Francesco Erbani firma l’apertura delle pagine di cultura. Si parla di società letteraria, di premi, e di “senza”. Partendo da un documentario.
«Credo di non aver mai letto un vincitore dello Strega degli ultimi dieci anni»: le labbra strette e l´occhio strizzato, Tiziano Scarpa avrà certo messo in conto che, dicendo questo, la stesse cose potrebbe ripeterle il vincitore dello Strega 2010, infilando anche il suo Stabat mater, Strega 2009, nel buco nero e indistinto dove giacciono i romanzi lasciati intonsi.
Sono i paradossi di quel che resta di una società letteraria. La battuta di Scarpa, raccolta nel catino fumigante del Ninfeo di Villa Giulia, è fra quelle che introducono Senza scrittori, un film documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, critico letterario il primo, regista il secondo, una bella inchiesta prodotta da Rai Cinema e Digital Studio che stasera viene proiettata all´Azzurro Scipioni di Roma, in coincidenza non casuale con la trepidante vigilia del Premio Strega che, appunto, giovedì incorona il suo sessantaquattresimo vincitore.
Senza scrittori è un prolungamento del catalogo stilato da Alberto Arbasino nel suo Un paese senza, un elenco di tutte le cose di cui l´Italia è mancante. Racconta il predominio che la macchina editoriale, soprattutto quella dei grandi gruppi, ha assunto nel mercato della letteratura, dove non ci sono più opere o scrittori, critici o riviste, ma solo libri, solo produzione industriale, solo una filiera perfettamente assestata, e nella quale, però, quella che un tempo si chiamava la società letteraria ha pensato bene di accomodarsi, spintonando un po´ e anche dando di gomito, ma trovando un cantuccio nel quale sistemarsi.
Un cantuccio troppo stretto per Antonio Scurati, che ancor prima di essere battuto per un voto da Scarpa, confessa che, sì, è vero, «da qui uscirò triturato anche dal punto di vista del mio stato d´animo», ma che trova il coraggio di annunciare il suo disprezzo per una «società letteraria dalla quale stasera prendo congedo, vada come vada». Un cantuccio stretto anche per il giovane Giorgio Vasta, che lamenta come «la letteratura venga assunta solo se si incarica di essere manutenzione della realtà e che quando ha l´ambizione di essere qualcosa d´altro, le viene sottratta la fiducia». Un cantuccio che sia Scurati che Vasta guardano sempre dall´osservatorio del Ninfeo di Villa Giulia.
Cortellessa, camicia e pantaloni rossi, si aggira come un bonario diavoletto fra i tavoli imbanditi dello Strega, filma le calzature che stropicciano il brecciolino, sovrappone la camminata di un metaforico pavone e domanda a Francesco Piccolo se questa è una messinscena da commedia all´italiana, ottenendo come risposta che «qui c´è l´Italia, non la commedia, che in fondo era più dolorosa». Fra scalpiccii e risatine stiracchiate, ecco invece il corrucciato Valentino Zeichen: «Decadente? No, non è una società di grandi decadenti, questa è una società frolla, senza scheletro morale, priva di grandi progetti, di idealità. Una società stanca».
Lo Strega mostrerà pure lo spettacolo di una letteratura in cui, sentenzia il vincitore Scarpa, «tutto è vanità». Ma è un po´ come la nazionale di calcio, raccoglie quel che trova. E allora ecco che Cortellessa, sempre di rosso vestito, interroga giornalisti come Stefano Salis e critici come Marco Belpoliti, si sofferma spaurito fra i banchi di Fnac e deliziato fra quelli della Coop – accompagnato da Romano Montroni -, ascolta i due proprietari della storica libreria Tombolini di Roma e il responsabile della Demoskopea. Insomma insegue quella filiera produttiva che incasella lo scrittore e la sua opera, dal momento in cui questa prende forma a quando viene distribuita e recensita, meglio se esibita con il suo autore da Fabio Fazio o dalla Dandini o sul palco di un festival.
E allora il punto culminante non può che essere una visita a Segrate, dove c´è la Mondadori, cioè «la Xanadu dell´editoria italiana, la centrale dove si fanno i grandi giochi della nostra letteratura». Qui interroga Antonio Franchini, responsabile della narrativa Mondadori, che vive la grande scissione, annota Cortellessa, dell´essere scrittore e dell´essere editore. E qui si introduce anche un parola che non si sentiva da tempo: letterarietà. Che cos´è che rende letterario un testo? Può essere la letterarietà a distinguere fra scrittori di successo e scrittori che si concentrano sulla qualità e la sperimentazione, per esempio?
Letterarietà, risponde Franchini, «è un´idea discussa, allargata, non più condivisa». Ma il fatto che le discriminanti siano venute meno che effetto fa? (domanda Cortellessa) «Rende il tutto più divertente, più anticonformista». Il controcanto è affidato a Francesco Cataluccio, ex direttore alla Bruno Mondadori e poi da Bollati Boringhieri: «La società italiana è diventata più cinica, non poteva che diventare più cinica anche l´editoria».
La Gilda di Salerno sta in pieno fermento, ora le piacerebbe una giornata di studi per “un confronto aperto e vero”, affinché questi commenti non vadano dispersi o non rimangano il solito chiasso come scrive Garufi.
Ma sì Policastro incasella tutto, vestale delle “conventicole” (se parli come scrivi sarai come Castellitto in “Caterina va in città” di Paolo Virzì), metti una tua personalissima pezza sul popolo bue e i timbri sul mare magnum di sfoghi anche estemporanei sul web. Ormai c’è di tutto: vuoi mettere le confessioni di Cortellessa sul fatto che si è mantenuto anche lui facendo lavori umili e tuttora vive nella periferia di Roma e non a Rione Monti o gli scambi e le pesanti offese tra lui e i WM, ma soprattutto tu, che appari di tanto in tanto , a mo’ di vate. Sai che bella pensata, tutti in una stanza. Cara amica campana piccoli consigli:
il net non ti ha insegnato niente, se hai bisogno del prosecco con chiacchierata al verbale e stringere mani, maniaca delle conferenze?;
hai fatto troppe letture su Sanguineti, lascialo per un po’ in pace, non lo cercare anche a Torre Argentina. Noi fessi abbiamo Amazon per acquistarlo e i WM, laddove volessero, per scaricare le sue poesie a gratis.Grazie;
la patina radical-chic, di quella che trova “orrendo” che i commessi di una libreria parlino di dove collocare il libro dalla trasmissione della De Filippi, invece di preoccuparsi di dove collocano la Santacroce. Ingegnati tu a fare delle migliorie, nelle librerie c’è l’aria condizionata, passaci tante ore, fa bene. Tanto hai già intervistato pure Zanzotto, no?
Insomma in linea di massima noi lettori vorremmo essere lasciati soli pure a scrivere idiozie, santa pazienza.
Organizza una lettura di poesie a Paestum, sarebbe tanto suggestivo.
#Simone Ghelli: altro che commedia all’italiana, caro amico, ma slapstick con Franco e Ciccio!
OT. Mi chiedono di spiegare il riferimento a tale Vignocchi fatto più sopra.
Trattasi di Vignocchi Aldo, artista dell’underground più underground:
http://www.modoinfoshop.com/zoomeve.asp?id=287&n=2
http://www.lutherblissett.net/archive/048_it.html
Una sera dell’estate ’92 (o forse era il ’93) io e il mio amico Luca siamo a zonzo per Bologna. Capitiamo in Vicolo Bolognetti, sede del quartiere S. Vitale, dove c’è la solita rassegna estiva che cambia sempre gestore ma è sempre uguale a se stessa. Appena entrati incontriamo Vignocchi ma vediamo anche scoppiare una rissa gigantesca, con una mischia di corpi che si trascina da un angolo all’altro del cortile. La cosa dopo un po’ viene placata a forza, ma un po’ di energia negativa rimane in circolo, c’è tensione, cattiveria. Ad un certo punto un capannello di stronzi ubriachi comincia a prendere per il culo Vignocchi, pesantemente. Noi all’epoca con Vignocchi ci lavoravamo, facevamo radio assieme e io suonavo con lui nella sua storica band, i Cavalla Cavalla (o meglio, nel gruppo gemello, la Tribade Tecnica). Invitiamo gli stronzi a lasciar perdere, ma quelli se ne fottono, continuano, a un certo punto un demente a petto nudo spintona Vignocchi. Luca parte con un diretto destro e colpisce lo stronzo allo zigomo. Anche se c’è la musica si sente distintamente: – STROOOKKK!, come di osso che si sbriciola. Cristo polverizzato! Il tizio colpito da Luca crolla all’indietro, nella costernazione generale. Io afferro Vignocchi per un braccio e dico a Luca: – Via di qua, subito!
Usciamo dal cortile mentre c’è ancora confusione, e scappiamo. Vignocchi commenta: – Sooooccia, che cartoni!!! [trad. dallo slang felsineo: “Perdindirindina, messeri! Ben di rado si veggon siffatti cazzotti!”] – poi se ne va per i fatti suoi, si allontana nella notte bolognese degli early Nineties, e ogni cinquanta metri si gira verso di noi e grida: – GRAZIE, LUCA!!! GRAZIE!!! – e il suo vocione rimbomba sotto i portici di Strada Maggiore.
@ Lara Manni
Per una volta Wu Ming 1 ha ragione (ma solo perché si accoda a un altro, nella fattispecie lei). Io ho letto (non tutto, eh; rispetto all’opera omnia credo una percentuale paragonabile a quella che ho letto dell’opera narrativa di Wu Ming) Mann, Céline (non Cèline, però, che non so chi sia), Camus e Garcia Marquez ma non ho mai letto una riga di Dan Simmons. Mi ha fatto venire curiosità, indagherò.
Ma le pongo una domanda: perché, o meglio in che senso, Simmons è «sullo scaffale sbagliato»? Prima lei diceva che il suo romanzo «fantastico» inserito in una collana “generalista” «fa l’effetto di un maiale in chiesa» (lascio perdere la nozione di «fantastico» sulla quale già qui si è dibattuto a lungo). Dunque, mi pare di capire, il suo insoddisfacente successo secondo lei deriva dal fatto che non è stato inserito in una collana specializzata. Poi però sostiene che Simmons soffre dell’errore opposto, cioè che sia stato inserito in un insieme (non so se di collana) «che per convenzione nasce per intrattenere e dunque è destinato a svanire».
Se ho ben capito dunque, nell’immediato, per l’autore che desideri raggiungere un pubblico vasto conviene stare in un settore specializzato. Poi però, a lungo termine, risulta pagante la scelta inversa. Se così stanno le cose, allora lei (o il suo editor di collana) ha fatto una scelta che punta sul futuro; mentre Simmons, anche se «uno dei più grandi scrittori viventi tout court […] ai vertici della letteratura del XX secolo», ha fatto una scelta miope e di scarso respiro.
Ebbene, non vedo cosa ci sia di male. Se, e sottolineo se (perché ho l’impressione che le cose stiano in modo un filo più complesso), le cose stanno così, allora è giusto che si faccia una scelta. Il problema è proprio di scelte. I lettori interessati a un romanzo di consumo magari incappano in un «vertice della letteratura del XX secolo» e (se questa frase non è un vaniloquio notturno) magari restano delusi (un po’ come Uno che viene messo in grado di aprire Cristi polverizzati ma questo non gli dice niente). I lettori interessati alla letteratura tout court (che stando alle sue stesse parole sarebbero molto meno numerosi dei primi) incontrano il suo romanzo e, se esso li soddisfa letterariamente, possono ben dire di aver fatto una scoperta. Sirene di Laura Pugno, che ho indicato centinaia di commenti fa come esempio possibile di letterarietà contemporanea, è a tutti gli effetti di trama immaginario ecc. un romanzo “di genere” ma è anche, non un «vertice della letteratura del XXI secolo», questo non saprei dirlo, certo un’opera letteraria di straordinario impatto. Giustamente è uscito in una collana generalista. Non ci vedo niente di male.
