Categoria: Cose che accadono in giro

Certamente è stato già ricordato, ma ieri sera mi sono interrogata sui precedenti della tragedia di Crans Montana. Che sono almeno tre, non sono così lontani nel tempo e colpiscono per la dinamica, che è praticamente identica. 
2004: Siamo a Buenos Aires, è il 30 dicembre. Alla discoteca República Cromañón si esibiscono i  Callejeros. Durante l’esibizione vengono accesi alcuni bengala: danno fuoco alle imbottiture nel soffitto. Muoiono 194 persone, 7oo sono i feriti. 
2013: nella notte tra il 26 e il 27 gennaio la discoteca Kiss di Santa Maria, Brasile, ospita un concerto dei Gurizada Fandangueira: il cantante accende un bengala, il bengala colpisce  il soffitto della discoteca, appiccando le fiamme al materiale di plastica usato per l’isolamento acustico. Muoiono 232 ragazzi.
2015: Al Colectiv di Bucarest suonano i Goodbye to Gravity. Ancora una volta, c’è un bengala. Ancora una volta prende fuoco il rivestimento di poliestere, le fiamme raggiungono il soffitto, muoiono in 62.
Sugli ultimi due episodi esistono una serie e un documentario, La notte che non passerà e Collectiv.

La domanda è ovvia, e non mi capacito che non sia stata posta più spesso: come è stato possibile dimenticare i precedenti? Perché nei tre casi, ora quattro, il meccanismo è identico: fuochi o bengala o quel che è, rivestimento sul soffitto, fuoco, morte. E se neanche quasi cinquecento giovani persone che hanno perso la vita bastano, che altro deve accadere?
Diciotto anni, Javier Marias, in una intervista spietata a Repubblica, diceva:
“la gente dimentica, dimentica molto facilmente. E soprattutto non associa, non stabilisce un collegamento tra gli eventi della storia e i fatti del presente”.

Il 2026 porta con sé il decennale dal terremoto del Centro Italia. Lo ricordiamo tutte e tutti, ovviamente: molto di più lo ricorda chi ha perso una persona cara. E una casa. 
Bene, da poco è stato nominato commissario per la ricostruzione in Emilia Romagna il senatore Guido Castelli, che già commissaria le Marche e i territori colpiti nel 2016. Come forse sa chi segue questo blog, Castelli è trionfalistico nelle dichiarazioni e munifico nelle elargizioni. In agosto, Repubblica ha individuato venti atti di contorno rispetto alla missione del commissariato, che è quella di ricostruire i comuni distrutti. I decreti extra valgono 1.261.762 euro e sono tutti affidamenti diretti. Concessioni firmate del commissario Castelli tra il 2024 e il 2025.
Già, ma la ricostruzione? In ottobre, ActionAid scriveva questo:
“Nei138 Comuni del cratere ci sono attualmente circa 20 mila persone ancora in attesa di una sistemazione definitiva e sono 2.690 le Soluzioni Abitative di Emergenza (SAE) ancora occupate.  La ricostruzione, quella delle case ma anche degli spazi pubblici, dei servizi, dei luoghi di ritrovo è invisibile, non perché non si inizino a vedere cantieri ma perché non ci sono dati aperti, consultabili e aggiornati che ne raccontino l’andamento per ciascun luogo e per ciascun intervento. ”
Ovviamente il commissario è invece sempre trionfalistico, ma non ci si aspettava nulla di diverso.
Ciò di cui non si parla è invece come si sta realizzando la ricostruzione, e il modo in cui si è imposta a cittadine e cittadini una narrazione che non corrisponde alla realtà e che viene semplicemente abbellita da assai ipocrite celebrazioni dei valori del territorio e la loro trasformazione (indovinate?) in spettacolo.
Su questo punto, riporto un lungo post che la libraia e attivista Silvia Sorana ha scritto il 30 dicembre. C’è tutto quel che serve sapere: altro, occorrerà trovarlo e raccontarlo, a costo di non ottenere ascolto che da pochi.
“La ricostruzione fisica è stata drogata da una bolla da cantiere che, gonfiando i prezzi e saturando il mercato, ha favorito l’adozione di soluzioni tecniche a basso costo e alto profitto per le imprese, a discapito della qualità edilizia. Tutto mentre contemporaneamente si esalta l’autenticità, la qualità, il paesaggio, la montagna.”

