LETTERARIETA'

Francesco Erbani firma l’apertura delle pagine di cultura. Si parla di società letteraria, di premi, e di “senza”. Partendo da un documentario.
«Credo di non aver mai letto un vincitore dello Strega degli ultimi dieci anni»: le labbra strette e l´occhio strizzato, Tiziano Scarpa avrà certo messo in conto che, dicendo questo, la stesse cose potrebbe ripeterle il vincitore dello Strega 2010, infilando anche il suo Stabat mater, Strega 2009, nel buco nero e indistinto dove giacciono i romanzi lasciati intonsi.
Sono i paradossi di quel che resta di una società letteraria. La battuta di Scarpa, raccolta nel catino fumigante del Ninfeo di Villa Giulia, è fra quelle che introducono Senza scrittori, un film documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, critico letterario il primo, regista il secondo, una bella inchiesta prodotta da Rai Cinema e Digital Studio che stasera viene proiettata all´Azzurro Scipioni di Roma, in coincidenza non casuale con la trepidante vigilia del Premio Strega che, appunto, giovedì incorona il suo sessantaquattresimo vincitore.
Senza scrittori è un prolungamento del catalogo stilato da Alberto Arbasino nel suo Un paese senza, un elenco di tutte le cose di cui l´Italia è mancante. Racconta il predominio che la macchina editoriale, soprattutto quella dei grandi gruppi, ha assunto nel mercato della letteratura, dove non ci sono più opere o scrittori, critici o riviste, ma solo libri, solo produzione industriale, solo una filiera perfettamente assestata, e nella quale, però, quella che un tempo si chiamava la società letteraria ha pensato bene di accomodarsi, spintonando un po´ e anche dando di gomito, ma trovando un cantuccio nel quale sistemarsi.
Un cantuccio troppo stretto per Antonio Scurati, che ancor prima di essere battuto per un voto da Scarpa, confessa che, sì, è vero, «da qui uscirò triturato anche dal punto di vista del mio stato d´animo», ma che trova il coraggio di annunciare il suo disprezzo per una «società letteraria dalla quale stasera prendo congedo, vada come vada». Un cantuccio stretto anche per il giovane Giorgio Vasta, che lamenta come «la letteratura venga assunta solo se si incarica di essere manutenzione della realtà e che quando ha l´ambizione di essere qualcosa d´altro, le viene sottratta la fiducia». Un cantuccio che sia Scurati che Vasta guardano sempre dall´osservatorio del Ninfeo di Villa Giulia.
Cortellessa, camicia e pantaloni rossi, si aggira come un bonario diavoletto fra i tavoli imbanditi dello Strega, filma le calzature che stropicciano il brecciolino, sovrappone la camminata di un metaforico pavone e domanda a Francesco Piccolo se questa è una messinscena da commedia all´italiana, ottenendo come risposta che «qui c´è l´Italia, non la commedia, che in fondo era più dolorosa». Fra scalpiccii e risatine stiracchiate, ecco invece il corrucciato Valentino Zeichen: «Decadente? No, non è una società di grandi decadenti, questa è una società frolla, senza scheletro morale, priva di grandi progetti, di idealità. Una società stanca».
Lo Strega mostrerà pure lo spettacolo di una letteratura in cui, sentenzia il vincitore Scarpa, «tutto è vanità». Ma è un po´ come la nazionale di calcio, raccoglie quel che trova. E allora ecco che Cortellessa, sempre di rosso vestito, interroga giornalisti come Stefano Salis e critici come Marco Belpoliti, si sofferma spaurito fra i banchi di Fnac e deliziato fra quelli della Coop – accompagnato da Romano Montroni -, ascolta i due proprietari della storica libreria Tombolini di Roma e il responsabile della Demoskopea. Insomma insegue quella filiera produttiva che incasella lo scrittore e la sua opera, dal momento in cui questa prende forma a quando viene distribuita e recensita, meglio se esibita con il suo autore da Fabio Fazio o dalla Dandini o sul palco di un festival.
E allora il punto culminante non può che essere una visita a Segrate, dove c´è la Mondadori, cioè «la Xanadu dell´editoria italiana, la centrale dove si fanno i grandi giochi della nostra letteratura». Qui interroga Antonio Franchini, responsabile della narrativa Mondadori, che vive la grande scissione, annota Cortellessa, dell´essere scrittore e dell´essere editore. E qui si introduce anche un parola che non si sentiva da tempo: letterarietà. Che cos´è che rende letterario un testo? Può essere la letterarietà a distinguere fra scrittori di successo e scrittori che si concentrano sulla qualità e la sperimentazione, per esempio?
Letterarietà, risponde Franchini, «è un´idea discussa, allargata, non più condivisa». Ma il fatto che le discriminanti siano venute meno che effetto fa? (domanda Cortellessa) «Rende il tutto più divertente, più anticonformista». Il controcanto è affidato a Francesco Cataluccio, ex direttore alla Bruno Mondadori e poi da Bollati Boringhieri: «La società italiana è diventata più cinica, non poteva che diventare più cinica anche l´editoria».

791 pensieri su “LETTERARIETA'

  1. Repetita iuvant:
    costava 100 lire a pagina lo cunto moderno
    di doglia d’Iddio e del salario filiale
    in sfoglio eliografico di mondi e sorti
    salubri alla vecchiezza crepa di guerre e
    domani di sistoli e cimbali imperdonabili
    Celan Zvetaeva in coda al Kgb per il sogno
    d’utero Whitman i barcaioli dei lager treni
    che macellavano sen di strade come versi
    rimorsi da pagine giorni ebbri di tempo e
    libri burrasca denti che azzannano il culo.

  2. E questo è il 500esimo!
    Grazie a tutt*.
    Linkeremo comunque questo thread, per permettere di leggere anche i commenti successivi quindi non impaginati per l’e-book.