Quello che spariglia, per mutuare il punto di vista di Franchini, in modo secondo me diseducativo e ideologico (nel senso marxiano precisato cinquecento commenti fa) è invece trovare nella stessa collana Come mio fratello di Uwe Timm o Il contagio di Walter Siti e Fimmini di Pietrangelo Buttafuoco o Il conto delle minne di Giuseppina Torregrossa.
Ecco, il commento di Vincent delle 12.49 me lo stampo e me lo porto in giro. Come esempio autoevidente (sì!) di filisteismo sciovinista, volgare, compiaciuto della propria ignoranza e del proprio «scrivere idiozie». La prossima volta che qualcuno dirà che Gilda Policastro è troppo aspra nei toni, troppo antipatico-accademica-autoritaria, correrò a rileggermi Vincent. Farà sempre bene tener presente questo bel modello di simpatica gioventù webbica, antiaccademica antiautoritaria e politicamente scorretta comm’il faut.
@ Cortellessa,
non credo che Lara Manni intendesse quello che dici tu, comunque la questione l’hai posta a lei, ti risponderà lei.
Su Simmons: boh, se proprio vuoi cimentarti, cerca Hyperion. Prende il titolo da Keats (che ha un ruolo nel romanzo) e la struttura dai Canterbury Tales. E’ il primo di una saga (una specie di tetralogia), ma non ti consiglio di procurartela subito tutta, leggi il primo poi vedi. Sono comunque scettico su un apprezzamento da parte tua: in passato ti ho visto contrapporre Musil a Tolkien dicendo che il primo accende più sinapsi del secondo, come se fosse una gara (per giunta truccata in modo che vinca sempre la squadra degli autoevidenti). Mi sa che, con questi schemi mentali, un autore come Simmons non ti dirà nulla.
A me il commento di Vincent non è dispiaciuto, e poi dice una cosa vera: l’opera omnia di Sanguineti si trova in un unico file di 4 mega su sumotorrent.
@ Marco
Sbaglia a pensare che i 3/5 dei finalisti allo Strega siano libri “letterari” che io sarei tenuto a leggere per professione – ancorché in ultima analisi ininteressanti. Sono libri che ho aperto e mollato subito perché assai evidentemente ininteressanti e del tutto estranei a quanto io, fallibilissimamente per carità, considero letteratura. In tutta questa discussione nessuno ha evocato (tranne Wu Ming 1, ma attribuendola all’auctoritas di Giulio Mozzi) una delle teorie della letterarietà che a me sembrano più utili, quella del Gérard Genette di Finzione e dizione (da noi pubblicato da Pratiche), il quale distingue una letterarietà “costitutiva” (il tale testo formalmente si riconosce come un sonetto, un romanzo, un poema cavalleresco – dunque di per sé appartiene alla letteratura comunque sia scritto e chiunque lo abbia letto o meno) e una letterarietà “condizionale” (un brutto romanzo, un brutto sonetto, un brutto poema non sono letteratura – perché non rispondono a requisiti qualitativi che la comunità dei lettori e degli interpreti, in un dato momento storico, conflittualmente decide di adottare come propri parametri appunto di letterarietà; viceversa – e in Italia lo sappiamo bene, ce lo hanno spiegato memorabilmente Contini, Gadda e Calvino – può diventare “letteratura” in massimo grado una lettera di Machiavelli, una lezione di Debenedetti, il resoconto del Pontormo di come cagava: che i rispettivi autori non avevano considerato, al momento di scrivere, un tentativo letterario).
@ Lara Manni. Mi viene in mente una cosa che forse interesserà anche Marco, per questo vi accomuno in questo commento. Non è detto che la dinamica da lei descritta relativamente a Simmons si produca solo relativamente a scrittori “di genere”. A parte Ballard negli anni Novanta avevo interesse per un solo scrittore britannico, Graham Swift, assolutamente non di genere, che veniva regolarmente tradotto da noi da editori importanti. Poi, da qualche anno, almeno da noi si sono perse le sue tracce. Sono poco informato, magari è caduto in un cono d’ombra anche in patria. Però oggi mi pare proprio dimenticato, e colpevolmente, dall’editoria italiana. Mi è venuto in mente perché l’altro giorno a Bologna, nella bellissima libreria Ambasciatori della Coop, per caso ho trovato un suo libro Einaudi del ’95, Per sempre, chissà come e perché rimasto a scaffale, e l’ho preso subito. Il guaio è che anch’io, dopo anni, mi ero scordato di lui. Eppure ero convinto allora, e sono convinto ancor oggi, che si tratti di uno scrittore importante.
ah, beh, se tutto Sanguineti è su Sumotorrent allora non si vede perché si debba ristamparlo. Meglio metter mano all’edizione critica di Simmons.
La scrittura è morta, la lettura sta molto male e la critica non è che se la passi tanto bene.
@ Thomas Tanselle
Se la scrittura fosse davvero morta, la critica non avrebbe ragione di esistere.
L’altra sera, grazie a un invito della mia donna, sono andato a vedere il circo dello strega a villa giulia. ero curioso e pure un po’ emozionato, soprattutto perché mi sento un intruso, un clandestino in patria (le patrie lettere) ogni volta che mi capita di parteciparvi o assistervi. appena entrato mi hanno assegnato il posto in un tavolo. ci sono andato con regolare bigliettino numerato e, al momento di sedermi, un vecchio stronzo che mi stava a fianco mi ha accolto dicendo a brutto muso: “lei non è degno di stare a questo tavolo”. io, che non ho mai avuto grande prontezza di riflessi, credo di essere avvampato dalla vergogna, come se mi avessero scoperto. ho chieso timidamente ragione e questo ha risposto: “perché lei non ha la cravatta”. ho voluto raccontare questo episodio ridicolo per due motivi. il primo è che se mi limito ad assistere alle discussioni letterarie (in rete o dal vivo), invece di parteciparvi attivamente, non è solo per la sfiducia che possa scaturirne un confronto aperto e produttivo, ma anche per una sfiducia mia personale, cioè per il fatto che non mi sento pienamente all’altezza, e spero che questo venga tenuto in conto se qualcuno si adombrerà per le mie valutazioni. comunque, seppur in modo confuso data la serata molto gioviale che ho appena trascorso, provo a dire la mia. in questa discussione sono stati fatti sostanzialmente due esempi di scrittura. i wm hanno illustrato brani della propria, e gilda ne ha proposto uno di ottonieri. a me, per motivi diversi, non sono piaciuti entrambi, e credo che spiegare quanto lavoro sulla lingua ci sia sotto non garantisca alcun coefficiente di letterarietà. sono i risultati che contano, non le intenzioni o l’impegno profuso. il brano dei wm non mi è piaciuto perché mi sembra bellettrismo di terz’ordine, uno stile che vuole essere ricercato, evocativo di atmosfere avventurose ed epoche lontane, ma fallisce appunto perché è un vorrei ma non posso (il canto del muezzin che accompagna i viventi dentro la sera, il cielo è che è un incendio di porpora e oro, la corrente di miele…). in sostanza la mia opinione su di loro è negativa come quella di gilda ma non capisco come li si possa accusare di linguaggio da bar. è tutto il contrario, semmai, cioè un’imitazione stonata di montale. per quanto riguarda ottonieri il suo virtuosismo linguistico non si discute, ma a me sembra appunto un virtuosismo, un “guarda mamma senza mani!”, per usare una celebre espressione di dfw. e in generale vorrei dire che sia gilda che andrea, che conosco e stimo per la competenza e la passione con cui si spendono a favore di queste “scritture sprocedate” (intendo sia di ruscio che ottonieri), a mio avviso peccano di eccessivo amore verso l’incomprensibilità, come se un chiaro sintomo di letterarietà possa essere l’assenza di una trama e il linguaggio ostico. nel mio modo ellittico avevo provato a dire cosa secondo me è indice di “letterarietà”. per pelle di zigrino mi rifacevo soprattutto a jauss, per il quale la migliore letteratura si caratterizza sempre per il fatto che disattende le aspettative del lettore, magari proprio dopo averle sollecitate. e qui è giusto fare un esempio, uscire un momento dalla teoria. il mio esempio è “vergogna” di coetzee. un libro che ha una trama avvincente, uno sviluppo lineare, un linguaggio non banale ma comprensibile, per il quale non è richiesta una laurea in filologia romanza. eppure questo libro dall’impianto tradizionale disattende tutte le aspettative del lettore. il suo protagonista fa ciò che nessuno si aspetterebbe: dopo la tresca con l’allieva di colore si rifiuta di chiedere scusa al corpo insegnanti e perde il posto e lo stipendio di professore universitario. si trasferisce in campagna dalla figlia lesbica che non lo sopporta. la figlia viene violentata davanti al padre e poi accetta di sposare uno dei suoi aguzzini. e nel finale il protagonista uccide il cane che sembrava amare tanto. e tutte queste cose improbabili alla lettura risultano invece plausibili. il lettore nella chiusa quasi supplica l’autore di salvare il cane eppure alla fine capisce che quell’uccisione in realtà è un’eutanasia, un profondo atto d’amore. ecco, a me piacerebbe che ci fossero più autori e libri così in italia.
Dovevo da molto una risposta a una domanda diretta di
@ Anna Luisa, che chiede:
«lo dico a Lei, Cortellessa, che è anche editore direttore di collana, tentar non nuoce! Perché non provare a iscrivere al Premio, non dico in cinquina direttamente, ma provare, con romanzi ardui ma letterari come “Cristi polverizzati” o Gabriele Frasca? E’ davvero impossibile? Tutte le porte sono chiuse?»
Ecco, mi spiace ma devo risponderle che si tratta di una domanda molto ingenua. Come si selezionano davvero i libri allo Strega lo ha spiegato papale papale ieri Francesco Erbani sulla «Repubblica»: cfr.
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/07/03/come-si-vince-un-premio-editor-relazioni.html
@Sergio Garufi
Sai bene che amo molto il libro di Coetzee di cui parli. Però non mi viene in mente un titolo italiano paragonabile, almeno negli ultimi anni. E stavolta non credo che dipenda dalla cattiva filiera editoriale. Ogni letteratura ha un suo, diciamo, Volkgeist – e quello italiano lo ha spiegato meglio di ogni altro Calvino nelle Lezioni americane, quando parla della nostra attitudine alle prose brevi e narrativamente non specializzate.
Inoltre ti sottopongo per iscritto un’obiezione che ti ho già fatto a voce: io Coetzee l’ho letto in traduzione, e per me ogni lettura in traduzione ha uno statuto radicalmente diverso da una svolta nella sua lingua. Quando avevo più tempo e dedizione, ho letto un bel po’ di classici nella lingua non italiana che meglio padroneggiavo, ma non ho mai provato il piacere fisico che provo leggendo Gadda o Primo Levi, leggendo (sempre, come a dire, col freno a mano tirato) autori che amo altrettanto come James o Conrad. La materia della lingua è per me, sempre, il primum di ogni godimento letterario; il resto viene sempre in seconda battuta, ragionando e ricordando. E non si tratta, credimi, di un gusto automatico per le prose iperspeziate. Godo come un matto leggendo Comisso, Parise o l’ultimo Celati. Li sento proprio sulla pelle. James e Conrad, o Proust e Kafka, che sono scrittori senz’altro più importanti, sono un’altra cosa purtroppo.
