Categoria: Cose che accadono in giro

Erano altri anni, da ogni punto di vista e anche per la mia piccola vita. Venticinque anni fa collaboravo regolarmente con Repubblica e il 13 aprile 2000 scrissi questo articolo su Gianni Rodari. E dal momento che il giornale oggi lo ripropone on line, lo ripropongo pure io. Con immensa nostalgia per Rodari.

“C’ è una cosa che non si dice abbastanza sul celebratissimo Gianni Rodari, in questi giorni ancor più celebrato in occasione del ventennale dalla morte. Una cosa che viene anzi dimenticata del tutto, forse perché non in linea con il politicamente ipercorretto che si vuol forzatamente attribuire allo scrittore di Omegna. Il fatto è che Rodari fu probabilmente l’unico intellettuale italiano a prendere posizione a favore di un mondo che tutti gli altri odiavano perché lo percepivano estraneo e dunque minaccioso, un mondo che, non casualmente, sarebbe diventato la cultura di riconoscimento per una generazione intera: quello dei cartoni giapponesi. Era il 1980, l’anno della sua morte, e Rodari scrisse per Rinascita un articolo che si chiamava Dalla parte di Goldrake, il robot appena approdato in Italia e già oggetto di interpellanze parlamentari e anatemi pedagogici. Schivando le saette, Rodari proponeva: “Invece di polemizzare con Goldrake, cerchiamo di far parlare i bambini di Goldrake, questa specie di Ercole moderno. Il vecchio Ercole era metà uomo e metà dio, questo in pratica è metà uomo e metà macchina spaziale, ma è lo stesso, ogni volta ha una grande impresa da affrontare, l’affronta e la supera. Cosa c’è di moralmente degenere rispetto ai miti di Ercole?”.

La settimana scorsa ho pubblicato su Lipperatura la lettera di Anonima Libraia che esprimeva diverse critiche al primo intervento di Otello Baseggio. Il quale mi ha riscritto, e devo dire che gli scritti di Baseggio, anche se giustamente molto tecnici, sono lezioni importanti per me e credo anche per voi che leggete. Pubblico dunque la sua replica e approfitto per ricordare che il blog non sarà aggiornato fino a lunedì, perché per l’intera settimana ho lezione a Torino.
“Quanto all’aspetto economico di Panoplìa la dottrina di David Ricardo sui rendimenti decrescenti potrebbe esserti utile
– l’anonima libraia ha notato direttori di passaggio in magazzino osservare che qualche editore entrava a sconto “bassissimo”; un tocco di attenta osservazione: tanti, ma davvero tanti librai universitari sono diventati ricchi con fornitori al 25% quand’anche al 20%, trasferendo pure uno sconto del 15% o del 10% ai loro clienti; come mai? Lo sconto residuale andava a colpire libri di alto prezzo, ad altissima rotazione (magazzino pressoché azzerato a fine campagna) e a domanda rigida, lo stesso avviene con gli acquisti internet: se non hai domanda rigida, ma hai un profilo qualitativo ben definito riesci a dare rigidità al tuo bacino di clienti e, con gli strumenti e l’attenzione imprenditorialmente dovuti (non è possibile dilungarsi ma molti Baseggio ne ha illustrati durante i lunghi anni della formazione d’aula), puoi creare valore e ricchezza da distribuire, per esempio ai dipendenti, diversamente non avrai quanto serve da mettere sul tavolo per una buona trattativa
– semplificazione con esposizione per sigle editoriali: vallo a dire a chi si occupa di saggistica o legge narrativa per generi o acquista libri per ragazzi ragionando per interessi ed età: Panoplìa non soddisfa nessuno di questi requisti; Feltrinelli ha fondato le proprie fortune sulle porte aperte ai libri di buona fattura culturale e di intrattenimento, questo era il discrimine, la gestione commerciale poggiava su questo discrimine per ottenere condizioni favorevoli, discriminare sulla sola base del costo di acquisizione alza invece un muro invalicabile per parte di autori e opere che soddisfano il criterio fondativo, di conseguenza alla fruizione del pubblico nella catena Feltrinelli si tolgono opere che tale criterio soddisfano”