  3. Gherardo, quando scrivi che “il *mercato come categoria critica* sia proprio il mercato a introdurlo per primo nel discorso sulla letteratura”, sono assolutamente d’accordo con te. Ed è forse proprio per questo che ritengo che una tale “categoria critica” non possa essere fondante di una teoria letteraria (né di un concetto di Letterarietà). Il risultato finale, nella maggior parte dei casi, è una ragnatela vischiosa in cui i salti dialettici perdono ogni nitore.
    Mi accorgo, però, che mi si potrebbe fare un’obiezione. Ovvero: non si rischia, in questo modo, che l’attività critica si rinchiuda nello sgabuzzino dello specialismo e che, rinunciando ad una funzione culturale più alta (di tipo etico, pedagogico, legislativo), essa si riduca a uno sterile esercizio accademico giocato secondo i codici della narratologia, della filologia o della semiotica?
    E’ mio profondo convincimento che la tensione etica debba accompagnare ma non possa sostituire la funzione che più di ogni altra compete alla critica estetica, ossia quella di rendere esplicito il linguaggio formale delle opere artistiche attraverso lo sviluppo di strumenti analitici e terminologici che sappiano portarne in superficie i contenuti intrinseci. Non è detto poi che i contenuti emersi non rivelino una portata etico-politica insospettatamente profonda e problematica.
    Insomma, la mia non è una critica alla sostanza del problema (lo strapotere dell’industria commercial-editoriale), ma alla pretesa di ricavarne delle categorie critico/teoriche efficaci. Forse varrebbe la pena di tenere preliminarmente separate le due cose, senza per questo rinunciare al loro incontro. Franco Moretti ha indicato chiaramente la necessità, per il discorso critico, di distinguere, almeno in fase preliminare, le “ipotesi storiche” dalla “verifica retorica”;
    Le ipotesi storiografiche forti contribuiscono alla ricerca retorica non solo tonificandola, ma offrendole di fatto ipotesi strutturali preliminari. Si comprende cioè l’unità di riflessione storica e retorica. Ma se ne coglie anche la distinzione: quelle ipotesi preliminari sono, infatti, convalidate solo dopo un lungo e faticoso cammino all’interno di territori estremamente specializzati, dove l’analisi è condotta (e si offre alla confutazione) sulla base di principi ormai indeducibili dalle conoscenze storiche extra-artistiche. E’ il modo necessariamente *tortuoso* con cui la critica contribuisce alla conoscenza storica complessiva”. (Franco Moretti, Segni e stili del moderno, Einaudi, p.20-21)
    Se non si accetta il suggerimento di Moretti, il rischio è che il fatto stesso di usare l’aggettivo “decadente” per descrivere una quantità di fenomeni sociali e culturali, autorizzi a ritenere che nelle opere letterarie si debbano trovare forme ed entità corrispondenti, le quali, sovrapponendosi ai testi, ne statuirebbero la parentela.

  4. sai @WuMing,
    a ben vedere qua il tuo rovescio della medaglia non è Cortellessa, ma la Policastro, entrambi avete questa vocazione a dire agli altri cosa devono leggere:D

  5. @dimitri: ti seguo nel merito del tuo ragionamento però mi verrebbe anche da dire che la questione non è solo etica ma, nel qui ed ora, forse soprattutto politica. ed a questo, credo, si riferiva ostuni quando parlava della rinuncia o meno all’egemonia ed è a questo, di nuovo, che credo siano indirizzate tutte le argomentazioni di cortellessa (e, per esempio, la sua critica alla nie o alla produzione wu ming).
    per che mi riguarda, come lettore esigente ma onnivoro e scrittore da meno (ma molto meno 😉 di mille copie di venduto, ho l’impressione che una corretta metodologia non sia sufficiente. nello stesso tempo ho l’impressione che il mercato, il popolare e anche il nie siano questioni di retroguardia. ma dalla mia posizione si vede poco e un po’ distorto 😉

  6. @ Gilda Policastro,
    “[Signori Wu Ming] sono due o tre negli ultimi vent’anni i libri passati al vero mercato, quello internazionale: la Tamaro, Melissa P., Gomorra: ditemene altri, se ne avete)”
    Beh, ad esempio Q.
    Pubblicato in Gran Bretagna, Francia, USA, Canada, Spagna, Messico, Argentina, Venezuela, Brasile, Cuba, Danimarca, Belgio, Olanda, Germania, Grecia, Polonia, Repubblica Ceca, Russia, Turchia, Portogallo, Corea del Sud e appena acquistato in Giappone, ed esiste anche un’edizione in Euskera.

  7. Ma davvero qualcuno pensa che per capire il rango di Proust non sia importante quello che racconta per sette volumi, ma solo “come” lo racconta? Tanto vale rileggersi di continuo le prime 25 pagine per tutta la vita, allora!

  8. @ Andrea Cortellessa: grazie per avermi dato del ggiovane, non essendolo più da un pezzo. Son contento che porterai dietro il mio post come esempio massimo di volgarità. Manchi totalmente di ironia e leggerezza e le mie note a margine sulla Policastro erano del tutto innocue. Io mi dico da solo che scrivo idiozie e un esaltato mi dà dell’ignorante. Che prova di fair play. Mi fai pena. Provo pena e rammarico anche per Aldovrandi, che mi insulta così, gratuitamente. Sono molto dispiaciuto e mi fermo qui, che la lipperini non merita altre mie mattane, ma sull’amica campana che dichiara che la vita è una cosa sporca, quante ne potrei dire e stavolta senza leggerezza. Vergognatevi.