Per inciso, mi sono sempre chiesto come dei critici educati alla lingua e nella lingua italiana riescano a discettare, con la sicumera che leggo in giro, di libri iraniani e giapponesi, tungusci e bantù. Beati loro.
@ Andrea Cortellessa
I critici dicono che non ci sono più gli scrittori di una volta. Voglio dar per vera la vulgata: è molta più la gente che scrive di quella che legge. E capisco che chi si sforza di fare critica letteraria, deve decidere come orientarsi in un marasma tale. Spesso, per paura di sbagliare, ho notato che la vostra categoria adotta il vecchio strumento di disciplina militare della ‘decimazione’. Alla romana: uno ogni dieci. Forse, nel suo caso, viene adottata la proporzione maoista: uno ogni cento. E mi riferisco solo a quei selezionatissimi libri che riescono ad arrivare sulla scrivania.
E lo sa che le dico? Fa(te) bene.
C’è chi preferisce la via comoda: “tutti bravi, complimenti”. Si ritrova a curare per anni la stessa identica rubrica, poi va in pensione e si gode la vecchiaia. E chi, invece, sceglie la via impervia, ma gloriosa, del cerbero. Il critico tutto d’un pezzo si deve armare, oltre che di citazioni dottissime e mezze sconosciute, anche di una sconfinata pazienza, tanto da restare più di 450 commenti a litigare con Wu Ming 1, 2 e 4. “Siete merda”. “No, non è vero”. “Come dice G. Antani nel suo saggio del 1972 ‘Informazioni bibliografiche’: chi prematura in ininteressanti autoevidenze, non bituma e non può essere considerato altro che merda, prematurata, ma sempre merda”.
M’è piaciuto in particolar modo il commento dei libri allo Strega. Mi permetto di citarla: “Sbaglia a pensare che i 3/5 dei finalisti allo Strega siano libri “letterari” che io sarei tenuto a leggere per professione – ancorché in ultima analisi ininteressanti. Sono libri che ho aperto e mollato subito perché assai evidentemente ininteressanti e del tutto estranei a quanto io, fallibilissimamente per carità, considero letteratura.”
Metodo infallibile, altroché. Non faccia il modesto con quel “fallibilissimamente” (bruttino pure, mi consenta). E’ perfetto stile McDonald. Ha rivoluzionato l’alimentazione mondiale, vuole che non rivoluzioni il dimesso mondo della letteratura? Lei fornisce “ultime analisi” solo aprendo libri e mollandoli subito dopo.
Se gli scrittori non leggono, perché dovrebbero farlo i critici?
Forse non è il caso di aggiungere altri argomenti a questo thread già così polposo, ma se qualcuno ha voglia di rispondermi brevemente (o di fornirmi dei link), mi piacerebbe sapere: non esistono delle iniziative a favore delle piccole librerie indipendenti e “di qualità”? Sempre che ne esistano ancora… (?) Io vivo da anni o all’estero o in Italia ma in paesini piccolissimi, e nelle mie rapide incursioni in città per comprare libri mi rivolgo generalmente alle grandi librerie. Se però sapessi che, per esempio, a Milano, Torino, Novara o Bologna esistono librerie meno… mainstream, sarei contenta di ordinare e acquistare lì piuttosto che altrove. Penso che vada benissimo usare internet per ordinare e scaricare, ma una libreria può diventare anche un luogo di incontro più diretto. Mi dico che sarebbe bello, nel contesto del discorso che si sta facendo qui, se si sviluppasse una rete di comunicazione tra lettori e librai attenti e appassionati, critici e piccole case editrici di qualità. Sono troppo utopista?
@ Andrea Cortellessa
Quoto Sergio Garufi delle 2:07 di stanotte, quando parlando del brano tratto dal prologo di Altai proposto in questo thread dice: “non capisco come li si possa accusare di linguaggio da bar. è tutto il contrario, semmai, cioè un’imitazione stonata di montale.”
E’ quello che più volte anch’io e WM1 abbiamo cercato di farti notare (consigliandoti di non riprendere le sparate della tua amica, perché probabilmente ha letto 60 pagine di Q, cioè un romanzo consegnato all’editore dodici anni fa, e non Altai). Scusa la bella pretesa, ma almeno che ci si critichi senza prendere fischi per fiaschi.
Un’altra cosa riprendo sempre da Sergio Garufi, e da Jauss da lui citato, per cui “la migliore letteratura si caratterizza sempre per il fatto che disattende le aspettative del lettore”.
Lo trovo interessante, soprattutto perché questo spiazzamento, appunto, non si valuta esclusivamente in base alla lingua usata, ma anche alla trama e allo sviluppo dei personaggi. Ci sono trame concilianti e trame che non lo sono affatto e che portano un romanzo su binari inaspettati e insospettati. Qualche tempo fa ho letto “Bambini nel bosco”, di Beatrice Masini (come vedi sono persona di letture semplici), che è classificato come libro per ragazzi, e scritto come tale, e tuttavia è una delle più belle riflessioni che mi sia capitato di leggere sulla forza e il valore costitutivo delle narrazioni. Anzi, direi che in quel caso il linguaggio semplice e lineare è un valore aggiunto. Mi vengono in mente anche i “finti” romanzi per ragazzi di Jutta Richter (“Un’estate di quelle che non finiscono mai” e “Quando imparai ad addomesticare i ragni”), che appunto tradiscono completamente il genere e tramortiscono il lettore come delle staffilate proprio sul finale. E solo alla fine ti rendi conto che non si è trattato di un fulmine a ciel sereno, ma che la sottile (e ancora una volta, piuttosto lineare) architettura linguistica e narrativa ti voleva portare proprio lì.
Perfino iniziare a leggere, mettiamo, un romanzo d’avventura, esotico, salgariano, con una guerra d’Oriente e un guazzabuglio di intrighi di palazzo, e ritrovarsi poi su un terreno diverso, nient’affatto scontato, con un protagonista ambiguo, per il quale non sai se tenere o no, potrebbe essere un’esperienza interessante e non conciliante per il lettore
.
Ma vorrei spendere qualche parola anche sul tanto odiato New Italian Epic, colpevole ai tuoi occhi di avere nobilitato “ciofeche” commerciali.
Siccome anche tu hai riconosciuto che non proprio tutto ciò che viene spinto dalle major è necessariamente merda, converrai che è legittimo cercare elementi interessanti anche in opere che si collocano nella fascia della letteratura più pubblicizzata e popolare. In quel saggio, come ricorderai, noi non abbiamo mai affermato che le opere prese in esame fossero il meglio della produzione letteraria italiana dell’ultimo quindicennio. Abbiamo soltanto provato a collegare tra loro alcuni testi, scoprendo caratteristiche comuni, e abbiamo detto che per noi c’era stato (era una riflessione rivolta al passato) qualcosa di interessante nel lavoro (sul genere e non solo) messo in atto da alcuni autori viventi in “alcune” loro opere. E ricorderai anche che una parte dei libri considerati apparteneva al mainstream, un’altra parte assolutamente no. Questo proprio perché il nostro approccio è empirico e non pregiudiziale o insiemistico.
Chiunque è liberissimo di contestare l’ipotesi da noi sostenuta in quel memorandum, se lo fa appunto riferendosi AL MERITO delle nostre affermazioni, ma non è accettabile una contestazione aprioristica e che non si basa su argomentazioni concrete. Tu l’accetteresti su un tuo testo? O si argomenta o è meglio tacere, perché altrimenti si risulta solo provocatori e spocchiosi.
Che ti piaccia o no, sul NIE si sta discutendo in Italia e all’estero da due anni. In alcuni casi il dibattito è emerso sulle pagine di giornali e riviste, in altri si è svolto al chiuso delle aule seminariali e dei dipartimenti universitari, o in certi ambiti della rete. Non è vero infatti – come qualche partecipante a questo thread ha sostenuto – che l’accademia non si interessa e non si interesserà mai del nostro lavoro. Soprattutto perché l’accademia non si esaurisce entro i confini nazionali e proprio il discorso sul NIE è nato da un ciclo di conferenze in università del Nordamerica, ed è proseguito passando per la Gran Bretagna, l’Italia, la Francia, la Polonia. Questo non dà patenti di qualità a nessuno, ovviamente, ma almeno dimostra che un dibattito esiste e dura da qualche tempo, e che quella che si è voluta dipingere come una sparata, ha invece destato interesse (in alcuni casi quello un po’ assopito degli studiosi stranieri per la letteratura italiana contemporanea, che all’estero non va poi tanto per la maggiore). Insomma, in parole povere, un po’ di rispetto per tutti questi altri non guasterebbe. Il fatto che noi WM non siamo scrittori con un piglio accademico e non abbiamo alcun grado di internità all’università, non è un buon motivo per farci passare per degli youngster attempati che giocano a fare i punk e a inveire contro i matusa.
Aggiungo ancora una cosa. Occuparsi di letteratura a grande diffusione e/o pubblicizzata dalle major non significa necessariamente compiacere il mercato delle suddette major o nobilitare le ciofeche. Credo di averti fatto un esempio netto in questo senso. Tolkien è uno degli autori più letti al mondo, non ha problemi di visibilità, reperibilità, pubblicità, etc. I suoi editori pubblicherebbero anche la sua lista della spesa del 1959, certi che i librai ne farebbero colonnine da vendersi a carriolate a Natale. Di sicuro si può considerare letteratura popolare, o comunque a grande diffusione di massa. Eppure è solo da poco tempo (in Italia praticamente dall’altro ieri) che si è iniziato seriamente a discutere di ciò che si annida nella sua narrativa, che è a strati: in superficie molto semplice, in profondità praticamente letteratura filosofica e con un’attenzione originale per la lingua (o meglio, per le parole). Questo significa che possono esistere autori notissimi e pompatissimi che però restano “sconosciuti” fintanto che qualcuno non scopre una nuova porta d’ingresso e spalanca un mondo, cioè un livello più profondo del racconto e del lavoro dell’autore. Questo è il lavoro del critico letterario, suppongo, il quale non dovrebbe mai disdegnare di cimentarsi con un testo perché è popolare, di massa o sponsorizzato dai colossi editoriali. Se tu affermi pubblicamente che le opere mainstream da noi prese in esame in NIE non sono interessanti per niente, mi sta benissimo, ma ancora una volta dovresti controargomentare riferendoti appunto a quanto da noi detto nel saggio in questione, magari con qualcosa di più articolato del “sono ciofeche” e “sono commerciali”, perché questo me lo può dire chiunque (e questo, sì, in effetti, è linguaggio da bar). Se non ne hai voglia, non ti interessa, hai di meglio da fare, allora lascia perdere, non sparare giudizi così trancianti e occupati di ciò che interessa a te (io su questo ho già detto di essere d’accordo con l’ipotesi di Ekerot).
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Ti devo un’ultima risposta sulla questione “introiezione del punto di vista dell’aggressore”, ma non so se farò in tempo. Al limite, la prossima volta.