Per una volta, vi invito apertamente a comprare L’Espresso, per un paio di motivi.
Il primo: Sabina Minardi racconta il disvelamento di Jianwei Xun, autore di Ipnocrazia, saggio pubblicato da Tlon sui meccanismi del potere nell’era digitale. Lo legge, coglie alcuni indizi disseminati nel testo, comincia a dare la caccia al filosofo. E capisce, infine, che si tratta di un esperimento sulla costruzione della realtà nei nostri tempi. Così, intervista Andrea Colamedici, che racconta come il libro sia nato da un esperimento di “cocreazione” con l’intelligenza artificiale.
Mitopoiesi, si diceva negli anni Novanta a proposito di Luther Blissett.
Nell’intervista, Colamedici spiega il processo di costruzione di Xun e invita, ed è necessario, a una riflessione pubblica. Da leggere.
E già che ci siamo, in questo numero, oltre alla Cosa preziosa della settimana, c’è un mio lungo articolo sulle Nuove Indicazioni 2025 del ministro Valditara.
Che comincia così:

“Immaginiamo che a Guglielmo da Baskerville, il sapiente protagonista de Il nome della rosa di Umberto Eco, venga chiesto se è vero che “solo l’Occidente conosce la Storia”, come si afferma nelle Nuove Indicazioni 2025 per la Scuola dell’infanzia e il Primo ciclo di Istruzione. La domanda andrà naturalmente corredata da una precisazione per non incorrere nell’ira di Ernesto Galli della Loggia, che sul Corriere della Sera del 25 marzo ha detto, non senza anatemi verso “la miseria del nostro ceto intellettuale”, che la frase con cui si apre la parte del documento dedicata allo studio della Storia va intesa così: “solo in quell’area geo-storica che si chiama Occidente la conoscenza dei fatti storici e la riflessione su di essi — alimentata dal pensiero greco-romano e dal messaggio cristiano — ha dato vita a una dimensione culturale particolarissima nella quale il realismo analitico più crudo si è mischiato al profetismo sociale più estremo”.
Alla fine della prima riga Guglielmo si sarebbe tolto gli occhiali sbuffando, e, cercando di essere paziente, avrebbe snocciolato una serie di nomi, chiamando a convegno i cinesi Sima Qian, autore di  Shiji o Memorie Storiche,  Ban Gu e sua sorella Ban Gao, cui dobbiamo molto di quanto sappiamo della Cina antica, gli storici arabi Ibn Ishaq e poi Ibn Khaldun la cui Muqaddimah (Introduzione alla Storia Universale) è  considerata una delle opere maggiori della storiografia tutta (vi si parla persino di asabiyya , o solidarietà sociale).”
Segue in edicola.

