La discussione di questi giorni sugli autori e le autrici si complica se chiamiamo in causa l’intelligenza artificiale. Resoconto di una polemica recente che vede protagonista la premio Nobel per la letteratura Olga Tokarczuk (da queste parti molto amata).
Riassunto. Qualche giorno fa Tokarczuk partecipa a un evento, Impact, dove fa, o farebbe, queste affermazioni:
“Contrariamente ai timori generali, credo che noi scrittori, data la natura specifica del nostro mestiere, saremo i più rapidi e incisivi nell’interagire con strumenti come l’IA. Le nostre menti letterarie funzionano in modo completamente diverso dalle altre, perché il nostro lavoro si basa su una vastissima rete di associazioni fra fatti eterogenei, che è estremamente diversa dal pensiero ristretto degli accademici. Ho acquistato la versione più avanzata di un modello linguistico e sono rimasta profondamente sorpresa da quanto abbia ampliato i miei orizzonti e approfondito il mio pensiero creativo”.
E ancora:
“Spesso propongo un’idea alla macchina per analizzarla, chiedendole: “Tesoro, come potremmo svilupparla al meglio?”. Pur essendo consapevole delle allucinazioni e dei numerosi errori degli algoritmi nei campi dell’economia e dei dati concreti, devo ammettere che nella narrativa letteraria questa tecnologia rappresenta una risorsa di proporzioni incredibili. Allo stesso tempo, provo una profonda e umana tristezza per un’epoca che sta scomparendo per sempre. Il mio cuore soffre per la scomparsa della letteratura tradizionale, scritta in mesi di solitudine, l’opera di una vita plasmata nella mente di un singolo individuo pienamente consapevole. Provo una terribile tristezza per Balzac, Cioran e l’inimitabile Nabokov, perché, nonostante il mio entusiasmo, non credo che nessuna AI sarà mai in grado di esprimersi in modo così raffinato”
E’ lo scrittore Maks Sipowicz a tradurre e rilanciare l’intervista, provocando un bel po’ di reazioni indignate. Su Threads, un’altra scrittrice molto amata come Lauren Groff esplode:
“Sono piena di rabbia che brucia come il sole per Olga Tokarczuk. Ho passato ogni cazzo di giorno degli ultimi trent’anni a lottare con la mia arte. L’arte vive solo nella lotta: il prodotto finale non ne reca che le ultime tracce. Se non sei più interessato alla lotta, non stai creando arte. Tutto il rispetto che ho mai avuto per lei è scomparso all’istante. Anche se lei ritratterà le sue parole, ci vorrà molto tempo per ripristinare quel rispetto”.
Groff ha le sue ragioni, ovviamente: è vero che il prodotto finale non è che l’ombra del conflitto di chi scrive, e quel conflitto è faticoso ma è l’unico, almeno secondo me, per cui valga la pena scrivere. Ma siamo sicuri che sia andata così?
Tokarczuk risponde a Literary Hub, che aveva ripreso la notizia, con queste parole:
“Come qualsiasi altra conversazione, le osservazioni fatte di fronte a un pubblico dal vivo durante un evento pubblico possono essere fraintese.
Il mio prossimo libro – che sarà pubblicato nell’autunno del 2026 in polacco – non è stato scritto né con l’ausilio dell’intelligenza artificiale né in collaborazione con altri. Da diversi decenni scrivo da sola.
Affermo brevemente e con fermezza:
1. Utilizzo l’intelligenza artificiale come la maggior parte delle persone al mondo: la considero uno strumento che permette di documentare e verificare i fatti più rapidamente. Ogni volta che utilizzo questo strumento, inoltre, verifico ulteriormente le informazioni, proprio come ho fatto per decenni leggendo libri e consultando biblioteche e archivi.
2. Nessuno dei miei testi, compreso il romanzo che uscirà questo autunno, è stato scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, se non per il suo utilizzo come strumento per una ricerca preliminare più rapida.
3. A volte mi lascio ispirare dai sogni, ma prima che anche questa frase venga fatta a pezzi dagli esperti, mi affretto a precisare che si tratta dei miei sogni”.
Ora, chi ha seguito quello che ho da dire sull’AI sa che sono fortemente contraria al suo utilizzo in modo creativo (per il resto, fatte salve le enormi problematiche politiche, ambientali ed economiche, non sono contraria e uso a mia volte l’AI se ho alcune ricerche da fare o per decifrare diagnosi mediche misteriose). Però mi sembra che questa polemica abbia tralasciato la parte più importante del discorso fatto da Tokarczuk. Ovvero:
“Sembra che il mondo, con la sua inerzia distruttiva, non meriti più romanzi lunghi e impegnativi. Il numero di persone disposte a leggere libri del genere si sta semplicemente riducendo. Un tempo ce n’era richiesta, mentre oggi l’idea di leggere un libro lungo è una sfida davvero scoraggiante per molti, e mi capita spesso di constatare che i lettori conoscono il finale de “I libri di Jakub” dai riassunti che trovano in rete. Non sono interessati a proseguire nella lettura, ma ci sono argomenti che non si possono trattare in breve. Il mondo è semplicemente e incredibilmente complesso”.
Ma, a fronte di questa complessità, dice
” il lettore moderno, sempre di fretta, cerca freneticamente storie estremamente semplici e assolutamente unidimensionali, perdendo così ogni umana capacità umana di comprendere la realtà con la complessità che richiede. I media, la politica e le continue pressioni sociali, generate quotidianamente, ci costringono costantemente a schierarci dalla parte giusta”.
“Molti non ci credono, ma penso che questo sia il mio ultimo romanzo. Mi piacerebbe che qualcuno di mentalità aperta guardasse alla letteratura contemporanea da una prospettiva oggettivamente economica. Vi assicuro che, se calcolaste onestamente l’enorme sforzo e le migliaia di ore estenuanti impiegate per creare “I libri di Jakub”, il mio stipendio orario mi garantirebbe una pensione da minatore La realtà è che nel mercato odierno, nessun editore sarebbe in grado di coprire in modo proporzionato e redditizio i costi di un lavoro così impegnativo e di pagare adeguatamente un libro del genere. D’altra parte, dopo tutti questi anni, sono fisicamente esausta dal processo di scrittura e dal passare ore davanti alla tastiera del computer. Quindi mi concentrerò sui racconti. Il coinvolgimento degli autori da una prospettiva puramente economica, nella dimensione delle storie lunghe, è semplicemente difficile da immaginare”.
Questo mi pare il punto reale: numero uno, la perdita di interesse generale per romanzi lunghi e soprattutto complessi, la crescita dell’interesse per l’autore o autrice guru, sempre pronto a scendere in campo su ogni battaglia: il che da una parte può essere un bene, ma se va a scapito di quanto scrive, è decisamente un male.