E così, dopo dieci anni, Stranger Things si congeda. Lo fa con una puntata, almeno a mio parere, impeccabile nonostante le incoerenze, dove ogni anomalia svanisce, così come si chiude il tempo dei giochi e dell’adolescenza: i protagonisti vanno verso il mondo, chi andrà al college, chi in una grande città, chi inizia a lavorare in un giornale. E qualcuno, come Gordie de Il corpo di Stephen King (omaggiatissimo in tutta la serie) scrive, e racconta, come è giusto che sia. Ma le storie non finiscono, perché ci sono altri, i fratellini e le sorelline, che prenderanno il posto dei personaggi principali attorno al tavolo, per giocare a Dungeons&Dragons.
Nei fatti, Stranger Things ha raccontato cosa significa crescere avendo fede: fede nella fantasia, nei mostri che possono esistere davvero, e fede nel fatto che i mostri si possono sconfiggere, fede nell’amicizia, fede nel futuro. Solo i bambini e i ragazzi non si accorgono che stanno cambiando e dunque non possono temere il cambiamento: lo faranno dopo, una volta adulti, quando si guarderanno indietro. Ma la meravigliosa estate de Il corpo, e di It, e di tutti i libri kinghiani dove ci sono bambini e ragazzi, sembra non finire mai e potersi prolungare all’infinito. Perché i bambini e i ragazzi hanno appunto fede, farà dire King a uno dei suoi personaggi. I bambini e i ragazzi credono ancora (o credevano) alla fatina dei denti e persino a Babbo Natale, credono nei fantasmi e nei lupi mannari e, in una parola, credono nella magia. Proprio quella che, crescendo, si dimentica: al massimo, alcuni uomini e alcune donne provano a ricrearla nei libri, nei film, nelle serie televisive, cercando di ricordare come si viveva da dodicenni.
Nell’ultima puntata di Stranger Things, Mike, e poi tutti gli altri, dicono le parole chiave: “Io ci credo”. E’ lo stesso atto di fiducia nelle storie con cui si chiudeva Game of Thrones, che aveva un finale più sgangherato ma con la stessa finalità: ogni anomalia svanisce, ognuno prosegue la propria vita, senza draghi e senza mostri, inoltrandosi nell’età adulta.
Resta una piccola domanda: noi che abbiamo amato Eddie il ribelle, quanto tolleriamo, da adulti, le persone vere che escono dal canone? Temo molto poco. E temo anche che quando guardiamo con tenerezza alle amicizie degli adolescenti, alla forza del gruppo, alle speranze e al coraggio, pensiamo ai noi stessi che forse eravamo davvero (o forse no), ma che sicuramente, nella maggior parte dei casi, oggi non siamo.
Quanto alle storie, beh, chi ci crede (in numero minore, temo anche questo) sa che sono una delle possibilità di salvezza, anche quando non spiegano tutto, come in Stranger Things.
(E comunque, avercene)

La giornata, dunque, si apre così:
“Il Rapporto curato da LaPolis-Università di Urbino Carlo Bo, con Demos e Avviso pubblico, individua in una persona su cinque l’ampiezza del consenso sociale verso soluzioni autoritarie. Incluse quelle che rimandano, esplicitamente, all’esperienza del fascismo. Un’area che si allarga a circa una persona su tre, se includiamo gli incerti di fronte al bivio tra democrazia e autoritarismo”. 
Ma forse non c’era bisogno del rapporto per capirlo: basta uscire, salire su un mezzo pubblico, guardarsi intorno. Qualcosa è cambiato da molto tempo, una narrazione è diventata predominante e adesso siam qui. Il che non significa che non si possa fare nulla, evidentemente, ognuno come può, ognuno come sa.
Le cose sono cambiate anche in editoria, e dal momento che questo è l’ultimo post del 2025 riassumo brevemente quanto scritto qui e sui social: in sintesi, dopo le lunghissime discussioni su come funzionano o non funzionano le cose in Italia, al momento si continua ad andare avanti come prima, con gli editori che inseguono le booktoker, tallonati dagli inserti culturali che le blandiscono, sperando che così i libri e i giornali si vendano un po’ di più (preciserei che non ho nulla contro le booktoker, tutt’altro, e l’ho scritto in tempi non sospetti: mi sembra soltanto malinconico assistere all’ennesimo tentativo di cannibalizzazione di un fenomeno che porta sempre allo stesso punto. Contro un muro).
Nel frattempo c’è anche chi non si accorge di quel che avviene, convinto/a che non toccherà a lui o a lei, e che i suoi libri saranno sempre ben accolti e ben recensiti, e pure premiati, e pazienza se non vendono come una volta.
Aggiungiamo la discussione già fatta sull’uso dell’intelligenza artificiale e il quadro è quasi completo.
E’ sicuramente presto per dire qualsiasi cosa in proposito, tardi per non accorgersi che, appunto, le cose sono molto cambiate. Possiamo immalinconirci pensando a come eravamo o capire come agire.
E dunque? Dunque, caro commentarium, per me resta valido quello che scrisse Sandra Newman diversi anni fa:
“Non c’è nulla di vergognoso, infantile e irrealistico nel volere un mondo migliore. Dobbiamo lasciarci alle spalle la superstizione secondo la quale ogni tentativo di risolvere i nostri problemi finirà nella distopia di Orwell. La storia ci insegna che le buone intenzioni non sono un’avvisaglia di fallimento: dobbiamo permetterci di pensare in termini utopistici, e agire pragmaticamente per farli diventare realtà”.
E naturalmente Buon Natale e Buon Anno a voi. Il blog torna il 5 gennaio, e vediamo cosa succede.