C’è una libreria di provincia che scrive:
“Cara Loredana, noi da libreria di paese stiamo tenendo duro. Ancora oggi consigliamo regolarmente libri usciti due anni fa o più, insomma di catalogo, anche perché consigliare un libro che non ci è piaciuto solo perché è in quella lista di libri “che vanno di moda” lo consideriamo un tradimento nei confronti dei nostri lettori e lettrici. Tendiamo a tenere più catalogo e le novità solo quelle indispensabili e cioè che riteniamo belle oppure che bisogna per forza avere perché pubblicizzate sui social. I social, come tiktok che ormai sta scavallando anche IG, vanno obbligatoriamente tenuti d’occhio. Cercare di capire cosa attira in libreria i giovani lettori e lettrici è indispensabile se si vuole stare al passo con i tempi. Quello che ci fa ben sperare è che ogni tanto, non spesso ma è meglio che niente, da un libro pubblicizzato sul BookTok chiedono poi Orgoglio e pregiudizio”.
Ci sono le tante librerie grandi e piccole che commentano le storie che sto pubblicando in questi giorni. E ci sono libraie e libraie di catena che sono andate via. Da un ex libraia Feltrinelli ricevo e pubblico.
“So perfettamente quando tutto cambiò: era il 2003 e arrivò la fusione Feltrinelli/Ricordi con la nascita dei Megastore. 
La libreria di Bari si trasformò: oltre 1300 mq di luci e colori e pile di libri ovunque. Più tecnologia (con differenti totem con cuffie che sparavano musica con le hit del momento o con i nuovi videogiochi da testare), più spazio all’intrattenimento e meno ai momenti di silenziosa scoperta tra gli scaffali che piano piano perdevano l’impianto iniziale – il catalogo – per diventare esili (addio bibliodiversità) e con la durata di vita che andava riducendosi sempre più. 
I lettori storici iniziarono a perdersi e a non riconoscersi più in quel luogo che prima era un rifugio e ora sembrava inseguire logiche diverse: ricordo i primi scioperi bianchi, le varie proteste con il primo esproprio e le manifestazioni con gli slogan “Feltrinelli discount della cultura” strillati da tutti. Il sindacato che premeva e molto spesso otteneva mettendoci forza e cuore”.

Perché quando si comincia è difficile smettere, e per fortuna. Continuano ad arrivare mail e messaggi, e testimonianze dal mondo delle librerie. E io mi chiedo quando è successo che ci siamo distratti, e distratte, e perché.
Qui la persona che mi scrive ha lavorato in una libreria di catena che non è Feltrinelli, e racconta che sono almeno dieci anni che il lavoro è cambiato, e che la considerazione stessa in cui si tengono i libri è profondamente mutata.
Buona lettura.
“Quando ho varcato per la prima volta la soglia di una libreria come dipendente, la rotazione dei libri sugli scaffali era di sei mesi. C’era il tempo di far scoprire un titolo, di consigliarlo, di lasciarlo respirare sugli scaffali e trovare il suo pubblico. C’era un’idea di permanenza, di cura.
Quando ho lasciato quel mondo, la rotazione era ridotta a un mese e mezzo, due mesi al massimo. Il mio ruolo si era trasformato da libraiə a facchinə, ma senza la dignità salariale di un vero facchino.”
“Non sorprende, oggi, quello che sta succedendo in Feltrinelli. In altre catene era già cominciato da anni: nel 2015-2016, molte figure esperte e appassionate sono state sostituite da supermanager provenienti da settori che nulla avevano a che fare con il libro. Il loro unico obiettivo era il taglio dei costi, la riduzione del personale qualificato, lo smantellamento delle reti di agenti e di supporto alle librerie. Tutto ciò che era ritenuto “superfluo” è stato spazzato via con un colpo di spugna, mantenendo una direzione precisa. In compenso, venivano organizzati in tutta fretta corsi di aggiornamento per i librai, affinché imparassero a vendere di più, e soprattutto, a vendere tutto, senza distinzioni.”
“Ma la domanda che oggi dovremmo porci è: cosa resta della libreria se viene meno il libraio? Cosa resta del libro se è trattato come una merce qualsiasi, soggetta a scadenze, trend imposti e obsolescenza programmata?”

Pubblico tutte le lettere di libraie e librai che sto ricevendo, dunque anche quella di Anonima Libraia che, come leggerete, è molto critica nei confronti di Otello Baseggio. Su questo si aprirà la discussione. Ma su una cosa non sono d’accordo io, e dunque mi prendo la libertà di dirla: lavare i panni sporchi in famiglia, come si adombra alla fine, nella maggior parte dei casi sfocia in catastrofe.
“Un ruolo decisivo, ma davvero decisivo anche ai tempi dell’online, lo hanno i distributori e i promotori, specie i principali: basti ricordare che gli editori incassano sul distribuito ma guadagnano sul venduto al netto di costi di produzione, redazione, resa, trasporto, stallo, macerazione. Un’impresa che giustamente è stata paragonata alla lotteria, che induce ad acquistare un altro biglietto (ovvero a pubblicare un altro libro e distribuirlo e incassare altro denaro) nella speranza di imbroccare la vincita (il libro buono, che permette di sistemare i conti e sanare i bilanci).”