  9. @aldovrandi dell’1:39
    Io veramente l’attitudine ce l’avrei di più a orientare su ciò che non bisogna leggere: ad esempio, visto che Dimitri (presumo Chimenti) ci invitava (noi accademici) a tornare su NIE, con qualche difficoltà l’ho ritrovato in libreria (che non essendo uno scaffale Feltrinelli non è ovviamente in ordine alfabetico, ma di genere, e vatti a ricordare il genere in cui ebbi mentalmente a classificarlo e dunque effettivamente a disporlo…). Dunque, perché noi “accademici” strutturati o meno ma comunque formati su Spitzer e Contini, Bachtin e Genette, Auerbach e Bourdieu non possiamo leggere NIE. Innanzitutto per un problema, prima ancora che di approccio, di strumenti analitici e di codice: “Il NIE a volte abbandona l’orbita del romanzo ed entra nell’atmosfera da direzioni impredicibili: “Ehi, cos’è quello? È un uccello? No, è un aereo! No, un momento…è Superman!”. No: è un oggetto narrativo non identificato”.
    “Il decorso del postmodernismo si può descrivere in una sola frase: col tempo il “buttarla in vacca” è divenuto sistematico”.
    “Negli anni Ottanta una nuova generazione di autori italiani riprese a scrivere romanzi […]. Quei nuovi autori non erano figli delle avanguardie, non gliene poteva fregare di meno se una cosa era ritenuta o meno “appropriata”(così, pescando fior da fiore).
    Al mio secondo anno di università, all’esame di Letteratura Greca, il compianto Luigi Enrico Rossi ebbe a pormi una domanda sul mancato successo dell’Edipo Re di Sofocle all’agone tragico di quell’anno, agone nel quale, come avevo appena ricordato, la tragedia in questione si era classificata secondo. Il motivo mi sfuggiva, ma provai a ipotizzare una risposta (secondo anno di università, ripeto): “probabilmente il pubblico non era ancora pronto a recepire un messaggio di quel tipo…” l’esitazione mi fu fatale, non mi fu permesso di proseguire. “Essere pronti a recepire non è una categoria critica. A un esame universitario non si può che partire da categorie critiche, e dunque in questo caso da Aristotele. Cosa diceva Aristotele dell’Edipo?”. E ovviamente la mente mi s’aprì sulla risposta precisa. Aneddoto personale che viene a sostegno della ragione per cui non si deve per forza andare oltre la famosa p. 60 se il libro ha già ampiamente disatteso i requisiti minimi, la soglia di “letterarietà” se è un romanzo, di scientificità se è un saggio (o come tale si pone): così non si può andare avanti, non si deve per forza aspettare di arrivare a p. 203 di NIE (dove peraltro, all’ultima riga si legge di “Un Orfeo cieco, con le orecchie bene aperte e incapace di voltarsi indietro” che “potrebbe uscire dagli Inferi tenendo per mano l’amore della sua vita”), per capire che non si tratta, Dimitri, di un testo di critica letteraria, né vuole esserlo (e allora cos’è? Uno spot commerciale al genere praticato dagli stessi Wu Ming, con un’etichetta facile che resti impressa, che si ricordi, che, ancora una volta faccia vendere facendo parlare?): e chissà il compianto Luigi Enrico Rossi, accademico di altra scuola, non dirò di “Superman” e di “buttarla in vacca”, ma “dell’amore della sua vita” come categoria critica, cos’avrebbe pensato. Dov’è, dunque, se non nel solito ossequio alla propaganda commerciale, l’obbligo di fare i conti con un’etichetta e un prodotto del genere? Hanno forse fatto i conti, i Wu Ming, con l’Ottonieri de La plastica della lingua: stili in fuga lungo un’età postrema (Bollati Boringhieri, 2000), col Gabriele Frasca de La lettera che muore: la letteratura nel reticolo mediale (Meltemi, 2005)? Ah, già, ma per la loro concezione-vasetto-di yogurt della letteratura, quelli sono libri scaduti, dimenticavo.
    [postilla metodologica: la rete è bella, la rete è buona, la rete è di tutti, i lettori possono, devono, pretendono di leggere quello che gli pare. Benissimo. Poi per il critico invece la rete è un banco d’esame, una trappola per topi, una gogna, e vieni qui, adesso che ti ho preso, horror mundi, a dimostrare, a ribattere punto per punto, a spiegarmi per filo e per segno tutto quello che non so. E perché mai? Anche il critico ha i suoi diritti: la democrazia dello scegliere, vale anche per lui. Antipatico che non è altro].

  10. At Cortellessa/Policastro
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    Condivido in parte il vostro discorso quando sostenete che una critica competente ed attenta può sostenere un libro che altrimenti non avrebbe spazio sul mercato. Le intenzioni in teoria sono buone e, forse, anche in buona fede. In pratica però non credo che è così che funzionerebbe.
    Il problema dei mediatori culturali è questo: che -in mancanza di vero mercato- essi rischiano di diventare il vero pubblico, gli unici reali destinatari del lavoro letterario. E questo, mi spiace, è male.
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    Mi spiego facendo un paragone con l’industria cinematografica, di cui conosco alcune dinamiche. Come forse saprete le percentuali dei film italiani che rientrano con le spese e producono degli utili sono bassissimi: si parla di due, tre film all’anno. E spesso sì, sono i Vanzina. Ora questo stato del mercato (che non è assolutamente solo italiano) fa sì che il 95% del nostri film siano direttamente o indirettamente finanziati dallo stato. Portando avanti il vostro ragionamento, le commissioni che giudicano le sceneggiature gli articoli e i fondi di garanzia fanno parte proprio di quell’elite preparata di cui vuoi dite: giornalisti, professori universitari (a volte (ahimè) politici). Ora: è innegabile che queste giurie negli anni hanno permesso la realizzazione di film non commerciali di indiscusso valore. Ma la verità che nessuno si dice è che da anni gli sceneggiatori non scrivono più per il pubblico che va in sala: scrivono per piacere proprio all’elite dei critici e censori che scelgono quale film si realizzerà e quasi no. Questa è -ridotta ai minimi termini- la ragione per cui negli ultimi venti anni italiani si assomigliano un po’ tutti. Non perchè non si scrivano film diversi. Ma perchè i film diversi non passando la ‘censura (non trovo parola migliore), non vengonono nemmeno realizzati.
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    Certamente, ci sono delle eccezioni (Garrone, Sorrentino) ma davvero si contano su una mano. Per il resto chi vuole sopravvivere facendo il regista o lo sceneggiatura deve piegare il capo: o scrive di certe cose (un canone di ‘narrazione del disagio’ simile a quello auspicato dalla Policastro) in un certo modo (non parlo di stile di regia, ma di impianti narrativi, nonchè un certo discorso ‘sul mondo’) o non vedrà mai realizzato nulla. Una triste prospettiva, mi pare.
    .
    Ecco, sentendo i vostri discorsi mi pare di avere un deja vu. La ragione per cui in linea di massimo approvo il discorso sul mercato dei Wu Ming è proprio perché, credo che alla fine sia meno deformante ai fini della creazione artistica scrivere per un’ idea di pubblico di massa, piuttosto che per una cerchia di eletti dai gusti ossificati dall’ideologia. E aggiungo: che se nell’editoria si dovesse creare una situazione analoga al cinema –finanziamenti statali, giurie di specialisti che decidono cosa si pubblica– l’aria nel già asfittico mondo letterario italiano diventerebbe assolutamente irrespirabile.
    .
    Ossequi

  11. @Policastro
    Questo commento, a parte le due prime righe, non dovrebbe essere indirizzato a me.
    Sono d’accordo su quasi tutto, e soprattutto sul fatto che non si è obbligati ad andare oltre pagina 60, se non è il libro stesso che ci costringe a farlo, ma NON sul fatto di richiamare Moresco e in generale gli scrittori a leggere quello che un critico ritiene valido oggi. Gli scrittori non sono tenuti a superare esami universitari, né di letteratura greca né di letteratura italiana, e molti non sono laureati in lettere, e non pochi – e non tra i peggiori – neppure laureati.
    Uno scrittore oggi non è obbligato a confrontarsi con l’Ottonieri de La plastica della lingua, sono certa che Di Ruscio non lo ha fatto e se Di Ruscio non è un buon esempio per ragioni anagrafiche, possiamo farne altri, è il primo tra quelli che tu apprezzi che mi è venuto in mente.
    I critici sì, ma appunto, sono due categorie diverse, e se anche le due categorie si incontrano, a volte, si incontrano per caso, non per obbligo.