Anche oggi, avvento: un articolo scritto per Linus dove si parla di Dan Brown ed Elizabeth Strout. Come? Esatto. Perché? Scopritelo.
“Sembrerà strano a chi legge questa rubrica inserire Dan Brown fra gli scrittori di fantastico: di fatto non lo è, come non lo era Umberto Eco, che anzi spesso satireggiava da par suo sul fantastico stesso. Eppure, qualunque cosa si pensi di Brown medesimo, va riconosciuto che è un grande inventore di storie, come avviene nell’ultimo romanzo, dove riappare il suo Langdon mentre corre sulla neve di Praga (si parla di noetica, di coscienza umana e, sì, anche del Golem).
Parlarne oggi significa parlare, però, di un’anomalia, certamente fortunata e certamente, usiamo pure la parolaccia, mainstream. Perché discutiamo di un narratore che dal filone oggi dominante è fuori, e che certamente conquista ancora i piani alti delle classifiche, ma di cui si parla molto meno rispetto alle biografie (stavolta di San Francesco) o, appunto, ai romanzi un po’ storici un po’ romance (con tutto il rispetto).  Non è una difesa di Dan Brown, anche se resta piacevole e divertente leggerlo (e, come mi è capitato di dire più volte, ognuno di noi contiene più lettori, che passano da L’ultimo segreto alla rilettura di Musil senza troppi problemi): è semmai una riflessione sul fatto che la presenza in classifica, e nei cataloghi degli editori, delle anomalie sta diventando rara. Quanto a quella fantastica, che è quella delle storie per eccellenza, non pervenuta, se non grazie a editori indipendenti o specializzati.
   Eppure ci sono tanti punti in comune fra i fuori-filone, che siano abili compilatori di intrecci o limpidi costruttori di linguaggi. Penso, per esempio, a Elizabeth Strout, di cui Einaudi ha pubblicato Raccontami tutto, con la traduzione di Susanna Basso. E prima ancora penso a un passaggio da un romanzo precedente, quel libro lieve e densissimo che è Mi chiamo Lucy Barton, dove la protagonista frequenta un corso di scrittura creativa. Dalla finestra entra, se non ricordo male, un uccello, piuttosto grande, e lei e la scrittrice che tiene il corso si spaventano, parecchio. Prende la parola una psicoanalista californiana che frequenta ugualmente il corso e che non interviene quasi mai, e dice alla scrittrice: “Lei non ha ancora superato il suo disturbo post-traumatico”. La scrittrice, e la protagonista, la guardano con odio, e tacciono. Più avanti, si ritroveranno a parlare e si diranno quanto ci sono rimaste male, e quanto si sono sentite ferite da quelle parole, e la scrittrice dirà qualcosa del genere: non c’è niente di peggio delle persone che usano le proprie competenze per mortificare gli altri. Quando l’ho letto per la prima volta, quel passaggio mi era rimasto in mente perché il mio primo pensiero è stato “ma oggi anche chi non ha competenza alcuna vuole usare le parole per mortificare gli altri”, e poi mi è venuta in mente un’altra immagine, completamente diversa, quella che ha usato Edoardo Albinati in La scuola cattolica per descrivere una classe di maschi adolescenti, i granchi nel secchio che si arrampicano ognuno sulla schiena degli altri. Senza riuscire, ovvio, a uscire dal secchio.”

