Io sono molto contenta che Elly Schlein abbia parlato di Tolkien alla fondazione Feltrinelli. E poco mi cale delle ironie (prevedibili) dei giornali che hanno spesso e volentieri trattato con disprezzo e disdegno Tolkien medesimo, come se fosse uno scrittore di serie B, per ragazzini, o per fascisti, appunto.
Ne sono contenta perché l’Italia è un caso pressocché unico nell’attribuzione delle opere del professore alla destra: non solo, è un caso unico nell’ignoranza della letteratura fantastica tutta. Chi scrive ricorda bene i ghigni e le battutacce negli articoli dei commentatori politici quando ci si riferiva, appunto, a Tolkien, Ende, Martin.
Ma ricordo altrettanto bene il lunghissimo lavoro fatto in oltre dieci anni da scrittori, scrittrici, studiosi e studiose, all’interno dell’Associazione Italiana Studi Tolkieniani e non solo: lavoro che ha portato alla ritraduzione delle maggiori opere di Tolkien (Hobbit, Signore degli Anelli), alla traduzione della History, e ancora ai saggi, le conferenze nelle scuole e nelle università, ai convegni accademici. Lavoro non solo lungo ma non privo di pericoli (sempre chi scrive ricorda di essere stata querelata da Vittoria Alliata per aver fatto una domanda a Ottavio Fatica).
Il problema è che quando si parla di Tolkien in Italia i motivi non sono, almeno nel giornalismo e nella politica, letterari e appartengano semmai alla concitata quest della destra per affermare la supremazia, o almeno l’emersione, della propria cultura. Faccenda interessante: perché la cultura è l’insieme di idee e di passioni e di condivisioni che creano una comunità, ma le comunità non sono definibili come i buoni e i cattivi sulle lavagne degli anni Sessanta e sostenere che la destra ama Tolkien e la sinistra ama Marquez significa avere una ben strana idea della letteratura. Anche perché la destra parla dell’uomo e non dell’opera, e chi legge e studia la letteratura fantastica sarebbe stufo di una narrazione che avoca alla parte più conservatrice del paese tutto quello che è mito, immaginario, visione. Sarebbe stufo anche di sentir parlare di eroi e di supremi valori mentre in Tolkien, ma anche in Martin, si parla semmai di critica del potere. Sarebbe stufo, infine, di continuare ad assistere all’avvitamento ormai più che decennale della sinistra nel voler fare a meno proprio del mito e dell’immaginazione e della visione, perché a forza di contrapporre la razionalità e il realismo alla “spazzatura bambinesca” si finisce per perdere prospettiva, oltre che elettori. Magari andrebbe ricordato a tutti quegli intellettuali che tuttora vivacchiano appollaiati a una cattedra o a un profilo social lanciando anatemi sugli orchi, senza riuscire a capire che è possibile leggere contemporaneamente e con la stessa passione Manganelli e Tolkien, Joyce e Martin.
Per questo ben venga l’affermazione di Schlein. Purché non si parli di “riprendersi” Tolkien. Tolkien non va “ripreso”. Va studiato. E amato.
Come scrisse magnificamente Edoardo Rialti:
“L’opera di Tolkien è un arazzo ricco e complesso, che per esplicita dichiarazione del suo autore “non predicava o insegnava nulla”. Una vasta operazione metaletteraria (in questo pienamente modernista, quanto L’arcobaleno della gravità di Pynchon o Omeros di Walcott) che rinnova e scuote i suoi stessi riferimenti letterari, proponendo spesso degli audaci ribaltamenti di ruoli e genere, percorso da cima a fondo dalla necessità di uscire dai piccoli o vasti confini dei beni che già conosciamo. (…)
una parte consistente del fascino della Terra di Mezzo sta certamente nell’offrire al tempo stesso un’alternativa al piattume del mero realismo e razionalismo in narrativa, un attacco a certe tendenze della società meccanizzata ma, soprattutto, una vasta epica commovente (aggettivo cui Tolkien teneva molto), una grande lotta in difesa di un bene (“credibile”, notò acutamente Auden) nella quale tutti e ciascuno possono trovare qualcosa di se stessi. Elfi, hobbit, nani, maghi, sono tutti riflessi d’uno specchio nel quale scorgere il nostro volto. Tolkien stesso dichiarò espressamente di detestare l’allegoria di qualsiasi matrice e preferirle semmai l’applicabilità, la libertà del lettore di ravvisare qualcosa di suo nella storia. E oggi Tolkien è letto tanto dai ragazzi di Fridays for Future quanto dai partecipanti alle convention di destra o ai cattolici del Meeting di Rimini”.
In altre parole, gli scrittori e le scrittrici vanno letti e capiti. E vanno letti coloro che sanno bene che in una partita di ping pong fra destra e sinistra si perde il senso stesso dei loro testi.
Per dirla con Wu Ming 4:
“Per fortuna ci sono ottime ragioni di credere che la narrativa tolkieniana saprà liberarsi dall’abbraccio dei politici, rimanendo salubremente ineffabile, complessa, problematica”.
E questo vale anche per l’abbraccio di molti giornalisti, del cui sarcasmo si può fare serenamente a meno.