@ Andrea Cortellessa:”Dovevo da molto una risposta a una domanda diretta di Anna Luisa… ecco, mi spiace ma devo risponderle che si tratta di una domanda molto ingenua. Come si selezionano davvero i libri allo Strega lo ha spiegato papale papale ieri Francesco Erbani”.
Ovviamente la sua risposta è indirizzata ad Anna Luisa RUBANO e non a me. Giusto per precisare, vista l’omonimia.
quoto Cortellessa dell’ 1:23
la Policastro, con tutta la sua “antipatia«, mi sta diventando una luminosa figura di donna verticale, e anche parecchio elegante, visto che si lascia passare sopra le aggressioni con invidiabile aplomb
adotterei per Vincent la definizione che WuMing1 ha dato a quell’altro all’1:01 «un demente a petto nudo spintona Vignocchi»
@gilda: giusto per scrupolo, ti segnalo che di ottimistico nel mio “sappiamo” non c’era nulla e ho sottolineato quel passaggio di vincenzo proprio per contrapporlo alle varie e più o meno esplicite argomentazioni sul mercato editoriale (e non solo) come luogo di libera scelta, di instaurazione di un rapporto positivo tra scrittore e lettore, che sono state portate in questa discussione. ed è un “sappiamo” perché quelli sono dati acquisiti. che poi qualcuno decida di non guardarli non è problema di ottimismo/pessimismo.
@garufi, tu dici:
“non capisco come li si possa accusare di linguaggio da bar. è tutto il contrario, semmai, cioè un’imitazione stonata di montale.”
ma come sarebbe meglio saper restituire vivo il linguaggio da bar, invece che imitare Montale, l’imitazione piatta di una voce poetica è quell’inganno pubblicitario che solletica la parte più usurata del’immaginario del lettore letterariamete sprovveduto. La rete è piena di assaggi di scritture dilettanti e di commentatori amici che dicono, me pari Céline, me pari Gadda, sei forte, me pari Pasolini
Sopra ho detto che non mi interessa Ottonieri, devo correggermi, l’ho fatto in un moto di noia per la scrittura in prosa di alcuni poeti, per la prosa sperimentale di alcuni poeti e il suo troppo di intenzione [Frasca romanziere, per esempio, ma non Di Ruscio, libro bellissimo, Cristi polverizzati, e davvero, come dice Cortellessa, epico, e Arminio prosatore, che preferisco forse al poeta] mi dà un forte senso di fatica, di eccesso di lavoro, è per questo che mi tengo lontano da Ottonieri prosatore, ma penso che mi farò forza e lo affronterò, Ottonieri poeta invece lo trovo eccellente, per quel poco che ho letto.
@Gilda Policastro: Trovo contraddittorie le sue parole, da una parte afferma “non lasciamo soli i lettori”, dall’altra rivendica l’asserzione di E. Sanguineti “I giovani non mi capiscono? Che studino!”… sarà, ma io invece mi riconosco maggiormente nella frase che il mio maestro, un docente dei tempi dell’università, rivolgeva a noi studenti: “se non avete inteso, provo a rispiegarvelo”.
Rileggendo poi queste sue parole:“E a differenza di quanto sostiene Garufi, non credo affatto che questa discussione sia stata infertile e che abbia lasciato i partecipanti esattamente sulle posizioni di partenza. Ho visto invece molti sforzi dialettici reciproci, e grande voglia di parlarsi, soprattutto: tra editori, scrittori, critici, come non accade ormai da molto tempo fuori.”
Ecco, anche in questo caso avrei una critica da muoverle; questa conversazione procede da giorni non solo, con il contributo di editori, scrittori, critici, ma anche grazie agli interventi di semplici lettori (o se preferisce, acquirenti)… ecco, nel suo intervento dai toni conclusivi, non c’è un accenno, non c’è traccia di questi lettori.
Credo allora che, almeno nel suo caso, abbia ragione S.Garufi: le sue posizioni, rispetto ai primissimi commenti, non sono mutate. Lei continua a essere a favore di una cultura elitaria, un sapere erudito per pochi e, preferibilmente, addetti ai lavori (editori, scrittori, critici).
@WM4
«Che ti piaccia o no, sul NIE si sta discutendo in Italia e all’estero da due anni.»
tu sai quanto me che il “commerciale” è un settore fondamentale per ogni impresa, saper essere un buon commerciale vuol dire saper trovare un buon pubblicitario che evochi un sogno semplice nella mente del consumatore, Mulino bianco, pubblicità delle automobili, profumi diventano prodotti di massa prima per la loro capacità evocativa che per la loro qualità, perciò il fatto che si discuta tanto di voi, visto l’apparato comunicativo che accompagna i vostri libri, non mi stupisce, mi stupisce che non vendiate molto di più, questo sì, penso che siate troppo intellettuali.
Al di là della “letterarietà” che è anche un problema di orizzonte, per cui ci sono libri che si pongono in quell’orizzonte e poi falliscono, il problema che ho con voi, e che mi ha fatto lasciar mano dopo il primo incontro con un vostro libro dipende probabilmente dal fatto che è un’opera a così tante mani. Già sono difficili quelle a due, ma come può uscire una lingua viva da un lavoro di team? La lingua ha un canale privilegiato con l’esperienza profonda, non solo con quella intellettuale, che può essere invece “programmata”.
@ Wu Ming 4
Stiamo ricalcando gli argomenti della discussione, su Nazione indiana mi pare, a suo tempo fatta su NIE. Rapidamente, spero, certco di darti una risposta (ma tu mi devi quella sull’introiezione del punto di vista dell’aggressore).
Considero la resa alla letteratura commerciale di molte parti dell’italianistica accademica, più di frequente ma da ultimo non solo straniera (dove chi insegna è spesso madre lingua italiana ma chi studia quasi sempre no, ed è oggettivamente più facile – tecnicamente parlando – mettergli in mano Lucarelli che Gadda), uno dei sintomi più preoccupanti della resa all’universalismo demagogico – di matrice ovviamente televisiva – del ceto intellettuale contemporaneo. Se ieri uno studio semiotico ben fatto su Ian Fleming o uno antropologico sulla commedia all’italiana era un gesto intellettualmente trasgressivo, oggi fare cose così, nelle neofacoltà dell’Università privatistica e piaciona, è semplicemente la norma. Fare nelle stesse facoltà un corso monografico su Godard o Kurosawa (non ne ipitizzo, come sarebbe pure indispensabile, sul muto sovietico) sarebbe considerato ingiustamente vulnerante nei confronti dei poveri occhietti telenormativizzati dei giovani utenti paganti (esempi concreti, ho in mente). Se la scuola piaciona di Nanni Moretti era intitolata a Marilyn Monroe, oggi certi corsi di laurea farebbero meglio a intitolarsi al ragionier Fantozzi e alla sua Potemkin Cagata Pazzesca.
Ora, per favore attenzione. Non sto dicendo che NIE o in generale il vostro lavoro (per quanto lo conosco) siano ciofeche che studiare sarebbe di per sé demagogico. Io l’ho anche fatto e non me ne pento; considero che dedicarmici più di quanto abbia fatto sarebbe tempo sprecato (e infatti non lo faccio) ma questo, come diceva qualcuno, è davvero solo affar mio.
Come sai bene ho dato atto che in NIE si leggono cose interessanti e intellettualmente acute, e per questo ho pensato che fosse un investimento (non economico, come l’interessato ha la volgarità di sostenere, bensì culturale) utile mandare il libro di Di Ruscio, scrittore epico se ce n’è oggi uno, al critico Uno – pure così respingente nei suoi modi webbici. Solo che pensavo, nella mia ingenuità, che costui avrebbe avuto l’onestà intellettuale di affrontarlo davvero, il libro in questione – anche se non pensavo certo che ne potesse fare pubblica ammissione (il che poi, se fosse avvenuto, avrebbe fatto gioco al mio autore e quindi tanto meglio). S’è visto com’è andata.
La pecca maggiore di NIE (oltre alle molte facilonerie intellettuali e teoriche rilevate da più parti), ma questo ripeto l’ho già detto, è invece quella di dare un’infarinatura intellettuale e molto glam alla demagogia criticoaccademica contemporanea, che dedica convegni al poliziottesco e fa fallire case editrici di saggistica serie come Meltemi perché non ne adotta più i (bellissimi) libri nei propri corsi; allo snobismo culturaloide contemporaneo che organizza sussiegose retrospettive su Alvaro Vitali; e in ultimo alla coscienza – che mi auguro tormentata sin nelle viscere – degli editori che pubblicano vagonate di ciofeche facendo marcire nei cassetti i dattiloscritti degli Ottonieri e dei Di Ruscio.
Mi spiace, ma la penso (ancora) così. Più è intelligente, NIE, più è colpevole.
@aldovrandi:”Già sono difficili quelle a due, ma come può uscire una lingua viva da un lavoro di team? La lingua ha un canale privilegiato con l’esperienza profonda, non solo con quella intellettuale, che può essere invece “programmata”.
Beh, un’amicizia che dura da circa 15 anni (i membri del collettivo Wu Ming si conoscono da tempo) a me pare possa rientrare nella categoria “esperienza profonda”.
@Anna Luisa
esperienza profonda di amicizia non è = a esperienza linguistica profonda, o solo gli scrittori possono avere esperienze profonde, i pittori no? gli analfabeti no?
Avrò frainteso la tua espressione “non solo con quella intellettuale”?.
Comunque, sull’esperienza linguistica di Wu Ming, suppongo sarà un membro del collettivo a risponderti.
Ora però devo scappare e quindi mi allontano dal pc.
Aldo,
ma nun te sei stancato? Come sarebbe meglio che la domenica te ne andassi al mare, ad ascoltare le voci da bar dei bagnini che imitano Montale. Così almeno potresti sputare per un attimo quella patata che c’hai in bocca!
Ma come può uscire una pittura viva da un lavoro di team?, si chiedevano quelli delle botteghe rinascimentali, e proprio non ne venivano a capo. Che cazzo, si dicevano, non è un’esperienza profonda!, mentre affrescavano cappelle e palazzi. Il problema glielo risolse un analfabeta di passaggio.
Stronzi, rimettetevi a lavorare. Che se no non vi pagano.
Che Dio ti conservi così, Aldo.
L.
@Andrea Cortellessa.
Mi sono spiegata male, temo, e sono stata incompleta nel fornire informazioni. La prima edizione italiana de Il canto di Kali è uscita nella collana Urania Mondadori nel 1996. Dopo due anni è stato ristampato negli Oscar. In questo senso è stato inserito in un contesto “a tempo” come i replicanti di Blade Runner. E, ahi, devo confermarle quanto sopra: ciò che viene catalogato come intrattenimento puro (in questo caso specifico, molto a torto) è destinato a vita breve. Perchè viene accomunato, nella stragrande maggioranza dei casi, ai famigerati “monnezzoni” di cui abbiamo avuto modo di parlare a gennaio: la percezione che si riceve di un libro dove irrompe il non reale porta a identificarlo con “libro che vende tanto e vale poco”. Ora, nessuno nega che in molti casi l’ìdentificazione sia corretta. Molti e non tutti. King non è la Meyer. Simmons non è Dan Brown. Eppure, vengono percepiti come identici. Da chi?, mi chiederà. Da tutti quei lettori che cercano proprio la “letterarietà”, sia pure alla cieca, e che la escludono a priori in un romanzo che non risponda ai presunti canoni della medesima. Quali siano davvero questi canoni io non lo so: ma so che difficilmente il pubblico di un Festival delle Letterature o di una Fiera dell’Editoria, e financo un critico – con le dovute eccezioni, eh – si accosterebbe a questo tipo di narrativa. Perdendosi, appunto, storie di lusso come quelle di Simmons.
