Categoria: Cose che accadono in giro

E’ una bellissima primavera per le scrittrici: sono usciti o stanno uscendo romanzi attesi e belli. Ne prendo uno, intanto, Alma di Federica Manzon, che con la grazia cristallina che la contraddistingue esplora la grande questione dei ritorni, e dei confini, e dei Balcani, che pochi e poche, in Italia almeno, raccontano. Intanto leggetelo e amatelo come l’ho amato io.
Approfitto di Alma per tornare su una questione che mi sta a cuore non da oggi, e che è quella delle scrittrici. Che noia, diranno i soliti, ancora sulle quote rosa in letteratura. Affatto. Continuo a pensare che occorra parlare della  scarsa “visibilità” delle scrittrici, nel senso di riconoscimento di autorevolezza, nel senso che lo stesso libro firmato da uno scrittore in molti casi susciterebbe un fiorir di elogi. Ma bisogna parlare anche del fenomeno contrario, secondo il quale molte lettrici sceglierebbero, dicon le tendenze, di leggere con maggior riluttanza il testo di uno scrittore di sesso maschile, specie se esordiente o quasi. Generalizzo, evidentemente, e altrettanto evidentemente esistono le eccezioni virtuose.

Oggi leggo un intervento di Paolo Verri su La Stampa, dove racconta del suo intervento al San Mauriziano e fa due conti: il costo, se avesse dovuto pagare, sarebbe stato di 20.000 euro.
Allora ho fatto due conti anche io, basandomi sui costi a Roma e andando per approssimazione.

Tre elettocardiogrammi. Immaginiamo al costo massimo di 50 euro l’uno: 150 euro
Un ecocardiogramma: tra 77 e 160 a Roma. Diciamo 100. 
Più la visita cardiologica: diciamo altre 100
Una radiografia al torace: si parte da 150.
Enzimi cardiaci, due volte: circa 60 euro
Esame del sangue completo: intorno ai 50 euro (ma può essere molto di più)

A spanne, si superano i 600 euro. E ci sarebbe anche da considerare l’assistenza e il monitoraggio dei medici.
Quando leggo le dichiarazioni di Giorgia Meloni sulle tasse (queste: ““Non penso e non dirò mai che le tasse sono una cosa bellissima, sono bellissime le libere donazioni non i prelievi imposti per legge, per questo”) vorrei ricordare a chi vota il suo partito cosa significa pagare le tasse per avere sanità e scuola pubblica, anche se tutte e due vengono insidiate e assediate da anni, e non solo dal suo partito, questo va detto e ricordato.

Un frammento di Roma dal bordo, a corollario del post di ieri.
L’aggiornamento del neoproletariato di Tommaso Labranca significa spostare più in là il disprezzo per i poveri, gli ignoranti, i barbari. Quello che un tempo apparteneva ad alcuni intellettuali e ai ricchi, e che appunto è stato raccolto dagli ex barbari divenuti alla moda, per destinarlo a chi non ha nulla, neppure le parole.
  Avendo vissuto quel disprezzo dalla parte della barbara, lo riconosco negli altri, e soprattutto nei miei vicini di non quartiere che gli intellettuali ipnomediatici allora, e oggi ipnotizzati essi stessi dai social, non conoscono, perché la loro Roma è diversa dalla mia.
  Quello che di Roma afferro io, allora, è il desiderio frustrato e infine abbandonato di chi voleva vivere in quella che riteneva la vera capitale, quella del centro: non più, perché infine si capisce che quella vera capitale non esiste, e dunque non vale la pena insistere.

Non da oggi medito sui gruppi facebook  e sui comitati di quartiere, che sono cosa preziosa in sè ma facilissimi alle infiltrazioni. Che infatti ci sono e prosperano. Dunque, accanto ad annunci e ricerche, che sono cose utili, e segnalazioni di gatti a zonzo, quello che accalora gli animi è la prossima apertura di un centro di accoglienza per i senza dimora a Pietralata. Parliamo di venti persone, non di duecento. Orbene. Ci sono un paio di utenti, quasi sempre con profilo semivuoto, che soffiano sul fuoco paventando rapine, scippi e stupri e la catastrofe criminosa nel quartiere. Perché, questa è l’argomentazione, i delitti sono aumentati.
So di ripetermi, ma vale sempre la pena tornarci.
Qualche settimana fa, a Fahrenheit, Luigi Ferrajoli, professore emerito di Filosofia del diritto nell’Università Roma Tre e autore di Giustizia e politica , ha fornito nuovamente i numeri. In particolare:
“Negli ultimi trent’anni la criminalità in Italia è crollata: gli omicidi, che nel 1991 furono 1.938, sono oggi poco più di 300 e anche gli altri reati sono in larga parte diminuiti. “