  12. E’ certamente chiaro e nobile l’intento di wuming di salvare i libri che per loro sono importanti e che, sia detto una volta per tutte, è ovvio che abbiano territorialità nella letteratura, poiché nessuno è giudice supremo. E’ certamente chiaro e nobile anche l’intento di cortellessa e policastro di salvare i libri che per loro sono importanti e che, sia detto una volta per tutte, non hanno diritto acquisito di letterarietà solamente se lo decidono loro o chi per loro. Detto questo, lo sforzo comunque dovrebbe essere “salvare”, e in questo mi permetto di suggerire a cortellessa di stare a sentire wuming quando si tratta di “condivisione” delle opere, e le maniere in cui esse, tramite la rete, possono essere salvate. questo su tutti:
    “Di Ruscio non si trova in libreria? E allora perché non lo mettete scaricabile a prezzo modico dal sito di Le lettere?”
    oltre all’ipotesi print on demand. Fare pressione tutti insieme non dovrebbe far male a nessuno.
    Questo sul che fare, diciamo per cercare di rendere gli sforzi di ognuna delle due parti tesi verso un unico risultato, che è l’ampliamento della reperibilità di opere che rischiano di restare nell’oblio. Sul fatto che esistano due parti, ahimé, facciamocene una ragione, acqua e olio non si mischiano, ma non è necessariamente un male, e possono coesistere entrambe, fosse anche in un bicchiere.
    Per informazione, nel mio piccolo sto stampando clandestinamente luigi di ruscio, due brevi prose e qualche poesia. (assieme a molti altri, s’intende) i libricini per il momento li troverete in giro a bologna in versione cartacea oppure scaricabili e piegabili, si tratta di un foglio a4 che accuratamente piegato diviene una piccolo libro. quando dico in giro significa proprio in giro, sulle panchine, nelle cabine del telefono, sopra le colonnine dell’enel, sui bancomat, nei distributori di sigarette, di preservativi, sugli autobus, nei treni. la cosa si stava decidendo e si è decisa mentre era in corso la discussione che lo chiamava in causa e a me faceva sorridere perché luigi è lontano come la luna dalla terra da questo tipo di dibattiti. mica per snobismo o vezzo, chi conosce la storia di di ruscio sa. certamente è giusto fare il possibile, ognuno come può, da una cattedra, da uno scrittoio, da un computer, da una fotocopiatrice, affinché le cose che amiamo – chiamatele letteratura chiamatele come vi pare – possano sopravvivere a questo genocidio culturale.

  13. Grazie Carla
    Il blog e i suoi maldestri “storiografi”
    Carla Benedetti
    Risposta a un articolo di Gilda Policastro sui blog letterari.
    Viene un po’ da sorridere a leggere l’articolo di Gilda Policastro sui blog e le riviste in rete uscito sul “manifesto” del 25.10.2009 (lo potete leggere qui: http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20091025/pagina/11/pezzo/263168/). Vi sono molte nozioni rabberciate, conclusioni approssimative, informazioni inesatte.
    Da dove le avrà prese? Forse da Francesco Orlando? (La Policastro infatti lo nomina nelle prime righe, per dire niente di meno che questo: siccome i critici vengono considerati figure desuete, e siccome l’illustre francesista è l’autore di un saggio su “Gli oggetti desueti”, anche i critici starebbero bene in quel catalogo. Nient’altro. Ma così fa vedere che è colta).
    O forse il suo sapere sulla rete le viene da Romano Luperini, altro nome citato subito dopo in quanto “professore universitario che ha aperto da un paio d’anni un forum nel sito del suo editore”?
    Ma quello che impressiona di più è la quantità di retorica che c’è in quelle poche righe. Si stenta a crederlo, ma i blogger vengono definiti “leoni da tastiera”, “tori imbizzarriti”, “tori scatenati”.
    Ed ecco un altro specimen: “È tempo dunque di abbandonare queste chiese sconsacrate del culto librario e pensionarne gli spettri cigolanti del Canone, della Tradizione, della Letteratura, per immergersi nel fluttuante universo dei libri che si scrivono sempre più numerosi e che si pubblicano con allarmante gratuità, col favore di internet”. Accidenti, come ci dà dentro! Dove avrà imparato a formare giri di parole tanto vetusti e ampollosi? Sui blog? Cigolano gli spettri, okay, ma li pensioniamo perché cigolanti? E cosa vuol dire “allarmante gratuità”? Che i libri in rete sono gratis per chi li legge? O che è allarmante che vengano pubblicati senza il controllo degli autorevoli padrini?
    Vedo che questo articolo ha suscitato reazioni simili alla mia (per esempio su http://georgiamada.splinder.com/) . E quindi non mi dilungo. Mi limito a correggere alcune informazioni inesatte contenute nella sua “tipologia” superficiale, alcune delle quali riguardano i due blog a cui ho collaborato.
    Non è vero che “i siti letterari si diffondono in Italia ormai quasi vent’anni fa”. Lo sanno tutti che la nascita del Web risale al 6 agosto 1991, e che solo nel 1993 il CERN decise di renderne pubblica la tecnologia. Quindi potrebbero risalire a quindici anni fa al massimo. Ma si diffusero dopo.
    Non è vero che “Il primo amore (www.ilprimoamore.com) è di Carla Benedetti e Tiziano Scarpa”. Vi scrivono undici persone, ognuna con pari responsabilità e la possibilità di pubblicare ciò che vogliono, anche interventi di esterni, prendendosene individualmente la responsabilità (ogni post infatti, oltre al nome dell’autore, reca anche la scritta “pubblicato da…”)
    Non è vero che “Il primo amore è una rivista che si è dotata di un sito”. Al contrario è nata come blog collettivo, che solo in seguito ha prodotto una rivista cartacea, ma con contenuti diversi da quelli che appaiono sul sito.
    Non è vero che Scarpa e Benedetti hanno deciso di “sbarrare lo spazio dei commenti”, perché la decisione è stata di tutti i fondatori del “Primo amore”.
    Nazione indiana” 1, al cui esperimento ho preso parte come uno dei diciassette fondatori, è nato fin dall’inzio come blog collettivo in cui ciascun redattore era responsabile di ciò che si pubblica. E’ quindi inesatto attribuire questa formula solo a Nazione indiana 2, che ha mutato collaboratori, ma lasciata intatta la formula originaria.
    Finite le correzioni che mi riguardano passo ora a alcune più generali.
    Non è vero che chiudere i commenti equivalga a “mutare decisamente” lo spirito dei blog e il loro “spirito interattivo” visto che fin dall’inzio sono esistiti blog senza spazio per i commenti. E’ comunque assai semplicistico far coincidere l’apertura alla discussione con il tenere aperti i commenti. L’apertura si realizza anche con altri mezzi, che possono essere molto più proficui dello spazio del commento (del resto considerato da molti, e dalla Policastro stessa, uno spazio inconcludente e inadatto alla discussione).
    La discussione si può realizzare per esempio molto più efficacemente con la pubblicazione di interventi di esterni, che portano nel blog altri punti di vista, o che rispondono a ciò di cui si è già parlato nel blog (pratica che “Il primo amore” e altri blog collettivi adottano regolarmente).
    Oppure si può realizzare con l’apertura di forum.
    Oppure organizzando incontri nel mondo reale. Il “primo amore” per esempio ha organizzato una settimana fa un incontro intitolato “Tribù d’Italia” a cui hanno partecipato diverse realtà sparse per l’Italia, che lavorano in campi diversi, nel sociale, nel teatro, in riviste, blog, con l’intento di formare una rete per ricostruire tessuto in questo paese devastato. Questa pratica era già di Nazione Indiana n. 1 che organizzò diversi incontri e discussioni, tra cui “Giornalismo e verità” e “La restaurazione”).
    Ma queste potenzialità del mezzo e questi esperimenti non entrano nel campo visivo della Policastro, che è incredibilmente ristretto, in parte per disinformazione, ma forse anche per partito preso.
    In ogni caso, se proprio c’è bisogno di “storicizzare” una realtà così fluida e in divenire come la vita culturale nella rete, che ci si documenti meglio! Non è la prima volta che sui giornali se ne leggono resoconti maldestri e superficiali.
    Pubblicato da c.benedetti il 31-10-09
    giornalismo e verità
    Il primo amore