Quanto al pubblico vasto, il discorso diventa complesso: si raggiunge per alchimie non del tutto chiare agli stessi editori, e si raggiunge – a volte – quando gli editori decidono di puntare su un titolo, o si raggiunge – a volte- quando gli autori creano comunità attorno al proprio lavoro. Di sicuro, il grande editore non basta. Lei faceva l’esempio – giustissimo – di Sirene, che a me è piaciuto molto, peraltro. Ma come mai lei e altri critici o lettori di pregio si sono accorti di quel libro? Perchè Laura Pugno non veniva dal “genere”, qualunque cosa intendiamo con questo termine. La stessa cosa, per me, vale per Moresco, che con Gli incendiati ha scritto un romanzo di genere. Non voglio tornare al pregiudizio di cui abbiamo discusso e neanche distogliere la discussione in corso dal suo fuoco. Però temo che la questione vada posta. Tutto qui.
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certo, luca, non c’è nessuna differenza tra parola e segno, c’hai ragione, neppure tra parola e pizzicata di violino, neppure tra me e Uto Ughi, tutto è uguale a tutto e tutti possono fare tutto, e pensare che mi sono rammaricato per anni di non avere talento, e oggi scopro che era solo lagna, grazie di cuore, vado a far tagli su una tela e poi la vendo
Provo un senso di grande stanchezza nel leggere non la quantità, ma la sostanza di certe posizioni che reiterano instancabilmente tesi d’altri tempi. Sarà la mia esperienza personale, ma quando mi sono affacciato sul web era in corso il dibattito sulla “restaurazione”, e si polemizzava contro chi riproponeva una concezione del mercato editoriale mutuata neanche da Adorno, ma dall’adornismo dei francofortesi italiani degli anni Sessanta: qualcuno ricorda il giovane e arrabbiato Alberto Abruzzese sostenere e argomentare che persino La corazzata Potiomkin era «un’operazione culturale destinata a fallire», in quanto non poteva non essere un prodotto commerciale e culturalmente borghese, tale essendo ogni prodotto cinematografico? Beh, siamo su quei sentieri: al crocicchio in cui s’incontrano largo Fantozzi con corso Francoforte. Che poi ci si arrivi con lessici un po’ più accorti e raffinati (in apparenza), poco conta: con la Lambretta di Vacanze romane o con la Ducati di Casey Stoner, sempre su quelle strade vai correndo.
E si polemizzava anche contro certi cultori del formalismo, della letteratura che è forma e basta: ma almeno un Massimiliano Parente non pretendeva di scrivere sul Manifesto, anche se poi era (ed è) sempre pronto a dire che gli davano del destro perché scriveva sul Domenicale o sul Giornale. Invece no, gli si dava del destro – io tra gli altri – perché, Domenicale di Dell’Utri o Combat di Camus che fosse il contenitore, la letterarietà ridotta a criterio formale è culturalmente di destra: almeno per chi si è formato (visto che va di moda squadernare i curricola studiorum) su Benjamin, Hjelmslev e Deleuze, senza dimenticare Gramsci. E anche per chi, bagaglio culturale o no, sa ancora cosa distingue destra da sinistra, al di là delle tessere, delle posizioni di prestigio occupate su questo o quel giornale, o dipartimento accademico, o casa editrice.
Sarà l’eterno ritorno dell’uguale, ma alla terza o quarta volta che la discussione ritorna sempre su se stessa sembra di essere nel raccordo anulare di Roma (il film di Fellini, non la città), e viene voglia di rispondere, con Edoardo: ditegli sempre di sì, che sennò lo spettacolo non va avanti.
@Wu Ming 4 correggerei ”tua amica”, detto di me rispetto a Cortellessa. Mi sono spesa in questa discussione (che ho chiesto, praticamente senza esito eccezion fatta per Ostuni, di esportare in altri luoghi: ma mi spiego anche la ragione del silenzio su questo punto: qui, intendo nella rete, ci sono i vostri, di ”amici”, quelli che intervengono a difesa dei WM qualunque cosa se ne dica o pensi o dimostri fuori dalla cerchia, quelli sollecitati a partecipare al dibattito o più o meno velatamente dissuasi dal farlo: e so quel che scrivo), perché il documentario di Cortellessa toccava il tema dell’editoria e del mercato, su cui mi sono personalmente spesa moltissimo dalle pagine culturali del ”manifesto” negli ultimi mesi con articoli che, se volessi abbracciare la vostra ars retorica, dovrei accusarvi violentemente di ignorare (ma come, non leggete le pagine culturali dei giornali, e vi dite ”scrittori”?), o invitarvi (ma è invitare, il vostro modo?) a leggere attentamente, prima di correggere qua e là le minuzie senza arrivare mai a sfiorare il quid, o stare a chiamare amici e sodali a ravvisare le mie presunte contraddizioni.
E dove starebbe, Maria Luisa 1 o 2 o non so più chi, la contraddizione, nel dichiarare da un lato di non voler lasciar soli i lettori, dall’altro di pretendere che chi parla di letteratura abbia gli strumenti adeguati (necessari, inderogabili: altrimenti accade come in questo caso, di fraintendersi perennemente, di dire asso e sentirsi interpretare figura etc.), come chi parla d’arte, o di cinema, o di teoria delle stringhe, o di malattie esantematiche. Io contraddizione non ne vedo, e non vedo nulla di male ad essere elitari, a scegliere di parlare con interlocutori selezionati. Selezionati non in base all’appartenenza a un ceto, un censo, una casta, si badi. Selezionati in base a una certa idea della letteratura e del mondo, che non è un posto comodo, in cui tutti sono lietamente impegnati nelle loro attività e ogni tanto si danno buon tempo con qualche ardito costrutto di Ottonieri o qualche (più o meno) riuscita affabulazione dei Wu Ming o chi per loro. Per me la vita è una cosa sporca, le persone vivono male, l’infelicità è la cifra dell’esistenza. Perché un libro abbia senso me lo deve raccontare senza infingimenti, possibilmente in un modo che non sia né cronaca, né reportage, né fiction nel senso del complicato intreccio o delle mille peripezie. Ho amato per la sua sobrietà e nudità, negli ultimi anni, la Kristof della prima parte della Trilogia, il McCarthy de La strada, la Pugno di Sirene, il Trevisan dei Quindicimila passi. Un libro deve raccontarmi il mondo (quello di oggi, quello di ieri, quello di domani) senza questa continua, insistita, ossessiva, ripetitiva, inutile orchestrazione di storie più o meno seriali (la trama, i personaggi -direi gli stereotipi- la lingua costruita a tavolino o sciatta, che sono due facce della stessa insipienza stilistica, della stessa mancanza di originalità o di capacità – una volta si diceva talento, e alcuni ce l’avevano altri no) e tutto questo dispendio di retoriche affabulatorie che per l’editoria italiana sembrano diventate la via d’accesso sicura al mercato (che poi, quale mercato? ma quale mercato esiste da noi, a petto di quello americano, delle vendite planetarie? di quali cifre stiamo parlando, signori Wu Ming? sono due o tre negli ultimi vent’anni i libri passati al vero mercato, quello internazionale: la Tamaro, Melissa P., Gomorra: ditemene altri, se ne avete). Una letteratura che mi appaghi, l’ho giò detto qualche commento fa, non nella sete di conoscenza di nuove vie di accesso al mondo, ma solo nell’illusione dell’impegno intellettuale o peggio ancora che soddisfi solo il cosiddetto desiderio di evasione, una letteratura di questo tipo per me non esiste, non è letteratura. E per me se uno legge la Tamaro non impara niente, se legge Gomorra impara meno che da un’inchiesta di un giornalista meno incensato e più corretto nella ricostruzione dei fatti e nella citazione delle fonti. A quel punto sì, divento elitaria, ferocemente: non esiste nessun obbligo di leggere, e tra leggere ciofeche e guardare Maria De Filippi, non vedo nessuna differenza. Il libro non è nobile perché ha le pagine invece dei pixel, è nobile, se lo è, perché, diceva Leopardi (chi?) è costato grandissimo lavoro e rimarrà per gran tempo. Questo implica che per comprenderlo si debba studiare: non c’è miglioramento, avanzamento, progresso, emancipazione possibile senza studiare. Che studino, sì, che studino. (Ricordo le lettere a Moresco, il manifesto perfetto dell’essere scrittore oggi: voglio essere scrittore, voglio essere pubblicato, e gli altri scrittori, li legge? no, praticamente nessuna o sparute menzioni ad altri scrittori: conta quello che faccio, che scrivo, che voglio essere IO).
io, in letteratura, così come al cinema, nel mondo dell’arte, non perderei tempo a istituire dogmi di fede: a volte i libri sfondano senza nessun riguardo qualsiasi patente di letterarietà, e se così su due piedi non ho problemi a definire i libri che mi piacciono come quelli che più investono sulle risorse della lingua, tanto da preferire “suttree” a tutti gli altri libri di mccarthy che ho letto, poi tra le mani mi capita anche “2666” di bolaño ed io non posso fare altro che rigirmelo in testa per tutti i giorni a venire, non solo per come ha impastato e stilizzato la lingua, ma anche per la struttura romanzesca, ed il coro di voci che solcano le pagine.
mi accorgo allora quanto le mie letture a volte siano percosse dalla violenza del godimento, una cosa momentanea e mia, che supera il piacere del testo, e quindi capisco ancora di più quando barthes afferma che “Lo scrittore di piacere (e il suo lettore) accetta la lettera; rinunciando al godimento ha il diritto e il potere di dirla: la lettera è il suo piacere, ne è ossessionato”. in moltissimi casi nei libri c’è sempre qualcosa che eccede l’insieme e la struttura dei significati impressi sulle pagine, e lì avviene il godimento.
la cosa che mi pare divertente è che mentre il piacere del testo è un dato culturale, che si denota e manifesta secondo un preciso contesto e ordine, il godimento esorbita il dato culturale, e sta tutto in ciò che avverte e solca il lettore durante la lettura, ricomponendo vertiginosamente testo e fruitore in un unica materia. quando si dice che è difficile credere ancora nel lettore, o almeno nella maggioranza dei lettori, e forse anche perchè non si ricorda cosa è questo godimento puro, oppure – e qui lo capisco – perchè per arrivare a momenti di aderenza sempre più stretta alle rappresentazioni tocca pure affinare sempre e comunque lo sguardo e le proprie conoscenze: il godimento, per come la vedo io, cresce tanto più se aumento il piacere del testo, cioè non prescinde il dato culturale, ma lo sublima.
