LE NOSTRE COLPE SUL LAVORO CULTURALE: SUL DISUNIRSI, SULLE PRESENTAZIONI

Ci sarebbe molto ancora da dire sul lavoro culturale, e mi fa davvero piacere che la discussione stia proseguendo sui social e non solo. Perché è il tentativo di intraprendere un discorso comune, sia pure frammentato in decine di post, ed è forse un punto di partenza che non bisognerebbe lasciar cadere come spesso avviene in rete, ma portarlo fuori dalla medesima.
Non che non sia accaduto: a maggio 2023, Vincenzo Latronico scrisse un articolo che si intitolava Presentare stanca, dove raccontava quel che alcuni già sanno, ovvero che in Germania, per dire, si pagano non solo i presentatori dei libri, ma anche gli autori:

“Da un paio di mesi è uscito un mio romanzo in Germania; è stato uno shock scoprire che, per ogni presentazione, sarei stato pagato, così come chi lo presentava con me. Questo, ovviamente, è appagante da un punto di vista etico: presentare il proprio romanzo può essere considerato autopromozione (anche se un reading fatto bene è a tutti gli effetti una performance da preparare, come un piccolo concerto), ma presentare quello altrui è lavoro che richiede studio, talento, concentrazione. Ma soprattutto, questo trasforma completamente la struttura del settore: se gli eventi costano, se ne faranno meno (Berlino ha il triplo degli abitanti di Milano e, a occhio, meno della metà delle presentazioni di libri); essendocene meno, la qualità media è più alta, e il pubblico più folto. Inoltre, se presentare un libro è un modo di guadagnare, si cercherà di farlo bene: ci sono moderatori di professione, che si sono costruiti una reputazione in grado di attirare pubblico anche da autori sconosciuti. Questo fa bene a tutti: in Germania nessuno sapeva chi ero, ma al lancio del mio romanzo sono venute più di cento persone”.

La faccenda delle presentazioni è solo una parte del problema, evidentemente. E peraltro pone a chi scrive un paio di dilemmi. Parlo di me: non so se mi farei pagare per presentare un mio libro, e credo anzi di no, perché non è solo una questione di autopromozione, ma la possibilità concreta di incontrare altre e altri, che quel libro lo hanno letto o hanno intenzione di farlo, e dal momento che credo che questo sia un aspetto importantissimo dello scrivere, direi che non sono del tutto d’accordo (se n’è parlato a lungo durante la polemica sulle presentazioni, in primavera, e su Lucy sulla cultura trovate ancora la mia intervista a Wu Ming 1 in proposito).
Però per i libri degli altri è diverso. E qui ha ragione Latronico quando scrive che nelle grandi manifestazioni, come il Salone del Libro di Torino, chi presenta i libri altrui viene chiamato a farlo gratis. Ed è difficile sottrarsi:

“Un singolo editore che cominciasse a pagare cachet potrebbe fare meno eventi degli altri; una singola relatrice che li esigesse sarebbe chiamata meno spesso. Ma in mancanza di una federazione sindacale (ma sindacalizzare gli scrittori è come federare i gatti) o di una tirannide illuminata dalla Pareto-efficienza non vedo proprio come le cose possano cambiare; anche se, una volta vista, l’ingiustizia delle circostanze attuali è impossibile da dimenticare, e risulta persino amplificata da quanto sia naturalizzata, da quanto diamo per scontato che non possa che essere così”.

In realtà, il lavoro andrebbe fatto in primo luogo su se stessi. Se penso agli impegni che ho preso per la prossima edizione di Più Libri Più Liberi mi arrabbio con me stessa: perché se si escludono quelli dove presento un mio libro o un libro in cui sono coinvolta (come L’isola riflessa di Fabrizia Ramondino), nei fatti lavorerò tre giorni senza alcun compenso. Certo, sono abbastanza vecchia da usufruire di un reddito, non combatto (non più, come è avvenuto fino ai miei 45 anni) con il precariato: ma non è una scusa, perché se io lo faccio gratuitamente fornirò un alibi ai committenti per continuare a comportarsi così. Certo, si può decidere di farlo gratuitamente per uno scrittore o scrittrice a cui si è legati da amicizia (posate a terra quella definizione di amichettitudine e nessuno si farà del male, d’accordo?): ma dovrebbe essere una libera scelta e non una prassi, mai una prassi.

Questo è solo uno degli aspetti da prendere in esame: resto però convinta che occorra unire tutti i tasselli della cosiddetta filiera, librai, traduttori, scrittrici e scrittori, organizzatori di festival eccetera. Ieri ho partecipato a un incontro online organizzato da Icwa (Italian Children’s Writers Association) dove tutte le figure interessate dicevano più o meno questo, che agire separati ha poco senso. E però c’è un freno, e l’ho riscontrato di nuovo proprio ieri, al punto che, diversamente da quanto mi accade abitualmente, ho proprio perso la pazienza, e anche di brutto. Se il discorso comune, cioè, viene filtrato da “bisogna parlare di quello che succede a me”, ovvero, qui non si parla del mio libro del mio lavoro delle cose che faccio io, insomma di me, non si va da nessuna parte: la pazienza l’ho persa perché il mio solo essere presente sembrava a uno dei partecipanti alla folta e bella riunione il simbolo del marcio, ovvero Fahrenheit (dove non sono più da un anno e mezzo) che non parla di queste cose (di me). E sinceramente mi cadono le braccia: perché questo è il male sociologico del nostro tempo, peraltro voluto e accresciuto in anni e anni: il rancore, la solitudine, la disillusione portano non a prendere il buono che c’è negli altri ma a vederli come avversari. Funziona e funzionerà così: ma non ci porterà da nessuna parte, fidatevi (oppure no, ma temo che le cose stiano così).

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