  14. Cara Gilda,
    non invitavo VOI accademici, invitavo NOI accademici. Questo solo per chiarire che è una critica dal fronte interno.
    Il compito dello studioso consiste forse nell’interrogarsi sempre e solo su ciò che rende possibile il “distacco” di una elite sul grande pubblico?
    Tu obietti che la produzione media è ormai illeggibile, noiosa. Non ne dubito, ma è anche di questa insopportabile”inattualità” che lo studioso deve andare in cerca. Pensaci un po’: se tutti si comportassero come il critico letterario, che studia solo ciò che “gli piace”, i medici studierebbero solo i corpi sani e gli economisti le condizioni di vita dei ricchi.

  15. un critico viene meno al suo compito se cerca di costruirsi scrittori a sua misura, mentre non viene meno se cerca quelli affini e cerca di stabilire non dico un canone, ma in ogni caso un canone provvisorio, sta nella sua necessaria e auspicabile libertà, ma nella necessaria e auspicabile libertà dello scrittore è cercare la sua strada come meglio gli pare e trovarne anche di eccentriche rispetto al pensiero critico dominante, sempre che un pensiero critico dominante esista, e spero proprio che non esista, sarebbe soffocante.

  16. Sempre a te, Gilda.
    L’espediente di citare passi decontestualizzandoli è, proprio per quel metodo scientifico che invochi, inaccettabile.
    Questo stralcio, per esempio, lo trovo molto meglio argomentato di tanti articoli pubblicati su Allegoria, Moderna o il Journal of Romance Studies.
    .
    ” L’allegoria è aperta e ha in sé qualcosa che la fa eccedere, sbandare, diventare altro (l’allos contenuto nel nome). […] Mentre nel simbolismo c’è un movimento centripeto, un convergere di segno e cosa, nell’allegoria c’è un possibile movimento centrifugo, un divergere. Su questo divergere, su questo potenziale di novità, Benjamin basa la propria idea di un’allegoria che continui a *parlare d’altro*, a essere *riattivata* e rinnovata ogni volta che la si legge, anche col cambiare delle epoche. L’allegoria profonda è una potenzialità insita nell’opera, immessa nell’opera dal modo e dal contesto in cui essa è nata e si è formata, dal modo in cui il mitologema è stato trattato, eccetera. La potenzialità ha innumerevoli modi di divenire *atto* (atto interpretativo da parte del lettore), perché in potenza innumerevoli sono i lettori. Questi passaggi dalla potenza all’atto dipendono da come l’opera *ri-impasta* il mitologema e le connessioni archetipiche, intercettando e dando voce a pulsioni profonde, topoi che ricorrono nella vicenda umana. (pp. 98-99 del memorandum versione cartacea).
    .
    L’aspetto più interessante della proposta di Wu Ming 1 consiste nello spostare il plesso problematico del rapporto letteratura/realtà (di cui, Gilda, molto ti sei occupata) all’interno del testo. L’eticità del discorso letterario, per Wu Ming, non passa da un ritorno o da una presa di possesso della realtà, termine terribilmente ambiguo e sempre difficile da definire, quanto da una ri-presa di possesso della retorica. Una retorica intesa non nell’accezione deteriore di pseudo-scienza dell’ornatus, né come imbarocchito prontuario di espedienti o sotterfugi linguistici, ma come arte ed etica del discorso, della persuasione e della visione. La questione determinante non è se la realtà rappresentata sia “più o meno reale”, ma se la sua rappresentazione risulti immaginalmente attiva oppure no.
    Ecco, magari anziché lo sfotto’ ci starebbe anche lo spazio di una discussione. O preferisci attaccarti a Superman contro Genette?

  17. @Alessandro Ansuini
    «mi permetto di suggerire a cortellessa di stare a sentire wuming quando si tratta di “condivisione” delle opere, e le maniere in cui esse, tramite la rete, possono essere salvate. questo su tutti: “Di Ruscio non si trova in libreria? E allora perché non lo mettete scaricabile a prezzo modico dal sito di Le lettere?”»
    Grazie per aver fatto slalom in mezzo alla cacca per raggiungere ed evidenziare uno dei noccioli del discorso. E’ dai primissimi commenti a questo post che si suggerisce questa prassi, e dall’altra parte si svicola oppure ci si risponde… accusandoci di narcisismo. E io li ho capiti, i ragionamenti fallati che stanno alla base di tale svicolare:
    1. Poiché il download dei libri è il terreno che praticano i WM, se ne parlano si stanno… facendo pubblicità, e se lo suggeriscono ad altri stanno perseguendo un disegno egemone da contrastare.
    2. Della rete (vista non come un molteplice ma come un Uno) bisogna comunque diffidare, perché è una gogna, c’è gente di basso livello, si dicono le parolacce etc.
    3. Se rendiamo reperibili i libri che non lo sono, dopo di cosa ci potremo lamentare?