Ieri sera ho fatto una lunga chiacchierata con un vecchio amico. Il tono di entrambe era sconsolato. Lui, che conosce l’editoria da più tempo di me, diceva che fra i mille problemi uno risalta su tutti: l’affidamento delle decisioni all’ufficio commerciale e non più, come un tempo, alla direzione editoriale. Il commerciale è quello che controlla quanto hai venduto nel titolo precedente e decide se investire ancora su di te o, come sempre più spesso avviene, cercare un autore nuovo che, magari, non vende le tue tremila o quattromila copie ma, chissà, magari fa il botto delle 20.000, e se non ce la fa pazienza, in fondo è un esordiente. Il commerciale è quello che decide che in questo momento bisogna pubblicare libri sui gatti, e se per caso hai scritto un buon libro su un cane occorrerà intitolarlo “Il nemico dei gatti”. Il commerciale è quello a cui non interessa il progetto culturale, ma vendere in un tempo in cui non si vende, e dunque perché mai provare strade diverse da quelle conosciute? 
Come segnalavo ieri su Facebook, sono usciti due articoli importanti: quello di Giulio Mozzi su Snaporaz e quello di Francesco Quatraro sul Tascabile che riassumono molto bene, Mozzi con passione, Quatraro chirurgicamente, lo stato delle cose.
Ne segnalo però un terzo. ll bilancio che Wu Ming 1 ha fatto dei suoi tredici mesi di tour per Gli uomini pesce: lo trovate su Giap.:
“In questi tredici mesi Gli uomini pesce è stato ristampato più volte e ha venduto oltre venticinquemila copie. Fa dunque parte dello 0,2% circa di novità editoriali italiane che superano quota 20000.
Risultato ancor più significativo se pensiamo che il libro non ha imboccato nessuno dei percorsi abituali e “obbligati”, quelli ritenuti imprescindibili se si vuole promuovere un libro. Nisba inviti dal più seguito programma radiofonico dedicato ai libri; non un rigo sul quotidiano più venduto (né sul suo inserto culturale); idem sull’inserto culturale del secondo quotidiano più diffuso; assenza dalle grandi kermesses dell’editoria; nessuna partecipazione a premi, eccetera”.
E ancora:
“I «percorsi obbligati» non sono obbligati. Altre vie si possono percorrere, e nel tempo danno più soddisfazione. Aver cura dei rapporti con le librerie indipendenti – baluardi di cultura, socialità e biodiversità urbana – fa vivere un libro più del calcare certe ribalte mediatiche, e può anche riservare sorprese”
Certo, una comunità non si costruisce un giorno, ma l’alternativa è scrivere i libri sui gatti chiesti dal commerciale. E, come sapete, dura poco, non serve, peggiora le cose. 

In brevissimo: nasce una scuola che non è una scuola. Un’occasione per incontrarsi, per leggere e anche per scrivere. Nasce una scuola che non ha una sede fissa ma molte sedi nell’Italia centrale. Nasce Chatwin, scuola nomade di narrazione. E nasce con due compagni di strada che stimo e amo da tempo: Silvia Schiavo e Daniele Zepparelli.
Sul sito (link al primo commento) troverete tutte le informazioni: per ora, sono tre week end primaverili, con due maestre d’eccezione come Romana Petri e Nadia Terranova. Sì, è solo l’inizio. E, sì, i prezzi sono bassi. E, sì, è l’occasione per incontrarci, per ascoltare e scrivere storie. Per provare a costruire l’alternativa nomade.

Immaginiamo di aprire un romanzo contemporaneo, sperando che parli del mondo in cui viviamo e non della propria famiglia. Immaginiamo di trovarci esattamente quel che volevamo: periferie disperate, casermoni e baraccopoli, e una donna che osserva e dice: “Capisco quello che succede. Quando la miseria incombe come incombe nel mio paese e nella mia città, se per sopravvivere si deve ricorrere all’illegalità, lo si fa. Si guadagna meglio che con un lavoro legale. Peraltro, non è che ci sia tutto questo lavoro legale, per nessuno”. Immaginiamo ancora che questa donna, che abita non lontano dai casermoni e dalle baraccopoli, partecipi a riunioni di condominio dove i vicini indicono assemblee sulla sicurezza, e che pensi: “Quello che sta succedendo è orribile. Loro però sono ancora più orribili. Durante le assemblee gridano che pagano le tasse (è vero solo in parte: la metà evade tutto quello che può, come qualunque argentino della classe media), che si sono comprati delle armi e che fanno corsi per imparare a usarle, e parlano di come, secondo loro, dovrebbe agire la polizia: propongono sempre l’omicidio, l’insulto, l’esempio medievale e l’occhio per occhio, o cose del genere”.
Oggi un po’ di calendario dell’avvento anche su Lipperatura, ovvero, i libri che mi sono piaciuti. Si apre con Un luogo soleggiato per gente ombrosa di Mariana Enriquez.

