editrici, dal comunicato arrivato nella mia casella di posta, sono 126, 42 secondo la questura, o i giornali. Comunque sia, ci sono anche nomi ben noti, fra cui Cliquot, Alegre, Emons, Exorma, Fanucci, L’Orma, Voland e così via.
Cosa dicono gli editori? Una cosa molto semplice, come leggerete dal comunicato sotto: uno stand come quello del Libraccio, di 350 metri quadri al padiglione 1, che vende libri usati a costo più che ribassato fa una concorrenza sleale agli editori presenti al Salone. Anche considerando che il prezzo del biglietto, aggiungo io, se acquistato in loco, è di ben 22 euro, e di questi tempi è dura sborsarli e avere anche soldi per acquistare libri a prezzo pieno. Aggiungo anche che la questione si è proposta, in modo diverso ma simile nella sostanza, con Più Libri Più Liberi, perché spendendo i tuoi soldi per un biglietto non economico (anche se inferiore a quello di Torino) magari vai a vedere gli scrittori più famosi all’Arena Robinson, che non pubblicano con editori piccoli e medi, e non compri i libri dei medesimi editori piccoli e medi. Dunque, per chi si fanno le fiere e i saloni? Per i lettori e le lettrici, ma certo. Ma anche per gli editori che, pagando, rendono possibili quelle fiere e quei saloni.
Sui quotidiani, l’ad del Libraccio, Edoardo Scioscia, dice che in fondo il loro favorisce gli editori. Copio e incollo: “i visitatori potranno sfogliare un libro di seconda mano da noi e poi andare ad acquistarne una copia nuova dall’editore”. Se fosse fantascienza, sarebbe bellissimo.
L’ultima cosa che si può dire tornando dal Salone del Libro di Torino è che manchi una comunità letteraria. Non vedi? C’eravamo proprio tutti, chi a presentare il proprio libro, chi a presentare il libro altrui (alcuni bellissimi, invero, come Triste Tigre di Neige Sinno, che ha vinto il Premio Strega Europeo). Eravamo insieme nelle code interminabili per i bagni, insieme nelle code per il caffè, insieme a fumare una sigaretta agli ingressi dei padiglioni. Ci siamo salutati e abbracciati, con la promessa di vederci e sentirci presto. Abbiamo sospirato sul mondo che ci circonda, riso per una battuta divertente, ci siamo immalinconiti per gli anni che passano. Abbiamo bevuto. Siamo andati a cena. Siamo andati alle feste. Abbiamo condiviso un taxi.
Abbiamo contato i poliziotti presenti (alcuni). Abbiamo ascoltato (pochi) con sconcerto Faccetta nera dagli altoparlanti dello stand Città di Torino (hackerato, è intervenuta la Digos).
Ah, due di noi, Zerocalcare e Christian Raimo, sono usciti per parlare con le ragazze e i ragazzi che manifestavano in favore della Palestina.
E’ che il Salone che è stato bello e grande e partecipato, come altre grandi occasioni d’incontro, ti porta a interrogarti su quella che un tempo si chiamava comunità letteraria. Che secondo me esiste, e non è solo quella che ci si immagina leggendo le cronache, con le mani occupate da calici di vino e stuzzichini al formaggio. Ma che forse non trova ancora il modo di riconoscersi fino in fondo, e di incidere fino in fondo.
Sette Saloni dopo, domani torno al Salone del libro di Torino. Ci torno con uno stato d’animo strano: perché è il primo Salone da ospite e l’ultimo da conduttrice di Fahrenheit, ma ci torno comunque con la gioia che mi ha accompagnato in questi sette anni e con cui ho attraversato un’esperienza non dimenticabile.
Oggi c’è un nuovo gruppo di lavoro, di cui fanno ancora parte vecchi compagni di strada, a cui vanno gli auguri miei e, spero, di tutti. Sul Corriere della Sera Paolo Di Stefano ricorda stamattina una frase di Ernesto Ferrero: “Questa voglia di essere presenti ai grandi eventi culturali rivela una passione politica non soddisfatta da nessuno. È come un’offerta di disponibilità, un’esigenza di impegno che non trova ascolto altrove”.
Non so se sia ancora così. Sicuramente c’è voglia di stare insieme al di là dell’occasione, al di là del “vado e saluto tutti” e del “vado a presentare il mio libro”. Di questo occorre tener conto. Per il resto, ci vediamo a Torino.
In un febbraio di sessant’anni fa Cristina Campo scrive ad Alejandra Pizarnik una delle non poche lettere che le due poetesse si sono scambiate nel tempo. In particolare scrive una frase bellissima: “Lei possiede il grande coraggio, la grande pietà, “il sacro dono del ridere” ed è proprio la donna che vuole la rosa in inverno”.
Le rose d’inverno e il desiderio di vederle schiudere costituiscono l’immagine perfetta dello stato d’animo di questi giorni, che sono stati pienissimi e importanti: una manifestazione, I giorni della merla a Macerata, con Lucia Tancredi, la rappresentazione di Omissis alla Scuola Holden a Torino, con i miei compagni di via Fabiana Carobolante, Alfredo Morana e Alessandro Petrocco, e la rituale riunione preparatoria del Salone del Libro 2023.
Che ci piaccia o no, i miti persistono, fuori e dentro di noi, perché è solo attraverso le narrazioni che l’umanità racconta se stessa e prende coscienza della propria esperienza storica. Quello che allora ci serve è imparare a mettere…
Tempi veloci, tempi di impegni. Ma mentre le ore corrono, mi fermo per postarvi, come qualcuno mi ha chiesto, il breve discorso fatto una settimana fa in apertura della conferenza stampa del Salone del Libro. A proposito: il Salone sta…
Vorrei dire un paio di cose sul Salone del Libro e su Vita Nova, che parte oggi e che già potete seguire in diretta dal sito. Ecco, non è semplicemente una rassegna on line come le tante, tantissime, che si…