  18. @ Alessandro Ansuini
    Sei tu, non io, ad aver introdotto il concetto di «genocidio culturale». Ma a un genocidio in corso non si risponde (solo) salvando nella propria casa privata singoli profughi – come commendevolmente dici di fare – ma (anche) facendo in modo che una forza di interposizione separi i genocidi dai genocizzandi, salvando la pelle all’insieme di questi ultimi. Che Luigi Di Ruscio non avrebbe nulla da dire, sull’emarginazione di un certo tipo di scrittura, mi permetto di dubitare. A quanto mi risulta a Oslo, nel 1957, se n’è andato anche per questo.
    @ Melmoth
    Liberissimo di pensare che i critici esercitino, o sognino di esercitare, una qualche forma di «censura». Io le minne e i fimmini nella SIS, appunto, se potessi non ci farei metter piede. Ma i critici poi, litigiosi per antonomasia, «censurano» ciascuno una fetta diversa dell’universo letterario (costitutivamente inteso, direbbe Genette), e non possono certo impedire – come si vede dalla situazione attuale – l’affollarsi di ciofeche in libreria. Mentre la censura del mercato, per come la vedo io, censura molte cose diverse ma tutte insieme, e con una capillarità ed efficacia che i critici se la sognano da tempo, anzi non hanno mai avuto (rinvio al mio commento di ieri alle 2.49).
    Quanto al cinema, poi, lei sarà di certo meglio informato di me. Ma qualche anno fa partecipai a un convegno di autori e critici cinematografici nel quale si denunciava un’evoluzione (o meglio involuzione) della gestione degli aiuti pubblici esattamente contraria a quella che descrive lei. Si denunciava cioè che per accedere al FUS (Fondo Unico dello Spettacolo – che periodicamente i ministri centrodestri minacciano di tagliare in misura terminale) il «reference system» fosse stato cambiato introducendo, al posto o in aggiunta a criteri di qualità, un riferimento al risultato dei film prodotti dal medesimo soggetto al box office estero. In omaggio, ovviamente, al più vieto degli stereotipi culturali italiani, il «made in Italy». E dunque vai con gli ulivi al tramonto, le morone prosperose, le grasse risate. Più in generale, mi pareva divertente che il criterio per distribuire aiuti fosse in sostanza: chi ne ha meno bisogno si faccia avanti.
    A me pare che il rischio principale di eventuali aiuti pubblici all’editoria non sarebbe certo quello di consegnare la letteratura (non certo quella commerciale, però, che in libreria ovviamente arriva senza problemi) alla «censura» del critico occhiuto e autoritarrio; bensì quello di riprodurre proprio la stortura di questa controriforma del FUS. Ora, cos’è successo l’anno scorso quando finalmente s’è insediato il Centro del Libro a lungo covato dal Ministero dei Beni Culturali – pensato per raccogliere gli orientamenti riguardo a questi mitici aiuti pubblici, e in futuro coordinarli? A chi è stata data la poltrona di Presidente? A Gian Arturo Ferrari, ovviamente, onnipotente dio mondadoriano appena andato in pensione. Il che, ai miei occhi, equivale ad affidare al capo di McDonald’s la gestione del Consorzio degli Alimenti Tipici.

  19. Scrive di noi Gilda Policastro, dopo essersi chiesta se “abbiamo fatto i conti” con libri di Ottonieri e Frasca del 2005 o giù di lì:
    “Ah, già, ma per la loro concezione-vasetto-di yogurt della letteratura, quelli sono libri scaduti, dimenticavo.”
    Delle vie inconscie che portano la Policastro a usare questa metafora s’era già scritto, ma ora voglio raccontarvi un fatto strano. Mentre leggevo questa frase ho sentito un rumore:
    – SsssssspRRofoooNNd!!!
    Poi qualcuno ha iniziato a esultare e applaudire.
    Evviva! Clap! Clap! Clap!
    Lì per lì non capivo, poi un annuncio da un altoparlante ha chiarito cos’era successo:
    – Che eleganza, che movimenti sinuosi! Una performance senza precedenti! Gilda Policastro è la nuova campionessa italiana del salto in basso!
    A quel punto, per conformismo, mi sono unito agli applausi.

  20. Ringrazio la signora Policastro per la cortesia dellì’implicita non-risposta. Ma se non vale la pena rispondere a tutti, e se il critico rivendica il diritto di non elargire il proprio punto di vista e il proprio sapere se non a coloro che si ritengono interlocutori degni, mi interrogo sul senso ultimo dell’essere in rete del critico stesso. Laddove, si intende, educatamente interpellato.

  21. @ Cortellessa,
    quale ironia?
    Poi scrivi ad Ansuini: “non si risponde (solo) salvando nella propria casa privata singoli profughi – come commendevolmente dici di fare”
    No. Ansuini, al contrario, parlava di spazio pubblico e sfera pubblica. Parlava proprio di uscire dalle case private. Parlava di diffondere le opere in tutti i luoghi possibili. Parlava della rete e della città. La rete è spazio pubblico (e non rispondermi che è di privati, perché anche un teatro può essere di privati ma rimane un “locale pubblico” e dentro valgono le regole dello spazio pubblico), la città è spazio pubblico.

  22. Lo spazio pubblico, in questo contesto, significa: spazio in libreria. Lo so che ti fa piacere cambiare sempre discorso, ma io resto su questo punto, che è poi quello posto dall’articolo che stiamo commentando. Io leggo con interesse delle tue proposte ad Ernesto Franco (sull’esito delle quali però non dici nulla), o della disponibilità di testi inediti su siti tipo Torrent (iniziativa peraltro fuorilegge, dal punto di vista del diritto d’autore, se Sanguineti – nel caso da te citato – non avesse dato il proprio assenso a quella forma di “pubblicazione”), leggo con interesse del copyleft e di altre forme di diffusione “dal basso”. Non penso affatto, né l’ho mai detto, che voi portiate questi argomenti per «farvi pubblicità».
    Il punto è un altro, però: putroppo non sono questi gli argomenti in discussione, bensì la filiera editoriale tradizionale.
    E su come funziona oggi quella, o su come la si possa far funzionare in modo meno brutale, in cinquecento e non so quanti altri commenti, da te e da Quattro non ho sentito proprio una parola.

  23. A proposito, @ Wu Ming 4
    Sono sempre in attesa della preannunciata risposta alla domanda (posta non so quanti commenti fa) sull’introiezione del punto di vista dell’aggressore.

