E’ MIO: UNA DIVAGAZIONE SU COME CONSIDERIAMO LO SPAZIO PUBBLICO DOPO IL COVID

Subito dopo la prima ondata di Covid e relativo lockdown, se ricordate, si è aperto un lungo dibattito, forse mai chiuso, sullo spazio pubblico e su come sarebbe dovuto cambiare. Si parlò, allora, di rivoluzione urbanistica, di città più aperte alla cura e alla condivisione se non addirittura alla Bellezza, con la maiuscola. Si parlò, ebbene sì, di verde urbano, e si parlò di collegamenti più diretti con i borghi, che erano da rivalutare e prendere a esempio.
Cinque, quasi sei anni dopo, di quelle discussioni è rimasto pochissimo. Andando in ordine molto sparso, le città hanno visto moltiplicarsi i dehors, o strutture mobili o prospicienti che dir si voglia. La proroga per la concessione di spazi e aree pubbliche di interesse culturale o paesaggistico alle imprese di pubblico esercizio è peraltro stata allungata fino al 2027: nei fatti, almeno nelle grandi città, si ha l’impressione che l’intera comunità sia votata al cibo e al vino, e fin qui nessun problema, ma forse condivisione e cura andavano intese in un altro modo. Sul verde urbano caliamo un velo: perché è davvero molto difficile smantellare la narrazione secondo la quale a Roma il verde aumenta. Ogni volta che la si smonta, ricominciamo con i numeroni che non corrispondono al vero. Per quanto riguarda i borghi, ricorderete il famoso provvedimento governativo che intende accompagnarli all’eutanasia (in proposito, il 29 novembre ci sarà una bella occasione di discussione a Castel del Giudice, ne riparleremo).
Nulla che non sia già stato detto, ovviamente: ma credo che ci sia un altro fattore da considerare, ed è la percezione diffusa secondo la quale lo spazio pubblico non esiste. O meglio: ogni spazio dove ci si trova è, per definizione, “mio”. In altri paesi si discute, per esempio, dell’ormai inarrestabile abitudine di non usare gli auricolari in treno o in metropolitana, con la conseguenza di venir sommersi di musiche, moltissimi reel dei social, partite e film, telefonate in viva voce con mamma o fidanzato o collega di lavoro, giochi per bambini con fischi e filastrocche e tutto quello che chi si sposta conosce perfettamente.
Non è una questione di maleducazione, secondo me. O non solo: è la convinzione profonda che lo spazio in cui ci troviamo a muoverci per qualche ora non sia condiviso con gli altri ma appartenga unicamente a chi telefona o guarda o quel che volete. Non so se la causa sia da rintracciarsi nel nostro aggrapparsi alla comunicazione on line durante il lockdown. Ci vorrebbe un sociologo o uno psicologo delle masse  e io non lo sono. La sensazione che ho, invece, è che quella barriera sia caduta: se io sono qui, le regole sono le mie.
Per fare un esempio, è come se io fossi la presidente del consiglio e invece di mantenere il mio ruolo istituzionale, zompettassi sul palco cantando “chi non salta comunista è”: ma questo, come si sa, è impossibile.
Piccola storia: in questi giorni, a Torino, ero in un amabilissimo albergo vecchio stile, di quelli che nella sala comune hanno il camino acceso e l’albero di Natale a novembre e dove è confortevole sedersi a leggere (c’è anche una piccola biblioteca), e dove non c’è il televisore, che è invece presente nelle camere. Però la mia permanenza coincideva con gli Atp, che attiravano, assai giustamente, un numero molto più alto di persone che non volevano perdersi l’evento.
Sabato sera, ho assistito dal mio divanetto a una scena che mi ha fatto pensare. Nel divano davanti al camino c’erano un uomo e una donna, e l’uomo insultava la donna. Pesantemente e a voce altissima, usando tutti gli epiteti che aveva a disposizione, e sbraitando anche contro “quella merda di libri” che lei si ostinava a tenere in casa. Al quindicesimo epiteto, mi sono alzata e ho detto all’uomo che non avevo voglia di ascoltare i suoi insulti. L’uomo ha ovviamente cominciato a insultare anche me (usando gli stessi epiteti, e pazienza). E ha aggiunto una frase: “Io ho pagato i biglietti dell’Atp, ho pagato l’albergo per tutta la famiglia e dico quello che mi pare”.
Se volete sapere se sia servito a qualcosa ricordargli che aveva pagato per la stanza e non per tutto l’albergo, la risposta è no. La donna, peraltro, gli ha dato ragione.
L’episodio è ovviamente insignificante, anche se utile. “Io ho pagato” e “dico quello che mi pare”. Ed ecco che ogni idea di spazio comune si sbriciola.
Certo, ci si passa sopra, oppure, come dirà qualche amabile commentatore, “stattene a casa e non rompere i coglioni” (che è anche quello che mi ha detto il simpatico signore, e che mi dicono regolarmente quelli a cui chiedo di usare gli auricolari in treno). Eppure questa faccenda è meno piccola di quel che sembra: perché non solo non siamo diventati migliori, ma siamo tornati indietro di secoli, con l’idea che ogni limite che ci viene posto sia una sottrazione delle nostre potenzialità, di cui i colpevoli sono sempre gli altri.
Potendo, diffonderei fra gli adulti un piccolo e prezioso libro di Leo Lionni, E’ mio. Ma Leo Lionni è l’autore di Piccolo blu e piccolo giallo, finito negli anni scorsi nella lista dei libri pro-gender (no comment), e chissà come verrebbe interpretata la proposta.

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