Ieri sera ho rivisto Ferie d’agosto. Per curiosità, per nostalgia di Ventotene, per capire. Non scriverò quel che altri hanno già scritto, ovvero di come molta parte di quel che siamo diventati era, in nuce, in quella storia. Però, per assonanze, ho ricordato altro: in quello stesso 1996 David Forster Wallace rilasciava un’intervista a Salon. E diceva, fra l’altro: “C’è però poi a volte una specie di “Ah-ha!” Qualcuno almeno per un momento, sente o vede qualche cosa nel mio stesso modo. Non sempre succede. Sono dei lampi o brevi fiammate, ma a me ogni tanto succede. Ma mi sento non più solo — intellettualmente, emotivamente, spiritualmente. Mi sento umano e non più in solitudine e in una profonda conversazione piena di significato e con un’altra coscienza in narrativa e in poesia, in un modo che non credo sia possibile con altre arti.”

A PORTE CHIUSE

Negli ultimi quattro anni siamo stati ossessionati dalla casa, siamo stati prigionieri nelle nostre case e capita che molti di noi lo siano ancora. Sia pur liberi di uscire, in certi casi ci riesce difficile. La casa ci richiama indietro, ci pretende, e anche se il mondo è teoricamente (almeno in parte, viste le circostanze) a nostra disposizione, ci ricorda che anche quando facevamo i turni per metterci in coda al supermercato eravamo colti da una strana fascinazione per le nostre quattro pareti, piccole o grandi.
Ora, sul New York Times di ieri c’è un articolo sulla nuova tendenza di farsi costruire una porta nascosta che conduce in una stanza segreta nella propria casa: esattamente come quelle dei romanzi gotici o delle Cronache di Narnia. C’è anche chi si dà al fai da te, con le porte girevoli mascherate da libreria: ma non mi fanno pensare a Narnia, né a un gioco illusionistico, in verità. Mi fanno pensare, invece, a un peggioramento di quel ritirarsi nel Sè, sempre più profondo, sempre più separato e chiuso, che ormai caratterizza il nostro tempo. Un rifugio dove è impossibile entrare (e, chissà, uscire).
E questo, a mio parere, spiega molte cose.

COMPLICITÀ

Mediterraneo, il film diretto da Gabriele Salvatores nel 1991, aveva in epigrafe una frase di Henri Laborit: “In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare”. Poco prima, uno dei personaggi diceva: “Non si viveva poi così bene in Italia, non ci hanno lasciato cambiare niente… e allora gli ho detto… avete vinto voi, ma almeno non riuscirete a considerarmi vostro complice…. così gli ho detto, e son tornato qui.”
Parole che mi sono tornate in mente poco fa, mentre ripensavo a quanto è accaduto ieri e nei giorni precedenti.

Quattro anni fa, cominciava. Non eravamo ancora chiusi nelle case, almeno a Roma, ma stavamo per esserlo. 
Ricordo che stavo preparando la lettura di Testamenti di Margaret Atwood per Radio3, con Viola Graziosi e Laura Palmieri. Ricordo che quella lettura sarebbe avvenuta in una sala vuota, solo noi e, a distanza, i tecnici. Ricordo che l’8 marzo non ci sarebbero state piazze, e per questo la serata si chiamò “Come se fosse una piazza”.
Ricordo tutto. Ricordo di aver scritto e pensato che la mia paura era  che una situazione inedita, che ci spaventava e ci separava, tirasse fuori il peggio di noi. Ricordo di aver letto cose che non avrei voluto e non vorrei mai più leggere. Demonizzazioni di persone che “entrano in un supermercato col naso rosso” e “andrebbero arrestate subito”. Scenari dove i giovani, ovviamente debosciati per anagrafe, ciucciano canne passandosi tonnellate di coronavirus. E i vecchi, si sa, son maledetti perché escono a fare una passeggiata, che crepino subito, si diceva.

Permettete uno sfogo. Sono di cattivo umore, nonostante la palestra e le relative endorfine, perché aprendo la posta mi sono trovata svariate richieste, in certi casi anche un filino imperative, per un passaggio di qualche libro a Fahrenheit. Ora, qui ripeto per la decimillesima volta che è alla redazione che vanno rivolte le richieste medesime e non a chi conduce, né via mail, né via messenger o instagram e neanche via piccione viaggiatore.
Ma approfitto per porre una domanda. Non a chi mi ha scritto, tranquilli.
Leggo sui social cose orrende sul libro di Gino Cecchettin, Cara Giulia, che è uscito ieri. Quando dico orrende intendo in senso letterale. Mi chiedo: perché non riuscite a credere a quello che io, nel mio assai piccolo, vedo invece come un gesto d’amore e di rimpianto? E lo scrive una che non ama molto, come è noto, i memoir (con i soliti distinguo) e che all’ennesimo libro dove si raccontano i propri cari perduti sospira un po’, un po’ tanto, anche quando sono molto belli.

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