Come (spero) molte altre persone sono esterrefatta dall’accanimento della televisione sulla terribile storia del bambino a cui è stato trapiantato un cuore “guasto” per una catena di errori sconcertante. Ma questa storia non dovrebbe essere raccontata a Domenica In, con Mara Venier di azzurro vestita che incalza la madre del bimbo, o a Cartabianca con l’attesa del parere dei medici su un possibile nuovo trapianto. Giustamente Antonio Dipollina, su Repubblica, ha parlato di Vermicino 4.0, con le dirette, gli auricolari, le domande e tutto quello che caratterizza la televisione del dolore. Che ci si auspicava estinta, ma che non è mai scomparsa.
Però dovrebbe esistere il rispetto. Dovrebbe esserci un freno alla miscela di sofferenza e spettacolo che ci viene proposta quotidianamente, e che è ormai la cifra non solo della televisione, perché anche sui quotidiani, anche sui giornali on line si mischiano la confessione sentimentale di questo o quello e Gaza, la tartaruga che si getta dalla rupe e le dichiarazioni di Nordio. E’ una pappa appiccicosa che rimane piantata nella gola, e non va su né giù, e ci nutre da troppi anni. Non basta spegnere la televisione, per inciso, perché quei video e quelle storie si ripropongono nei social, o via mail persino, o nelle telefonate di chi ti dice “hai visto?”. E non si può essere sempre Walden.
Però si può essere il Comitato etico media e minori. Perché esporre un bambino o una bambina a questa roba, qualora siano davanti alla televisione, fa malissimo, esattamente come lo faceva, molti anni fa e in prima serata, il Bruno Vespa che si chiedeva “zoccolo o mestolo?” per introdurre la puntata sul delitto di Cogne. E’ sempre quella roba là, un po’ azzimata, un po’ al passo coi tempi. Ma fa sempre orrore.