Sto ricevendo molte mail dai librai di Feltrinelli o da persone che in Feltrinelli lavorano. Ho deciso di pubblicarle tutte, e non perché abbia qualcosa contro Feltrinelli, visto che è stata anche la mia casa editrice e continua a pubblicare bellissimi libri: semplicemente, vorrei che si capisse cosa accade all’interno di un grande gruppo editoriale oggi. E, soprattutto, cosa ne è dei lavoratori della cultura. L’invito al racconto è sempre aperto a tutte e tutti: potete usare i contatti di questo blog, collegati alla mia mail.
Questa lettera è molto forte e illuminante: per tutelare il “vecchio feltrinelliano” ho nascosto il suo nome con quello di Pim, da Pim Casaubon, il narratore de Il pendolo di Foucault. 
“I librai sono scoraggiati non tanto per il buono pasto, ma perché si chiede loro di diventare soldatini sempre sorridenti. Ai nostri librai è stato detto che devono “accogliere” il cliente, posizionandosi vicino all’entrata, e chiedergli sempre se possono aiutarlo. Ma molti clienti che entrano in libreria vogliono essere curiosi degli affari loro. Forse, fra il libraio scorbutico e il libraio iper sorridente e invasivo servirebbe una sana via di mezzo.  
Per altro, è stato già annunciato che i librai a breve dovranno indossare una divisa elegante, che immagino l’AD o la capa del dettaglio stiano facendo disegnare a qualche amico della moda.  
Non basta: un tempo le diverse librerie Feltrinelli potevano scegliere molti dei libri da ordinare ed esporre, in base alle specificità del territorio e al gusto dei libri. Oggi le scelte vengono dall’alto. Inoltre, le librerie Feltrinelli sono oramai invase dai libri “di casa”, spezzando un delicatissimo equilibrio costruito nel tempo. Quell’equilibrio dava certamente molta visibilità ai libri Feltrinelli (su cui, come la dottoressa Carra ci ricorda sempre, marginiamo di più), ma dava spazio anche a tanti editori piccoli e grandi, sostenendo appunto la bibliodiversità. Così invece le librerie perdono il loro valore culturale, e infatti molti lettori colti dicono che siamo diventati indistinguibili da altre catene.  
In Feltrinelli il problema vero non è neanche che il top management provenga dalla moda, ma che non faccia il minimo sforzo per capire il settore librario. 
Poi c’è Panoplia, di cui avete scritto, che strozza i piccoli editori. Non avete però scritto di un altra prassi usata in Feltrinelli,  ossia gli editori che si è deciso di marginalizzare, perché non pagano abbastanza e hanno basse rotazioni.”

In questi giorni mi passano davanti agli occhi, sui social, i post del 2020, in pieno lockdown. Rileggo e rivivo lo smarrimento, l’incredulità delle strade deserte, i cieli pieni di uccelli, il silenzio. Ma anche: gli inviti, pure istituzionali, a denunciare gli assembramenti e comportamenti ritenuti scorretti via portale, whatsapp, post su Facebook.
Ripenso a come tutto questo è stato raccontato in quei giorni. E leggo anche di come viene raccontata dai social media manipolati dagli Stati Uniti la necessità di “prendersi la Groenlandia”. Penso al linguaggio che,  per inciso, è un virus esso stesso, diceva il vecchio e amato William Burroughs. Significa che le parole che abbiamo usato hanno generato un problema. Più d’uno, in verità.
Serve a qualcosa parlarne? Sì, moltissimo. Serve come serviva allora lavarsi le mani. Perché abbandonarsi al flusso di notizie e contronotizie non ha fatto  che immergerci nell’abitudine all’eccezionalità. Occorre sempre guardare quell’eccezionalità negli occhi, e sapere esattamente dove siamo.
Lo ha fatto, per esempio, Le Monde Diplomatique, in un articolo che riflette sul confinamento, e dice: “La chiusura della primavera 2020 è una delle esperienze umane più rilevanti e meno dibattute degli ultimi anni”
Noi non lo abbiamo fatto, non lo stiamo facendo. Ed è un virus, anche questo.