Ogni giorno, quando apro la mail, trovo notifiche di persone che mi seguono su Substack. Bello, direte voi. Piccolo particolare: io non sono su Substack, nel senso che non ho scritto mai neanche una riga. Sono iscritta perché leggo quello che scrivono gli altri, ma, nella mia ostinazione, quel che ho da dire lo scrivo sul blog, che continuo a mantenere aperto e gratuito da 21 anni a questa parte. Allo stesso modo, non ho aperto newsletter. C’è il blog, mi dico, non mi serve altro.
Certo, leggo quel che scrivono gli altri, su substack, sulle riviste e sulle newsletter a cui sono iscritta. Personalmente, ne traggo più spunti rispetto alla lettura delle pagine culturali dei quotidiani, ma è parere personale e non vale per chiunque. 
Così, ho letto attentamente la mappa-non mappa che Giovanni Robertini e Raffaele Alberto Ventura hanno compilato per il mensile di Domani, Finzioni: non-mappa perché, rispetto a dieci anni fa, una cartografia esaustiva è impossibile.
Molto interessante, anche se non sono d’accordo su tutto. La moltiplicazione, per me, non è una dichiarazione di fallimento: è qualcosa che ritiene più impegno di prima, quando bastava leggere la colonnina di destra di un blog per scoprirne altri (si chiamava blogroll, ai tempi). Richiede la voglia e il tempo di scegliere cosa seguire nel panorama culturale, forse, come scrivono gli autori, sapendo che una “scena culturale” non esiste più: non, almeno, nel significato che le si attribuiva anche solo dieci anni fa.
Nota personale, infine.
E allora perché continui ad aggiornare il blog e a scrivere sui social? Legittimo chiedermelo, in effetti, perché ogni tanto me lo chiedo anche io. La risposta più onesta è “per me”. Per fissare pensieri. Per vederci chiaro. Per lasciare una traccia a me stessa. I blog non sono che un diario di bordo, e così nascono, qualunque cosa si possa dire ora. I social sono un racconto continuo delle vite degli altri, e per questo ci ipnotizzano e ci avvincono. Però, sempre per me, la scrittura è un’altra cosa. Abbiamo bisogno di pensare al futuro per poter amare una persona o un amico, diceva – grossomodo- Camus ne “La peste”. E quando ci muoviamo in un presente eterno non possiamo amare.
Ecco, penso che per i vecchi blog (che sono comunque una forma d’amore) valga lo stesso concetto.

Così, sei anni fa, mi chiese a cena: “Mamma, quando è morta la letteratura?”. Aveva un sorrisetto curioso e intelligente, l’allora venticinquenne figlio, mentre mi pose la domanda, e io rimasi senza parole. “E’ morta, secondo te?”, gli chiesi a mia volta (mai rispondere a una domanda con un’altra domanda,  ma tant’è). “Non ha presa sull’immaginario – disse lui – e non mi pare di vedere in giro i movimenti che esistevano nel Novecento”.
Mi torna in mente oggi, quella domanda, anche se sono perfettamente consapevole che dopo sei anni il figlio ha probabilmente cambiato idea. Però dopo tre giorni di Più Libri Più Libri, ci rifletto su. La letteratura ha presa sull’immaginario? Posso dire di sì? No.  Non posso, dopo tutte le mattine del mondo recente passate a guardare gli altri, in metropolitana, per strada, in automobile, chini sul proprio smartphone. Non posso, quando vedo cedere le intelligenze più brillanti all’insulto facile, all’autocelebrazione, alla chiusura virtuale fra quattro pareti che per di più, come nei vecchi film, si stringono fino a soffocare. E che parlano di se stessi, come è normale, come faccio anche io.
Ma se c’è una cosa che mi è chiara adesso, specie dopo l’assemblea autoconvocata a Più Libri sull’editoria, è come risponderei oggi a quella domanda: sì, può aver presa sull’immaginario se ci si confronta, se ci si parla, se ci si unisce. Se si crede all’intelligenza dei gruppi. Se si oppone all’io un noi. Perché questo, nel mio irrilevante parere, farà del bene anche a quel che si scrive.
Ne riparleremo, più avanti.
Per ora, piccola comunicazione di servizio: il blog non sarà aggiornato fino a lunedì prossimo: fra due giorni parto per Reggio Emilia e poi per Torino, ed è tempo di ascoltare, parlare, guardare.
A presto.

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