  24. Postilla su ”concezione della letteratura-vasetto in scadenza”: @uno dei Wu Ming molti commenti fa (siamo a 500, faccio fatica a ritrovare il luogo preciso) ha dichiarato vecchi e in qualche misura superati i libri dei Wu MIng stessi che alcuni di noi parrucconi venivano smontando nelle premesse epistemologiche, che altre erano le idee maturate in rete nell’ultimo periodo etc. etc..
    E poi, capisco il vostro imbarazzo nel riconoscervi come firmatari di tali facezie, ossia quelle che ho fedelmente (stavolta era esatto pure il numero complessivo delle pagine, o no?) riportato, ma questa eterna ironia o goliardia da cabaret mi pare mancare totalmente il bersaglio (specie se il bersaglio è la sottoscritta – invece che le idee difformi alle vostre- , piuttosto resistente, se non tetragona, ahivoi).
    @ Lara Manni, mi spiace, ma non ho la forza, e forse nemmeno la volontà, sì, forse mi manca proprio la volontà, a questo punto della discussione, di tornare su questioni peraltro dibattutissime come il genere sì, il genere no. Possiamo rileggere insieme, se crede, Il rumore sottile della prosa di Giorgio Manganelli (lo scritto sul romanzo, ad esempio, o Cosa non è un racconto), oppure il mai superato Trattamento dei materiali verbali nei testi della nuova avanguardia di Edoardo Sanguineti. Per dirne solo due che ho citato anche non esplicitamente nei miei discorsi pregressi. Ma è un’altra discussione, questa, non posso star qui all’infinito tirata per la giacchetta o spernacchiata da analfabeti di ritorno (non mi riferisco a lei, in questo caso, com’è ovvio). Uno nella vita pure se critico, pure se antipatico, e pure se decide, per carità cristiana, di abbandonare di tanto in tanto l’esoterico Ottonieri in favore dei sollazzevoli Wu Ming, ”a ‘na certa”, col gergo romanesco che i suddetti mi consentiranno, data la passione per la contaminazione (l’ormai celebre “buttarla in vacca”), potrà pure metterci un punto, e passare ad altro.

  25. Lo vedi che fai solo finta di leggermi, in realtà scorri in fretta quello che scrivo, in preda alla voglia di dire la tua a prescindere?
    .
    1. Delle librerie stiamo parlando da giorni, ma tu non parli mai di quelle on line, dove il libro di Di Ruscio è presente e ordinabile *al pari di tutti gli altri* perché sullo scaffale c’è spazio virtualmente infiinito. Da una settimana vieni tutti i giorni qui a lamentarti che Di Ruscio non si trova, e mai una volta hai fatto questa semplice, banalissima operazione:
    http://www.ibs.it/code/9788860872364/di-ruscio-luigi/cristi-polverizzati.html
    Vedi? Se magari linki la scheda del libro su IBS, hai visto mai che qualcuno clicca e lo ordina? Che ci vuole? Non risolve il problema sistemico, ma è un in(d)izio di pars costruens.
    [Dico, ma tu lo sapevi prima di questo mio suggerimento che il libro di Di Ruscio era nelle libreria on line?]
    .
    2. Al di là di questo, io l’ho detto chiaro e tondo: piuttosto che lagnarsi o proporre la falsa alternativa di una “lunga marcia” fino alle redazioni dei giornali (medium mo-ri-bon-do in tutto l’occidente), perché non ci si sforza di creare un circolo virtuoso tra letteratura, editoria e rete? Ormai ci sono tanti esperimenti ed esempi, e ci dicono che più un libro è reperibile, meglio è per tutti e in tutti i passaggi della filiera. Possono esserci ricadute positive anche nella presenza in libreria (fisica e on line), dato che molti (me compreso) continuano a preferire leggere (la letteratura) su carta e adottano quella su supporti elettronici solo come extrema ratio, e se sentono da un amico di un libro importante, poi lo vanno a ordinare (nella libreria fisica o in quella on line).
    .
    3. L’esito della mia proposta a Franco mi sembrava chiaro: hai visto qualcosa del genere tu? Ma al di là di questa… autoevidenza, l’ho pure scritto che Einaudi e non solo non possono muoversi in quel senso perché troppi sono i blocchi e le diffidenze.
    .
    4. Adesso mi rinfacci che scaricare Sanguineti via torrent è illegale? Ma se l’ho detto io per primo, te l’ho pure rivolta come domanda: perché invece che lasciare queste iniziative ai “pirati”, non ci si mettono gli editori? Mi hai risposto tu? No, come sempre.
    .
    5. Leggi con interesse del copyleft. E poi? Che fai? Niente.
    .
    6. Non sono questi gli argomenti in discussione. Certo, gli argomenti son sempre altri. A te interessa un focus ristretto (direi angusto) sull’editoria *tradizionale*. Guarda che l’editoria tradizionale sta per essere investita da un uragano, le tue riflessioni sono già obsolescenti. Lo dimostra il fatto che tra ieri sera e oggi io sui siti di torrent ho trovato *tutti* (ma proprio TUTTI) i libri fuori catalogo nominati in questo thread. Vorrà dire qualcosa o no, se i “pirati” (io li ho definiti i nuovi monaci di Cluny) stanno sopperendo (certo, nell’illegalità) alle carenze di un’intera industria.
    [Ma tu lo sapevi cos’erano i torrent, finché non li ho menzionati io ieri? Uhmmmm…]
    .
    7. Su come far funzionare l’editoria in modo meno brutale, da me e WM4 “non hai sentito una parola”? E’ inevitabile, quando non si sta ad ascoltare. Ti ho appena ri-spiattellato, in questo stesso commento, una serie di suggerimenti pratici. A te non frega niente? E allora continua a lagnarti.
    Comunque, posso ribadirti un mio giudizio, in amicizia?
    ‘Gnurènt!

  26. @Cortellessa:
    sugli spazi in libreria, ricordo di una proposta avanzata qualche anno fa dalla rivista Carta, che organizzò una tavola rotonda tra piccoli editori e librai, dove si parlà una rete di librerie che esponessero una sorta di bollino di qualità su libri scelti dalle stesse librerie e dunque da consigliarsi ai lettori… poi di questa proposta non ne ho più sentito parlare, forse perché inattuabile con le logiche di distribuzione e di mercato?
    p.s.: prima si è parlato di 2 estremi per quanto riguarda la “letterarietà” (letterario vs. commerciale) e della tanta roba che ci starebbe nel mezzo… lo stesso discorso lo riproporrei per quanto riguarda la “visibilità”… quanto meno il Di Ruscio e l’Ottonieri più volte citati pare che abbiano diversi critici pronti a ricordarli (solo qui siete in 2-3), ma a fronte dei titoloni che vanno in vetrina in libreria, vi chiedo, quanti sono quei libri che non hanno né la vetrina e né la critica dalla loro parte? Sono in un limbo soltanto perché poco “letterari” o poco “commerciali”, o forse perché non vengono intercettati né dalla critica e né dal pubblico? Ecco, qua continuo a pensare che la rete ci venga in aiuto, e per questo ritengo che c’entri eccome in questo contesto…

  27. Cioè: o si evita il problema proponendone altri o non lo si affronta. Ribadisco: io qui parlo, «obsolescente» o meno, dell’editoria tradizionale e delle librerie fisiche, dal momento che (persino tu) dici che i libri (per il momento) preferisci leggerli su carta. Io dico che c’è un problema in Danimarca, oggi, e tu rispondi: ah, ma in Nuova Guinea, fra una decina d’anni, si starà benissimo.