(altro problema: questo godimento, o anche punctum come lo ha definito barthes ne “la camera chiara”, non pertiene soltanto alla letteratura. al fruitore di testi mediali è possibile incontrarlo ovunque, a qualsiasi latitudine dello scibile e delle rappresentazioni umane, e questo la dice lunga su quanto le categoria di alto e basso, letterario o meno, “autoriale” al cinema o no, vadano allegramente in pezzi.)
però mi piace pensare un’altra cosa: se anche questa categoria rientra nella discussione, cioè il godimento della lettura, ci deve essere qualcosa che lo attiva. per mia esperienza personale, da lettore, sono convinto di una cosa, e spero prima o poi di riuscire a dimostrarla, anche perchè questa è in tutto e per tutto un’esclusiva della letteratura: i libri che tramandiamo come parte importantissima dell’esperienza umana, e che in gran parte hanno portato o portano al godimento, sono libri che non solo hanno uno stile, una stuttura, un lavoro sulla lingua impressionante, ma libri che hanno tutto questo e in più lo sublimano. voglio dire: questi libri hanno una “voce”. celine è una voce, gadda, foster wallace, de lillo, bolano, marquez, borges, beckett, primo levi e così a seguire. e le voci, il concerto di queste voci, tutti questi suoni, incrinano la compattezza delle rappresentazioni e narrazioni del mondo: sono le nostre fenditure, i nostri spiragli. è attraverso queste fenditure e spiragli che noi riusciamo a intuire la possibilità di un altro mondo, di nuove percezioni, di una aderenza maggiore alla realtà, a ciò che gli esseri umani sono, sono stati e saranno. è questo che è in gioco, oggi, secondo me. ed è per questo che toccherà batterci – ma questo lo sapete già, se siamo qui è anche per questo.
giuseppe
scusate, il commento su è il mio: giuseppe zucco.
@ Cortellessa e non solo,
è buffo questo tuo riflesso condizionato (ripeto: cfr. Bergson etc.) per cui ogni volta che nomino qualcuno tu usi la parola auctoritas (e ciò è normale, perché hai passato vita e carriera a riverire l’autorità e cercarla per te, è al centro di ogni tuo pensiero), dopodiché ti profondi in quello che in inglese chiamano “name dropping”: le teorie di Tizio, di Caio, di Sempronio, che se i miei interlocutori fossero più colti avrebbero citato, invece di citare cani e porci, e giù colpi di non hai letto questo, non hai letto quello, oppure: non l’ha detto lui per primo, lo aveva detto un altro!
Eppure dovresti capirlo da te che ha un senso ben preciso se in una tenzone uno cita un’intervista chiara e diretta di Giulio Mozzi anziché un saggio di Genette. Teorico che è molto presente nella costruzione di New Thing, tra l’altro.
Un altro esempio: il fatto che io non ti abbia risposto sulla tua lettura di Bachtin (uno degli studiosi più dibattuti nell’ambito del dibattito sul NIE, e da me citato fin dal primissimo articolo sul Luther Blissett Project che pubblicò Derive Approdi nel 1995), molto evidentemente, non significa che non lo abbia letto punto (anche se certo l’ho compulsato meno di te etc.). ma che qui ritenevo avesse poco senso farlo, perché deve poter discutere e capire quel che si dice anche chi non conosce l’auctoritas di turno.
Mi sarebbe toccato citare certi studi internazionali che – a fronte dell’irrompere di nuove letterature e di un’epica globale, post-coloniale etc. – ritengono in gran parte superate o comunque limitanti molte riflessioni di Bachtin (a partire dalla distinzione capitale tra epica e romanzo), perché appartenenti a un’epoca di eurocentrismo etc. E ovviamente mi sarebbe toccato tirare in ballo le “opere-mondo”, e a quel punto avrei dovuto precisare dove sono d’accordo con Moretti e dove no etc. ‘Na camboggia.
—
Dopodiché, lo vedi come funziona? Tu te la prendi perché il discorso diventa “wumingcentrico”, sbraiti che questa non è una discussione su di noi, però poi si dicono di noi cose che chiunque ci abbia letto troverà imbarazzanti nella loro disinformazione, e a noi tocca dire: – sfighé!
“Sarebbe meglio saper restituire vivo il linguaggio da bar”, dice quello, e gli dà ragione quell’altro.
Un po’ di titoli?
54 (il linguaggio del Bar Aurora e dei bar bolognesi degli anni ’50, con un’ulteriore connotazione: è il bar di una sezione del PCI, più ulteriori connotazioni geografiche che possono capire bene solo a Bologna);
Lavorare con lentezza (il linguaggio del Bar 1X2, dell’estrema periferia bolognese degli anni ’70, con la differenza tra il dialetto dei vecchi e lo slang giovanile dei ragazzi);
Guerra agli Umani (il linguaggio del bar Beltrame, un bar dell’Appennino bolognese, con il gioco di un divario netto tra il livello culturale della barista e proprietaria e quello degli avventori);
Previsioni del tempo (torna il bar Beltrame);
Momodou (il linguaggio di un bar di un’imprecisata provincia meridionale, che sta per ogni bar meridionale frequentato da qualunquisti e forze dell’ordine);
Ma perché ostinarsi a cascare male? Non chiedo mica Jackie Chan, ma almeno uno che si butti dove c’è un cuscino…
—
Infine, la tua descrizione di NIE, il paragone coi convegni sul poliziottesco (una voga che a dire il vero abbiamo criticato a gran voce, potrei anche fornirti i link ma tu sei uno che non clicca), adesso è pure colpa nostra se fallisce Meltemi (anche qui avrei cose da segnalarti, ma vabbe’)… L’ennesima riprova che non hai capito (non volevi capire), ma con l’aggravante della malafede e dell’autoevidente contraddizione con te stesso, perché prima dici di non aver mai sostenuto che noi ci muoviamo nel territorio delle ciofeche trash, non sei tanto grezzo da non fare distinzioni etc. Poi però ti scatta la molla (cfr. Bergson etc.) e torni al tuo approccio indifferenziante. Che te lo dico a fare? Ho già citato “Termidoro” (non solo in questo thread, anche nel memorandum stesso) e se tu all’epoca avessi letto Distruggere Alphaville prima di recensirlo, avresti da tempo ben chiare le linee di confine e le linee di forze. Che mi resta da dire? Forse solo una cosa:
– ‘Gnurènt!
(non badarci, è vivido linguaggio da bar)
Ritengo che la polemica sull’industria culturale portata avanti da Cortellessa abbia prodotto validi spunti critici nei confronti di quell’atteggiamento superficiale e disimpegnato che sembra aver caratterizzato gli ultimi decenni. Espressione, quella di Cortellessa, di un’urgenza etica tesa a rivendicare l’importanza politica e civile del discorso letterario dinanzi agli scacchi della storia che hanno demolito molti impianti ideologici e valoriali del Novecento.
Ci sono però molte cose che non condivido del suo ragionamento, e non le condivido in sede teorica.
Quel che mi pare dover esser perseguito oggi è un allontanamento dalla pretesa che griglie interpretative costruite a partire da considerazioni esterne ed autonome dall’universo letterario – il Mercato Ottimo, il turbocapitalismo, il disfacimento dei grandi partiti di massa, la tracotanza dei messaggi mediatici ecc – possano valere indistintamente anche per esso. E’ mia ferma convinzione che difficilmente da simili premesse si possano ricavare gli strumenti adatti per dischiudere il significato di un’opera letteraria. A prescindere dalla bontà dei nostri intenti, ci troveremmo nelle stesse condizioni di chi cercasse di aprire una noce con un martello pneumatico: qualcosa ne tireremmo fuori, ma sarebbe nient’altro che una poltiglia informe (il che, va da sé, rende i libri tutti uguali o quasi).
Questo per dire che un’eccessiva fiducia nelle macro-categorie raramente giova alla critica, perché rischia di sottometterla a criteri esteriori, deduttivi quando non meramente accessori. Il rischio concreto che un tale approccio comporta è che il lavoro di ricerca possa solo confermare ciò che si stava cercando ancor prima di andarlo a verificare nei singoli testi.
E’ a questo punto che si intravedono le insidie di un dibattito che canalizza la discussione facendo assumere alla categoria del “Mercato Ottimo” un ruolo discriminante, ossia quella di un principio ordinatore che, pur essendo elaborato all’esterno dell’universo letterario, sanziona una dispositio della letteratura stessa. Il vantaggio consiste nel fatto che la critica può continuare ad operare una classificazione ed una valorizzazione complessiva delle opere letterarie anche in assenza di quei canoni che, per propria ammissione, non riesce più ad elaborare, lo svantaggio risiede invece nel dar vita a classificazioni talmente generali ed oscillanti da risultare quasi del tutto inutilizzabili. L’aspetto più problematico è che, nonostante la sua precarietà, il concetto di “Mercato Ottimo” consente di caricare su determinate soluzioni di tipo stilistico, formale, poetico e tematico un valore in sé, la cui connotazione positiva o negativa varia in rapporto alla posizione ideologica dell’interprete di turno. Se è possibile prescindere dalla realtà letteraria, ossia dall’uso specifico che di tali soluzioni viene fatto nei singoli testi, ciò accade perché è il “valore medio” della soluzione, ossia quello ricavato in fase di speculazione pre o extra-letteraria, a determinare l’identità del testo, e non il contrario.
Perché la proposta del New Italian Epic mantiene agli occhi di alcuni studiosi una certa efficacia?
Perché ad una teoria della letteratura che faccia da vaglio preventivo alle emergenze della produzione contemporanea (o che si proponga di stabilire tassativamente che cosa è o non è Letteratura o Letterarietà), ha sostituito un lavoro analitico che accorda privilegio alle opere stesse (non agli autori), cercando di individuarne la portata “teorica”.
Cosa insegna agli accademici il New Italian Epic?
Che le opere non sono elementi inerti presi all’interno di una speculazione teorica sulle forme pure che le trascendono, ma chiedono di essere trattate in quanto luoghi densi e strutturati, dove l’analisi rivela una dimensione teoretica implicata nella singolarità della loro chiusura testuale.
Ora, il punto credo sia questo. Abbiamo noi comunità accademica l’umiltà necessaria per sentirci fare delle critiche (dopo che abbiamo bocciato il 99% della produzione letteraria contemporanea)?
Inoltre, ritengo che la posizione “marxiana” di Cortellessa sia piuttosto contraddittoria, perché da una parte eredita dalla critica marxista un presupposto fallace, ossia che il rafforzamento del capitalismo implichi un allineamento della sfera culturale (cfr anche Adorno e Jameson), mentre dall’altra sostiene che nelle società a capitalismo avanzato la sfera culturale sia del tutto neutralizzata (es. tutto è possibile, perché nulla ha ormai importanza). E’ però impossibile, se non a patto di acrobazie retoriche, tenere assieme allineamento e neutralizzazione. Una sfera culturale allineata presuppone, infatti, ortodossia ed intransigenza simbolica, mentre una neutralizzata implica, al contrario, un’interazione simbolica del tutto libera da valori guida.
Insomma, bisognerebbe cogliere il divario tra la sfera politico-economica a quella culturale, e non supporre che la seconda replichi necessariamente le strutture della prima.
Spesso mi trovo a riflettere su un signore che si chiama Harlan Ellison, il quale, bontà sua, ha scritto dei racconti che hanno i tre ingredienti che, mio parere, indicano la vera letteratura (linguaggio, universalità, contingenza). Come tutti i grandi (vedi Cortellessa che hai ragione?) trovare i suoi lavori è un’impresa epica.
Ora, la cosa che mi fa riflettere, è questa: “possibile che Ellison potesse pubblicare testi come “Pentiti Arlecchino…” “Il guaito dei cani battuti” “L’ombra in caccia…” riuscendo a creare dibattito e discussione?” Mi spiego meglio perchè penso (spero) che sia argomento gradito.
