Come (spero) molte altre persone sono esterrefatta dall’accanimento della televisione sulla terribile storia del bambino a cui è stato trapiantato un cuore “guasto” per una catena di errori sconcertante. Ma questa storia non dovrebbe essere raccontata a Domenica In, con Mara Venier di azzurro vestita che incalza la madre del bimbo, o a Cartabianca con l’attesa del parere dei medici su un possibile nuovo trapianto. Giustamente Antonio Dipollina, su Repubblica, ha parlato di Vermicino 4.0, con le dirette, gli auricolari, le domande e tutto quello che caratterizza la televisione del dolore. Che ci si auspicava estinta, ma che non è mai scomparsa.
Il 3 luglio 1993, una vita fa, Beniamino Placido rifletteva sul fatto che la televisione del dolore, così almeno sostenevano i difensori, rompeva il silenzio sulle vite dolorose:
“I giornali non ne parlavano, la televisione non c’ era. E con questo? Dobbiamo prenderla tutta per buona questa televisione dolente: dove i conduttori fingono di commuoversi in studio, e noi fingiamo di commuoverci in salotto? Certo che no. Perché il troppo silenzio di ieri ci rendeva indifferenti. Il troppo rumore di oggi ci rende confusi, intontiti. Ed ugualmente indifferenti, alla fine. Come si fa ad uscire dal dilemma? Si può, se si prende in mano un libro. Ecco Dickens che va a vedere di persona come vivono i bambini negli “slums” della Londra dell’ Ottocento. Li descrive tutti, come capita capita? No, ne descrive uno esemplare: David Copperfield, oppure Oliver Twist. Ma come si dice? “Ab uno disce omnes”. Dal destino di uno ti fa intravvedere il destino di tutti. E non ti crea sazietà. E non ti lascia indifferente”.
La sensazione, e che nessuno si offenda e se la prenda, è che si stia andando più nella direzione della televisione del dolore che in quella di Dickens: soffro e te lo scrivo, e subito dopo, forte del libro, te lo racconto anche in televisione. Però non funziona così: o meglio, funziona, e parecchio, per quanto riguarda le vendite. Non per quello che riguarda la permanenza del libro in chi legge. Sarà una sensazione, ma la sostituzione dello scrittore con il rivelatore di se stesso può entrare anche nel processo di generale disaffezione alla lettura: perché dopo un mese dimentico, e non sono invogliato a leggere altro. Forse. Non si offendano. Non se la prendano”.
Aveva visto lungo, come ognuno sa. E l’auspicio è che nessuno scriva un libro su questa vicenda, ma non si può mai dire, non si può mai sapere, in anni che Placido non ha visto, e la nostra abitudine al dolore narrato sui nostri social, spesso con ottime intenzioni e persino con ottimi risultati. Come scrive, ancora, Philippe Forest:
“La maggior parte degli umani pensano che esista nel mondo una quantità limitata di fortuna. Di qui l’espressione di contentezza che passa sul loro volto quando vedono un morente. Credono che il morente, con la sua disgrazia, liberi così la parte di fortuna che gli era riservata e che questa possa reintegrare il totale a disposizione dei vivi”.
Però dovrebbe esistere il rispetto. Dovrebbe esserci un freno alla miscela di sofferenza e spettacolo che ci viene proposta quotidianamente, e che è ormai la cifra non solo della televisione, perché anche sui quotidiani, anche sui giornali on line si mischiano la confessione sentimentale di questo o quello e Gaza, la tartaruga che si getta dalla rupe e le dichiarazioni di Nordio. E’ una pappa appiccicosa che rimane piantata nella gola, e non va su né giù, e ci nutre da troppi anni. Non basta spegnere la televisione, per inciso, perché quei video e quelle storie si ripropongono nei social, o via mail persino, o nelle telefonate di chi ti dice “hai visto?”. E non si può essere sempre Walden.
Però si può essere il Comitato etico media e minori. Perché esporre un bambino o una bambina a questa roba, qualora siano davanti alla televisione, fa malissimo, esattamente come lo faceva, molti anni fa e in prima serata, il Bruno Vespa che si chiedeva “zoccolo o mestolo?” per introdurre la puntata sul delitto di Cogne. E’ sempre quella roba là, un po’ azzimata, un po’ al passo coi tempi. Ma fa sempre orrore.