  28. @ Gilda Policastro,
    “uno dei Wu Ming molti commenti fa (siamo a 500, faccio fatica a ritrovare il luogo preciso) ha dichiarato vecchi e in qualche misura superati i libri dei Wu MIng stessi che alcuni di noi parrucconi”
    Guarda che questa tua affermazione falsa e abbastanza mentecatta l’ho già smontata molti, molti commenti più sopra. Certo che sei una forza, tu. Vieni qui a scrivere, ma ben poco ti cale di leggere quel che scrivono gli altri. Però uno non è né potrà mai essere uno scrittore se non ha letto proprio il libro di Frasca che dici tu. Ehhhh….
    Gilda, io non posso che citarti un grande del passato, Johnny Dorelli:
    “Bambina, hai scelto la vita dura / scegliendo me” (da “La bomba”, grande canzone)
    http://www.youtube.com/watch?v=Aj51vywqbgc

  29. “dal momento che (persino tu) dici che i libri (per il momento) preferisci leggerli su carta”
    A Cortelle’, ma possibile che non ci arrivi? In quale lingua uno deve dirtelo? La rete si usa anche per vendere i libri *su carta*, e pure per mandare gente nelle librerie fisiche.
    Niente, non c’è speranza.

  30. Dalla discussione parallela nella mailing list di Carmilla: siccome c’è ancora molta voglia di discutere e stanno venendo al pettine dei bei nodi, per l’e-book stiamo valutando una proroga di un’altra cinquantina di commenti. Vedremo.

  31. Quanto al fatto che i “pirati” fanno senza autorizzazione ciò che noi tiratardi obsolescenti neanche ci sogniamo di fare, ti sottopongo quest’altro piccolo punto di domanda. Che ne avrebbe pensato Sanguineti del sito Torrent che a sua insaputa diffonde i suoi testi? Forse (forse) in linea teorica ne sarebbe stato lieto, e però subito dopo avrebbe voluto verificare in quale contesto, in quale compagnia, in quali forme quei testi vengono diffusi. Tanto stava attento, a queste cornici per te ininfluenti, che per esempio credo sia stato l’unico autore a rifiutare l’offerta di un Meridiano, dal momento che non gradiva uscire per Mondadori. Le forme della trasmissione di un testo sono molto importanti, per chi ai testi conferisce un certo peso. Al di là dell’infrazione di una legge (che tu teoricamente puoi considerare ingiusta, e ne possiamo in altra sede discutere, ma che a molti autori garantisce l’unica forma di sostentamento), una forma selvaggia di riproduzione e diffusione può non essere migliore – in certe condizioni – di un’assoluta assenza di riproduzione e diffusione.
    Ovviamente so che i libri fuoriformato sono su ibs. Prima di cominciare la collana, per la verità, Le Lettere non prevedeva acquisti on line dal proprio sito. Non solo, ma in seguito alle iniziative delle Classifiche Pordenonelegge-Dedalus il sito ISBF ha inventato una forma di promozione e sconto, sui libri segnalati. Mi pare di non essere poi così parruccone, insomma, qualche indicazione su iniziative da prendere on-line in aggiunta a quelle a scaffale l’ho presa persino io; ma come al solito tu alla discussione preferisci l’insulto e la ridicolizzazione del contendente. Insomma: ‘gnurènt lo dici a un altro, please.

  32. “Le forme della trasmissione di un testo sono molto importanti, per chi ai testi conferisce un certo peso. ”
    Ma va? Urca! Fammici pensare… Ma non è proprio per questo che autori ed editori dovrebbero occuparsi della circolazione in rete delle opere, anziché fottersene e lasciare che pratiche spesso meritorie ma giocoforza sbavate e imprecise suppliscano al loro disinteresse e ritardo culturale?

  33. Sei proprio insopportabile. Straparli, insieme al tuo reggicoda, di arroganza degli accademici e poi ti diverti a dipingere la gente come analfabeta, con l’anello al naso e la sveglia al collo. Competente in arroganza, sei. Per parafrasare un maestro che non si ristampa.

  34. Beh, ci sarebbe anche da far notare questo:
    “Al di là dell’infrazione di una legge (che tu teoricamente puoi considerare ingiusta, e ne possiamo in altra sede discutere, ma che a molti autori garantisce l’unica forma di sostentamento)”
    Per essere uno che legge con interesse di copyleft, non mi sembra tu abbia proprio afferrato il principio…

  35. Hai talmente capito tutto che hai provveduto a sistematicamente mandare in vacca, continuando a parlare di tutt’altro, la prima potenzialmente sensata discussione pubblica sull’editoria che si sia tentata sulla rete. Il fatto è che non era tuo interesse che si mettesse in discussione la politica dei tuoi referenti. E tanto hai detto e tanto hai insultato e tanto hai cambiato discorso che lo hai impedito. Sei bravissimo.

  36. Tu sei libero di pensarla come ti pare, ma io credo di intercettare l’opinione di molti che stanno seguendo se dico che questa, proprio per come si è svolta, è una *sensatissima* discussione pubblica sull’editoria. Oggi nessuna discussione sull’editoria può dirsi sensata se la premessa è: “Qui non si parla di rete, qui non si parla di copyleft, qui non si parla di libri elettronici” etc. E’ *questa* l’editoria oggi, sono queste le sfide che essa si trova di fronte.
    Questa è stata una discussione dove chi aveva argomenti li ha portati, e chi ha detto idiozie se le è viste descrivere come tali.
    Ed è stata anche una discussione *concreta*, piena di suggerimenti pratici.
    Il “mandare in vacca” lo hai visto solo tu. A volte si dice che l’interlocutore “manda in vacca” quando non accetta le nostre autoevidenti verità a scatola chiusa. A volte si dice che “manda in vacca” perché non accetta supino l’ipse dixit, l’ex cathedra, le auctoritates e il name dropping erudito, ma vuole stare alla logica e all’aderenza al vissuto di quanto viene affermato.

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