Ellison aveva a disposizione una comunità ricevente aperta e pronta al dialogo e alla discussione SUL testo e non solo tangenzialmente AL testo. Quello che mi sembra inquietante è proprio la mancanza OGGI di tale comunità ricevente, le discussioni ruotano ATTORNO ai libri (sul mercato, sull’industria, sui premi, su quanto è bello quello scrittore lì, su quanto i giornali non parlino di) e mai, dico MAI senza paura di smentite, DEI libri e di quello che questi libri possano significare. Che poi è la cosa che mi ha sempre fatto riflettere sul testo dei WM “NIE”, ovvero: possibile che per poter leggere un testo di critica letteraria che tenti di esplorare alcune dinamiche abbiamo dovuto aspettare che lo facessero degli scrittori e non dei critici? Dov’è finita la comunità ricevente? persa dietro alla propria immagine allo specchio? E non è che quelli che la comunità ricevente dovrebbero stimolare si siano tagliati un bel vestito da pifferaio magico di quelli senza maniche da rimboccare?
@dimitri: molto interessante anche il tuo intervento (soprattutto quando puntualizzi il valore a suo modo feticistico, perché no, che spesso viene attribuito alla dimensione stilistica) però mi sembra che quando si parla di mercato, in questione non ci sia una categoria critica più o meno efficace ma una realtà in atto.
cioè il punto sollevato è che effetti abbia la logica industriale innestata nel circuito della produzione letteraria. e gli effetti sono quelli più volte elencati, cioè in un buona sostanza la marginalizzazione per non dire l’azzeramento di una parte della produzione. una parte evidentemente non così velleitaria se rimane in vita nonostante la quasi completa scomparsa dallo discorso pubblico. e questo è lo stato delle cose, cioè prima di capire se gli anacoluti eversivi e (per me) magnifici di di ruscio abbiano di per sé valore letterario.
una volta preso di atto di questo, anzi proprio in forza di questa presa d’atto, la mia impressione è che il “mercato come categoria critica” sia proprio il mercato a introdurlo per primo nel discorso sulla letteratura (per le necessità di fondazione dei propri prodotti a cui accennavo in un commento precedente) e con effetti non meno “appoltiglianti”. tant’è che, per esempio, serve per far passare in modo apparentemente innocuo un concetto estremamente complesso e anche pericoloso (una volta cooptato dall’industria) come quello di popolare, per dire.
@Gilda Policastro.
Lei scrive: “per me la vita è una cosa sporca, le persone vivono male, l’infelicità è la cifra dell’esistenza. Perché un libro abbia senso me lo deve raccontare senza infingimenti, possibilmente in un modo che non sia né cronaca, né reportage, né fiction nel senso del complicato intreccio o delle mille peripezie. ”
Posso chiederle perchè la fiction dal complicato intreccio escluderebbe la possibilità di raccontare l’esistente, o il senso ultimo del medesimo? Mi perdoni la banalità del quesito, ma non ci arrivo.
@G.L. Perfettamente d’accordo. Anche in questa discussione, a volte ho la sensazione che si ragioni partendo esclusivamente da un nucleo duro di libri imprescindibili (d’accordo, leggerò Di Ruscio) e “in difesa di”. Tu hai citato giustamente il grandioso Harlan Ellison, io Simmons. Ognuno può tirar giù la propria lista. Ma mi piacerebbe riscontrare anche sul fronte critico la stessa disponibilità: Cortellessa, va detto a suo onore, l’ha data. Vorrà la signora Policastro scoprire che i requisiti della grande e vera letteratura possono trovarsi anche in presunti fictionari da strapazzo?
Signora gilda,
ho capito che per lei l’antipatia è motivo di vanto. Comunque, non è mica lì il problema.
E’ proprio che dice delle stronzate impressionanti. E il fatto che le blateri anche dal Manifesto (perbacco!) non costituisce attenuante. Al contrario.
L.
VIVO linguaggio da bar, è qui che non ci capiamo,@WM1 e VIVO non vuol dire – poniamo – che vado in un bar, accendo il registratore e poi lo trascrivo, ma temo che sia inutile insistere.
Come non sono d’accordo con @Policastro quando rimprovera a Moresco di non leggere i suoi contemporanei, per uno scrittore non è obbligatorio, e infatti quasi nessuno lo fa, e se lo fa lo fa solo per quelli che per qualche ragione gli SERVONO, lo NUTRONO, lo SFIDANO. E dev’essere libero di servirsi, nutrirsi, farsi sfidare da chi cazzo gli pare. Ma scherziamo? Fare il critico e essere uno scrittore sono due cose abissalmente diverse. E mi sorprende che lo dica Policastro che loda Di Ruscio, non vuole essere IO di Ruscio? Neppure deve dire “lo voglio”, è un IO quello che scrive Cristi polverizzati, e bene fa. E non è IO perché parla in prima persona. Altro discorso – sarebbe ovvio, ma qua nulla è ovvio, perciò lo dico – è avere un EGO ipertrofico, che è un ingombro, una palla al piede, una benda sugli occhi.
Lara: infatti. Cortellessa ha dimostrato più volte di avere un oscuro desiderio di ascolto. Il problema (perdonami Cortellessa) è che deve mantenere (lui e quelli come lui, forse anche come la signora Policastro – i cui ragionamenti sulle “mille peripezie” mi fanno dire “allora Moretti e Moresco ve lo meritate, miei cari”) una “street credibility” da parte della sua comunità ricevente, rischiando di fare la fine di tutti i fictionari da strapazzo che scrivono solo e soltanto ciò che il loro pubblico vuole. Triste, no?
Dimenticavo, @ Cortellessa, hai scritto:
“se tutto Sanguineti è su Sumotorrent allora non si vede perché si debba ristamparlo.”
Ma perché lo trovo scaricabile in edizione pirata su sumotorrent e non con tutti i crismi dai siti degli editori che lo pubblicavano? Questa è la questione su cui ti sollecitiamo dall’inizio. Di Ruscio non si trova in libreria? E allora perché non lo mettete scaricabile a prezzo modico dal sito di Le lettere?
Anni fa suggerii a Ernesto Franco di mettere on line, scaricabile titolo per titolo con diverse formule di pagamento, *l’intero* catalogo storico Einaudi dal 1930 a oggi, o almeno i titoli su cui via Biancamano ha ancora i diritti ma che trova anti-economico ristampare e che nel frattempo sono diventati irreperibili. Mettere un libro scaricabile a 1 euro, a 2 euro, significa non dover dividere coi distributori, trarre un profitto (anche ingente, stante l’effetto della “coda lunga”: sono migliaia e migliaia di titoli!) e rimettere in circolazione opere che adesso non si trovano. Ma questa cosa non si riesce a fare, evidentemente sono troppi i “blocchi” di tipo culturale, troppe le diffidenze (non solo dell’Einaudi, sia chiaro) sulla rete e sull’e-commerce. Adesso gli editori dicono che si stanno attrezzando per la vendita di e-book, ma la strategia di cui ho letto non c’entra nulla con quella appena esposta, perché si concentra soprattutto sulle novità editoriali, e invece *è il catalogo, bellezza!*, è il catalogo, la sedimentazione storica dei titoli quella su cui dovrebbero concentrarsi.
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Altra possibile soluzione: il “print on demand”. Voglio una copia di un libro Einaudi introvabile e non ristampato da anni? Compilo un modulo sul sito Einaudi, pago con la carta di credito, e ricevo la mia copia, stampata appositamente per me. Perché non lo fate con Di Ruscio? Come mai?
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DUE HIGHLIGHTS:
Dimitri: “Abbiamo noi comunità accademica l’umiltà necessaria per sentirci fare delle critiche (dopo che abbiamo bocciato il 99% della produzione letteraria contemporanea)?”
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G.L. “La cosa che mi ha sempre fatto riflettere sul testo dei WM “NIE”, ovvero: possibile che per poter leggere un testo di critica letteraria che tenti di esplorare alcune dinamiche abbiamo dovuto aspettare che lo facessero degli scrittori e non dei critici? Dov’è finita la comunità ricevente? persa dietro alla propria immagine allo specchio?”
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Sono le due cose che faceva notare Asor Rosa nello stralcio riportato sopra. Non è per citare una auctoritas, ma per dire che quelle parole, pur uscite in un lungo articolo su “Repubblica” e più volte riportate in rete, non hanno messo alcuna pulce nell’orecchio ai critici e studiosi che a NIE hanno opposto solo una puerile levata di scudi.
@ Gilda Policastro
era Anna Luisa non Maria Luisa, ma non è così grave.
“Per me la vita è una cosa sporca, le persone vivono male, l’infelicità è la cifra dell’esistenza.” Questo dice lei. Sulla quarta di copertina di “New Italian Epic” si legge: ” La letteratura non deve, non deve mai, non deve mai credersi in pace”. Penso proseguendo lo splendido e toccante inizio di “54”. Bene, perché lei pensa di intervenire in questo blog come se intervenisse a gran voce durante una trasmissione di Maria de Filippi? Lei appare elitaria perché sembra non accorgersi che ciò che la spinge nella sua vita si trova in maniere differenti in un blog come questo, frequentato da lettori, lettori che sono ben contenti di leggere anche le sue idee. Ma non è pensabile che la sua idea di letteratura che è in fondo quella di tutti qui valga per tutto il paese, e non credo neanche che sarebbe positivo. La letteratura come puro intrattenimento e così il cinema e la televisione non sono il male. Comunque è imbarazzante per me, nel senso naturale del termine, scriverle questo, è uno sforzo sincero
@ aldovrandi,
“VIVO linguaggio da bar, è qui che non ci capiamo,@WM1 e VIVO non vuol dire – poniamo – che vado in un bar, accendo il registratore e poi lo trascrivo, ma temo che sia inutile insistere.”
Infatti, è meglio che non insisti, perché se non hai letto quei libri, non sai che tipo di operazioni abbiamo fatto sulla lingua da bar, non sai come l’abbiamo reinventata, come abbiamo ricalcato l’italiano sul dialetto etc., è perfettamente inutile che cerchi di inventarti un giudizio lì per lì.
Robe da matti…
Robe da matti… proprio.
WM1
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Sì, rileggendolo quel “voi” mi suona male. Era semplicemente un modo di dire che le opere principali di questi autori rimangono non tradotte.
Recentemente ho letto questo elenco di 10 libri consigliati da Peter Carey, che non mi fa impazzire ma è comunque due volte vincitore del Booker Prize e perenne candidato al Nobel:
http://nymag.com/arts/books/features/66294/index1.html
Notare in che compagnia si trova Riddley Walker, e come ne parla Carey.
Non si tratta del genio incompreso che verrà rivalutato dai posteri, come magari è (lo dico senza alcuna ironia) Di Ruscio, ma di un opera che già gode di attenzione critica trasversale e ammirazione pressoché incondizionata da parte di chiunque l’abbia letta. Eppure qui rimane quasi del tutto sconosciuta, e se anche eventualmente venisse tradotta, come ricordano Lara e Giuseppe, probabilmente finirebbe fuori catalogo in breve. Sono poi convinto che l’eventuale presenza in una classifica tipo Pordenonelegge dipenderebbe molto da dove venisse pubblicato – da Adelphi, poniamo, che ha tradotto cose sue in passato, piuttosto che in una “volgare” collana di fantascienza. Quindi, in sostanza, da considerazioni di marketing che scelgono un target possibile rispetto ad un altro.
Fra l’altro Riddley Walker riesce brillantemente in quello in cui Gilda Policastro non mi ha convinto riesca Ottonieri – l’intero libro è in una lingua inventata ma perfettamente giustificata dal contesto, e che quindi può essere usata per creare collisioni di significato in modo del tutto naturale e non scopertamente “autoriale” – un esempio piccolo dalle prime pagine, Ardship of Cambry, in cui la vaga memoria dell’importanza di Canterbury come sede religiosa (Archbishop) si confonde col ricordo del periodo di tribolazione (hardship).