Non interverrò qui (né probabilmente altrove) su Adolescence che quanto meno ha il merito di aver fatto scoprire a un po’ di gente che esistono gli Incel (però approfitto per invitare a leggere La colpa è mia di Andrea Donaera, che di incel parla e che meritava maggior fortuna, secondo me). Intervengo, invece, quasi per parlare fra me e me, e raccontare, a chi interessa, cosa mi colpisce in una serie.
Penso, per dire, a Black Mirror. Che continua a porci la stessa domanda: chi siamo davvero? Non è tanto la questione del discostarsi o avvicinarsi tra identità reale e identità virtuale, e di chiederci quanto la seconda coincida del tutto con la prima. Non c’è una risposta netta, evidentemente: Black mirror racconta quel che siamo già, con appena un avanzamento nel possibile. Veniamo bannati e non possiamo comunicare con gli altri, cerchiamo di crescere in popolarità con cortesia o ammirazione manifesta spesso ipocrite, auguriamo la morte sui social in nome del nostro diritto di parola e via così. E allora?
Qualche anno fa Fabio Chiusi scrisse per Valigia Blu un articolo, di cui vale la pena citare un passo:
“…il monito di Malka Older, studiosa e scrittrice di sci-fi a sfondo politico che, citando Yuval Noah Harari, riporta: “per cambiare un ordine immaginario esistente, dobbiamo prima credere in un ordine immaginario alternativo”. A dire: dovremmo usare di più l’immaginazione, specie fantapolitica e fantascientifica, se vogliamo provare a realizzare un mondo, e un’ideologia, in cui i monopolisti dei dati non sono immutabili, irregolabili, inamovibili. Older la chiama “resistenza speculativa”: “Abbiamo bisogno di futuri speculativi”, dice, “ci ricordano che il mondo in cui viviamo non è inevitabile”. Se l’ideologia dominante è tale proprio in quanto capace di rendersi invisibile, di entrare tra le norme e i comportamenti quotidiani come il respiro nel torace, il grido immaginativo della scrittrice è la forma più pura, e forse più forte, di critica ideologica a Silicon Valley”.

Il punto di partenza è la storia della popolazione Haida, le cui poesie sono arrivate fino a noi grazie a un traduttore, a un antropologo e al racconto che ne fa Margaret Atwood.
La storia è bella, e probabilmente in molti penseranno che non ci riguarda, convinti come siamo che quel che scriviamo, e leggiamo, resterà per sempre dopo di noi.
No, se qualcuno non interviene a preservarlo, come ha fatto l’antropologo.
Ma rimaniamo all’oggi, e a un tempo molto più breve dei cento anni intercorsi dal racconto orale dei poeti Haida alla pubblicazione della raccolta: mi capita di pensare alle sacrosante rivendicazioni di chi scrive per quel che riguarda il proprio lavoro, e dunque di essere liberi di esprimersi, ma anche di essere pagati per i propri interventi e presentazioni in festival e occasioni pubbliche,  come scrisse tempo fa Vincenzo Latronico. 
Tutto questo è appunto sacrosanto, e certamente ci vorrebbe un organismo che, come la Authors Guild americana, tuteli scrittrici e scrittori.
Ma, ecco il punto, non solo loro: perché la tutela dovrebbe diventare una rete che riguarda tutte le figure editoriali, i redattori, i traduttori, gli uffici stampa e, sì, i librai, ancora una volta.
Perché è vero che la materia prima viene fornita da chi scrive, ma senza tutto il resto svanisce come le parole degli Haida.

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