INFINE: QUATTRO PUNTI SUL LAVORO CULTURALE, E I PRANZI DI GALA

Alla fine di questa settimana, bisognerà mettere in fila gli infiniti post, commenti, riflessioni sul lavoro culturale. Sono stati tantissimi, ognuno  ha un tassello da aggiungere, nessuno (per forza di cose) ha la soluzione in tasca.
Questa mattina, su substack, Christian Raimo ha fatto un gran lavoro di sintesi e assemblaggio che potete leggere in parte quiE dico in parte perché l’articolo è ospitato su Appunti di Stefano Feltri, che richiede abbonamento ma offre anche la prova gratuita di una settimana. Ed è giusto, intendiamoci: il fatto che molti scritti su substack vogliano l’iscrizione significa veder riconosciuto il proprio lavoro. Ah, a proposito. Perché continuo e continuerò su un blog gratuito? Perché l’ho scelto molti anni fa, negli anni sciocchi e utopici in cui si pensava all’Internet come diffusione di saperi: ma sono d’accordo con tutti coloro che hanno deciso di non scrivere più gratis. Conservo la ventunenne Lipperatura come una piccola utopia personale, senza pubblicità e senza abbonamento.
E questo mi dà l’opportunità di dire ancora un paio di cose.
Uno. Perché le riviste culturali online pagano meglio dei giornali? Si dirà, perché hanno gli abbonati. Giusto. Ma stiamo parlando di circa il doppio del compenso per un articolo. Non tutte, ovvio. Alcune fra le più importanti sì, però. Qui bisognerebbe aprire, allora, non una riflessione ma un’azione che riguarda le collaborazioni con i quotidiani.
Due. Quanti guai facciamo noi vecchi (un commentatore di Christian usa questo termine per i quaranta-cinquantenni: per me dovrebbe dire decrepita, ma ci sta) accettando di intervenire gratis a festival convegni eccetera? Parecchi. Anche qui non vale più quello che pure è stato un pensiero diffuso fino a non molto tempo fa: accettare la gratuità per militanza e per incrementare la diffusione della cultura. Oggi dovremmo capire che la militanza sta nel non accettare la gratuità. Penso, in questo caso, alla partecipazione ai grandi festival: Torino, Roma, Mantova, Pordenone (quest’ultimo, però, pagava i relatori, almeno fino a qualche tempo fa: e spero li paghi ancora). I piccoli, specie se territoriali, secondo me hanno un altro scopo, e là sì si può ancora scegliere, eventualmente, la militanza. Ma con i grandi occorrerebbe un fronte comune, come per i quotidiani.
Tre. Perché non si riesce a unirsi? Questa è la domanda che è venuta fuori più volte: quando parlo di unirsi, intendo non solo confrontarsi con tutte le parti della cosiddetta filiera, ma con tutti i lavoratori e le lavoratrici non del mondo culturale che in questo preciso momento affrontano la stessa crisi, e pure più profonda. Forse un motivo c’è, ed è al punto successivo.
Quattro. Il lavoro culturale ha una componente di quella che viene chiamata Fomo, Fear of missing out, ovvero il timore di perdere visibilità. E’ inutile negarla, c’è, viene ritenuta parte indispensabile del lavoro culturale e in parte lo è. Però bisogna ragionarci sopra. Leggendo, come giustamente consiglia Raimo, due fra i molti libri segnalati, il già citato La conquista dell’infelicità di Raffaele Alberto Ventura e Le grandi dimissioni di Francesca Coin, che contengono analisi e spunti di reazione e anzi di ribellione e anzi di una possibile rivoluzione.
Che non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta delicatezza.
E ci chiede di cominciare a pensare un po’ meno a noi stessi e molto più a quelle due parole che sembrano obsolete, e si chiamano bene comune.

 

 

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