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Nova Swing
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Una bella responsabilità! Ma mi fa piacere.
Alcune cose:
tanto per cominciare, è stato pubblicato il mese scorso. Questa settimana ho avuto così tanto da fare che non mi sono accorto ormai siamo a luglio 😉 ,per cui avete pochi giorni per cercarlo nelle edicole.
Poi Harrison è un autore che si ama o si odia. Per molti è una lettura frustrante. Forse bisogna essere sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda, altrimenti si rischia di fraintendere molte cose – anche recentemente ho avuto lunghe e accese discussioni.
Comunque vada, spero troviate sia valsa la pena di fare un tentativo.
Non sono sicuro sia il miglior entry point possibile per apprezzare Harrison , ma Nova Swing non è un sequel – riprende alcune idee di Light, ma si può tranquillamente leggere da solo.
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Infine, io l’ho letto in lingua originale, e proprio sul piano dell’eleganza della lingua, per me in inglese Harrison scrive come pochi. Ieri sera ho letto per la prima volta un paio di capitoli in italiano. Alcune frasi rendono la bellezza dell’originale, altre suonano un po’ strane, altre ancora sono tradotte in maniera letterale e hanno l’agilità di gatti di piombo. Non dico sia in assoluto una brutta traduzione o che io saprei fare meglio, ma certo non è la stessa cosa.
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E parlando di traduzioni, sentiti complimenti a WM1 per quelle di Elmore Leonard.
(scritto prima di leggere i commenti precedenti, ma se li leggevo tutti poi non ce la facevo più).
Mi ero perso l’inizio di questa discussione – come ho detto, settimana piena. Poi Elvezio l’ha pubblicizzata sul suo blog. Leggersi tutti i commenti è stata un esperienza sfibrante, e ho trovato gli ad personam e l’uso di testi letterari come arma impropria molto sgradevoli.
Ho detto altrove che questa discussione mi ha ricordato come mai fino a poco tempo fa non frequentassi blog di letteratura in lingua italiana.
Però ormai sembra che la situazione si sia normalizzata, e vorrei dire alcune cose. Sarò molto aneddotico, ma gli esempi non servono a dimostrare tesi matematiche ma a chiarire meglio il mio punto di vista.
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1) A me piacerebbe un tipo di istruzione Milaniana, che formi una capacità di giudizio critico indipendente, e faccia nascere curiosità verso la cultura in senso lato, la scienza, la politica, i saperi tecnici. Che aiuti, anche nel campo della letteratura, alla ricerca e alla formazione di un gusto personale e consapevole. Senza questa base, qualsiasi tentativo di correggere il mercato avrà poca efficacia.
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2) Nelle mie peregrinazioni internettiane, sono capitato su un blog olandese, lingua che capisco abbastanza. In un commento a non so quale post la tenutaria ha ricordato quanto le fosse piaciuto un libro di John Wyndham (forse The Day of the Triffids) che era nel suo programma d’inglese credo più o meno all’altezza della terza media.
Come si vede dalla lista di romanzi che ha letto e recensito sul suo blog, non mi sembra la signora Van Gelderen sia stata segnata per la vita e consegnata alla letteratura “minore”
http://annavangelderen.blogspot.com/1997/01/register-van-romans-gerangschikt-op.html
Io invece ho sentito almeno tre persone raccontare che da piccoli leggevano fantascienza e i loro maestri/professori avevano cercato di farli smettere e far leggere invece, chessò, il Libro Cuore. Ragazzi che leggevano autonomamente, scoraggiati. Quando si parla di divisione alto/basso così profondamente radicata nella cultura del nostro paese anche nella dimensione assiologica, magari si dimentica in che modo formalistico, acritico, poco intelligente questa divisione è stata interpretata e imposta. L’olandese medio legge 4 volte il numero di libri dell’italiano medio. La tentazione del “post hoc propter hoc” a me viene.
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3) Non è solo questione di marketing. E’ovvio che il lettore da un libro l’anno scieglierà libri “facili” -linguaggio semplice, identificazione immediata, storia avvincente. E non ci vedo nulla di male. Fra l’altro non è detto che ciò che non ambisce ad essere Grande Letteratura non possa comunque sforzarsi di essere originale ed intelligente – per cui il paragone con un prodotto da supermercato è insultante. Poi, se una persona è motivata, potrà leggere/studiare/ricercare, affinare un gusto e nei limiti del suo campo d’azione prescindere dai meccanismi pubblicitari.
Giusto ieri leggevo il blog di una persona che, nonostante una buona esperienza precedente con un autrice, era stato talmente irritato da blurb e recensioni in fotocopia che ha dovuto aspettare l’opinione di una persona “reale” di cui si fidava per vincere la repulsione e decidersi a comprare il nuovo libro.
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4) A me le discussioni sulla letterarietà danno parecchio fastidio.
O la si intende in maniera banale, come mi sembra sotto sotto si faccia – una combinazione a coefficenti variabili di linguaggio ricercato + profondità psicologica + “topicità” – e magari la presenza di elementi che vengono culturalmente associati all’ “alto” piuttosto che al “basso” – o è una qualità emergente, di cui non ha molto senso discutere. Una volta che si analizzano in maniera onesta e il più possibile punti di forza e debolezze, ognuno può farsi un idea.
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5) Il signor Ansuini dice che c’è differenza fra Djuna Barnes e Margaret Mazzantini. Gli credo sulla parola. Però Djuna Barnes non è neanche Jeanette Winterson, che mi è stata consigliata per associazione di idee -immagino perché lesbica che scrive in modo ricercato. Può darsi sia stato sfortunato nella scelta del particolare romanzo, che non è molto amato dai suoi estimatori, non ne faccio un giudizio critico rigido e definitivo, ma non me ne frega neanche nulla se la Winterson è “letteraria come” la Barnes. A me interessa la reazione molto diversa che ho avuto leggendo Gut Symmetries rispetto a Nightwood.
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6) Per essere ancora più chiari. Tempo fa ho avuto una discussione con un blogger canadese, ex critico giornalistico e in passato anche giurato per alcuni premi letterari. Magari i suoi gusti non coincidono coi miei, magari non cerca sempre le stesse cose o il tipo di libri che interessano a me, ma il modo in cui analizza i libri me ne dà un idea abbastanza precisa, anche indipendentemente dalla sua opinione o dalla valutazione complessiva. Bene, parlando di In the skin of a lion di Michael Ondaatje, lui mi ha consigliato di leggere The Last Magician di Jeanette Turner Hospital. La cosa mi ha lasciato basito. Quindici anni o giù di lì fa io regalavo Nella Pelle del Leone a tutti i miei amici (uno l’ha anche letto!).
A quei tempi avevo letto anche The Last Magician, ed ero rimasto underwhelmed. Ma il suo commento mi ha fatto capire che effettivamente si tratta di romanzi molto simili – non tanto nella storia (primi del novecento in Canada vs Australia anni 90) ma per registri stilistici, struttura di narrazione non lineare, modo di accennare/tratteggiare i personaggi senza grandi descrizioni psicologiche dall’interno, ruolo simbolico/iperreale quasi magicorealista dell’arte, etc. etc.
Non si può neanche dire che ITSOL sia in maniera evidente scritto meglio di TLM.
Eppure uno mi è piaciuto molto, molto di più dell’altro. Se dicessi che uno è di serie A e l’altro di serie B in lotta per la retrocessione, sarebbe un giudizio soggettivo o oggettivo?
Da un lato ovviamente soggettivo – una persona di grande cultura di cui rispetto le capacità critiche ha un opinione diversa.
Ma per me gli elementi di TLM non arrivano mai a unirsi in qualcosa di superiore alla somma delle parti; non posso fare a meno di pensare che ci sia una base oggettiva, e sarei capace di argomentare in tal senso. Pur rendendomi conto che se si metto d’impegno potrei trovare difetti anche in ITSOL – difetti che però in ultima analisi non influirebbero sull’effetto.
Il giudizio dei posteri, se qualcuno pensa abbia qualche valore, è già fortemente condizionato – il romanzo di uno dei più grandi scrittori canadesi viventi ha molte più probabilità di essere ricordato a prescindere.
Non solo. Mettiamo ch’io legga Street of No Return di David Goodis, che esiste in un altra galassia rispetto a questi, e mi piaccia moltissimo. Ha senso disquisire se sia letterario o no? Si tratta di un autore di genere, anzi “pulp”, e come Dick, non del tipo da cui ci si può aspettare linguaggio sfolgorante. Però il suo punto di forza non è certo neanche la “narrativa” se mi riferisco ai paletti citati da Ansuini, quanto piuttosto la capacità di evocare in una sensazione di desolazione, sconfitta, abbandono, anche se usando mezzi più limitati e una struttura semplice. Tanto è vero che in Francia venne scoperto dagli esistenzialisti e da Truffaut. Disquisire sulla letterarietà di Goodis rispetto alla Turner-Hospital è sterile. Non dice nulla di davvero importante sulle due opere.
Ovviamente io voglio leggere letteratura che mi smuova, non che mi lasci freddo. Vorrei leggere romanzi come quello di Goodis, non come quello della Turner-Hospital. E non mi interessa una prospettiva critica che affronta solo un certo tipo di romanzi e non latri.
Ragazzi, stiamo arrivando ai 500 commenti molto prima di quel che pensassimo. Le possibili scadenze per la chiusura a scopo pubblicazione in pdf erano due: 1) stanotte alle 0:00; 2) giunti a quota 500. Ci stiamo arrivando ben prima delle 0:00. Affrettatevi a dire la vostra se non l’avete ancora detta, siamo agli sgoccioli.
Due parole in più sull’e-book:
– si intitolerà STROOOKKK! (sottotitolo: “Una discussione autoevidente sui rapporti tra letteratura, critica, Internet e mercato”)
– Sarà indicato come “co-produzione Carmilla-Lipperatura-Wu Ming”
– ci è molto piaciuta la dicitura in fondo al commento dei “Conti Ni”, e quindi ne adotteremo una variante.
– forse ne faremo anche un’edizione cartacea print-on-demand, absolutely no copyright.
– Andrea, mi sono opposto con veemenza a che venisse utilizzata questa tua foto:
http://www.nicoladerosa.com/writers?p=1&s=UA-12182801-1#14
Probabilmente non ci saranno illustrazioni a parte la copertina, ancora da decidere. Questo perché qualunque nostra scelta di illustrazioni creerebbe risonanze “faziose”, e anche perché il file pdf diventerebbe troppo pesante.
Ma qualcuno davvero qui pensa che per capire il rango di Proust e la qualità della sua lingua devo essermi letta prima tutta la Recherche? O vado avanti a leggerla tutta perché quelle prime cinquanta pagine mi bastano per capire che la leggerò tutta e non la mollerò?
Se mai dovessi scrivere un saggio su di voi, WuMing, vi leggerò tutti, ma per parlare qua mi basta quello che ho letto e quello che ho visto della lingua che usate. E di VIVO nel senso che tu non capisci, o capisci e contesti, non ho visto nulla.
@ Marco
“E parlando di traduzioni, sentiti complimenti a WM1 per quelle di Elmore Leonard.”
Grazie! Ora sto traducendo FULL DARK, NO STARS di Stephen King.
@aldovrandi
“per parlare qua mi basta quello che ho letto”
cioè, verosimilmente, niente. Guarda, ti dedico questa:
http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/fart_10.mp3