Libri di cui parlerò a Marsciano per Chatwin, la scuola nomade di narrazione di Umbria Green Festival, a partire da domani pomeriggio.
Non solo alcuni fra quelli che cito spesso (Jackson e King, ovviamente), ma altri due. Uno lo conoscete, ne ho scritto qui e su Linus. E’ un racconto, I miei tristi morti , tratto dall’ultima raccolta di Mariana Enriquez, Un luogo soleggiato per gente ombrosa (traduzione di Fabio Cremonesi, Marsilio editore). Quello che si apre raccontando il rancore delle periferie:
“Capisco quello che succede. Quando la miseria incombe come incombe nel mio paese e nella mia città, se per sopravvivere si deve ricorrere all’illegalità, lo si fa. Si guadagna meglio che con un lavoro legale. Peraltro, non è che ci sia tutto questo lavoro legale, per nessuno”. (…) “Quello che sta succedendo è orribile. Loro però sono ancora più orribili. Durante le assemblee gridano che pagano le tasse (è vero solo in parte: la metà evade tutto quello che può, come qualunque argentino della classe media), che si sono comprati delle armi e che fanno corsi per imparare a usarle, e parlano di come, secondo loro, dovrebbe agire la polizia: propongono sempre l’omicidio, l’insulto, l’esempio medievale e l’occhio per occhio, o cose del genere. C’è un uomo anziano, poco più di me, non lo conosco, ma dice che è necessario infilzare le teste di quei “negri” sulle lance e metterle in mostra, come ai tempi delle colonie. Nessuno gli dice niente, nessuno alza gli occhi al cielo”.
Bene, tutto questo farebbe annuire di soddisfazione chi legge, e pensa che, finalmente, qualcuno si occupa di quel che avviene nel mondo e non solo nella cucina di casa, o nella casa degli antenati, dove, anche se il camino sostituisce il microonde, si racconta sempre la stessa storia: la nonna, il nonno, il padre e i figli e insomma il mondo ristretto a misura di stanzino. Solo che la donna di questa storia parla con i fantasmi: anzi, li attira. Anzi, se non lascia la casa, il quartieraccio e gli orrendi vicini è proprio per rimanere con loro. A questo punto, il lettore o la lettrice ha due strade: chiudere il libro brontolando, perché a suo parere le storie devono essere realiste a dispetto di qualche millennio di incanti e visioni, oppure proseguire con raddoppiata felicità, perché sa che quello che racconta meglio la realtà è esattamente ciò che in apparenza la tradisce.
L’altro, di cui ho scritto sempre per Linus (esce nel numero di giugno) è La radura di Alessandra Castellazzi (e/o). Qui non c’è una periferia ma un paese, che ansima per il caldo e la siccità, e che vede sparire, negli anni, ragazze giovani, affascinate, appunto, da una radura. E’ una bellissima storia che mi ha ricordato uno dei miei romanzi preferiti, Picnic a Hanging Rock, che prima di essere film di Peter Weir, fu un romanzo dell’australiana Joan Lindsay, pubblicato nel 1967.
Storia straordinaria che non si ispira a un fatto vero nonostante il falso articolo di giornale all’inizio del libro, e mantenuta nell’incertezza della stessa Lindsay (“Se Picnic a Hanging Rock sia realtà o fantasia, i lettori dovranno deciderlo per conto proprio. Poiché quel fatidico picnic ebbe luogo nell’anno 1900 e tutti i personaggi che compaiono nel libro sono morti da molto tempo, la cosa pare non abbia importanza”): nel giorno di San Valentino, il 14 febbraio 1900, un gruppo di ragazze del collegio Appleyard si reca in una gita ai piedi della Hanging Rock. Nel pomeriggio tre di esse, Miranda, Irma e Marion si allontanano verso la roccia, seguite da Edith che però ritornerà indietro urlando. Scompaiono, e con loro svanisce nel nulla l’insegnante di matematica, Greta, come la sorella di Viola. Dopo lunghe ricerche, verrà ritrovata la sola Irma, svenuta, senza scarpe ma con i piedi puliti e priva di memoria. Segue una sfilza di sciagure. La morte dell’ex istitutrice Dora e di suo fratello nell’incendio di un albergo, il suicidio della giovanissima Sara e, a seguire, quello della direttrice del collegio, Mrs Appleyard. In apparenza, è all’opera qualcosa di oscuro e terribile che però non viene mai rivelato. Sappiamo solo che tutti gli orologi si fermano a mezzogiorno, prima della sparizione delle ragazze. In verità, esiste un finale, il cosiddetto XVIII capitolo, che però l’editore chiese a Lindsay di togliere e che venne pubblicato solo dopo la sua morte, nel 1987, in Australia e Gran Bretagna, con il titolo The Secret of Hanging Rock. Cosa succede in realtà? Accade che Marion, Miranda, Irma e la signorina McGraw che le raggiunge, continuano la salita fino ad arrivare in un pianoro dove cominciano a sentirsi “diverse”. Marion le incita a gettare i corsetti nel dirupo ma questi, invece di cadere, restano fermi, “in una sorta di vuoto spazio-temporale”. Greta McGraw indica alle ragazze una fenditura fra le rocce, dove entra, seguita da Marion e Miranda: nel momento in cui passano, si trasformano in lucertole, o comunque in creaturine striscianti. Solo Irma, che ha esitato, resta fuori e non può più passare, perché una frana ostruisce l’apertura, e la storia si conclude con Irma che “si gettò sulle rocce e andava rompendo e battendo la faccia granulosa del macigno con le sue mani nude.” Cos’è? Fusione fra mondo degli uomini e natura? E com’è questa natura, benevola, malevola, indifferente?
Ecco, le storie, secondo me, servono a farci guardare quel che abbiamo intorno con occhi diversi. Proveremo a farlo insieme, che è quello, poi, che mi sta a cuore davvero.