LETTERARIETA'

Francesco Erbani firma l’apertura delle pagine di cultura. Si parla di società letteraria, di premi, e di “senza”. Partendo da un documentario.
«Credo di non aver mai letto un vincitore dello Strega degli ultimi dieci anni»: le labbra strette e l´occhio strizzato, Tiziano Scarpa avrà certo messo in conto che, dicendo questo, la stesse cose potrebbe ripeterle il vincitore dello Strega 2010, infilando anche il suo Stabat mater, Strega 2009, nel buco nero e indistinto dove giacciono i romanzi lasciati intonsi.
Sono i paradossi di quel che resta di una società letteraria. La battuta di Scarpa, raccolta nel catino fumigante del Ninfeo di Villa Giulia, è fra quelle che introducono Senza scrittori, un film documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, critico letterario il primo, regista il secondo, una bella inchiesta prodotta da Rai Cinema e Digital Studio che stasera viene proiettata all´Azzurro Scipioni di Roma, in coincidenza non casuale con la trepidante vigilia del Premio Strega che, appunto, giovedì incorona il suo sessantaquattresimo vincitore.
Senza scrittori è un prolungamento del catalogo stilato da Alberto Arbasino nel suo Un paese senza, un elenco di tutte le cose di cui l´Italia è mancante. Racconta il predominio che la macchina editoriale, soprattutto quella dei grandi gruppi, ha assunto nel mercato della letteratura, dove non ci sono più opere o scrittori, critici o riviste, ma solo libri, solo produzione industriale, solo una filiera perfettamente assestata, e nella quale, però, quella che un tempo si chiamava la società letteraria ha pensato bene di accomodarsi, spintonando un po´ e anche dando di gomito, ma trovando un cantuccio nel quale sistemarsi.
Un cantuccio troppo stretto per Antonio Scurati, che ancor prima di essere battuto per un voto da Scarpa, confessa che, sì, è vero, «da qui uscirò triturato anche dal punto di vista del mio stato d´animo», ma che trova il coraggio di annunciare il suo disprezzo per una «società letteraria dalla quale stasera prendo congedo, vada come vada». Un cantuccio stretto anche per il giovane Giorgio Vasta, che lamenta come «la letteratura venga assunta solo se si incarica di essere manutenzione della realtà e che quando ha l´ambizione di essere qualcosa d´altro, le viene sottratta la fiducia». Un cantuccio che sia Scurati che Vasta guardano sempre dall´osservatorio del Ninfeo di Villa Giulia.
Cortellessa, camicia e pantaloni rossi, si aggira come un bonario diavoletto fra i tavoli imbanditi dello Strega, filma le calzature che stropicciano il brecciolino, sovrappone la camminata di un metaforico pavone e domanda a Francesco Piccolo se questa è una messinscena da commedia all´italiana, ottenendo come risposta che «qui c´è l´Italia, non la commedia, che in fondo era più dolorosa». Fra scalpiccii e risatine stiracchiate, ecco invece il corrucciato Valentino Zeichen: «Decadente? No, non è una società di grandi decadenti, questa è una società frolla, senza scheletro morale, priva di grandi progetti, di idealità. Una società stanca».
Lo Strega mostrerà pure lo spettacolo di una letteratura in cui, sentenzia il vincitore Scarpa, «tutto è vanità». Ma è un po´ come la nazionale di calcio, raccoglie quel che trova. E allora ecco che Cortellessa, sempre di rosso vestito, interroga giornalisti come Stefano Salis e critici come Marco Belpoliti, si sofferma spaurito fra i banchi di Fnac e deliziato fra quelli della Coop – accompagnato da Romano Montroni -, ascolta i due proprietari della storica libreria Tombolini di Roma e il responsabile della Demoskopea. Insomma insegue quella filiera produttiva che incasella lo scrittore e la sua opera, dal momento in cui questa prende forma a quando viene distribuita e recensita, meglio se esibita con il suo autore da Fabio Fazio o dalla Dandini o sul palco di un festival.
E allora il punto culminante non può che essere una visita a Segrate, dove c´è la Mondadori, cioè «la Xanadu dell´editoria italiana, la centrale dove si fanno i grandi giochi della nostra letteratura». Qui interroga Antonio Franchini, responsabile della narrativa Mondadori, che vive la grande scissione, annota Cortellessa, dell´essere scrittore e dell´essere editore. E qui si introduce anche un parola che non si sentiva da tempo: letterarietà. Che cos´è che rende letterario un testo? Può essere la letterarietà a distinguere fra scrittori di successo e scrittori che si concentrano sulla qualità e la sperimentazione, per esempio?
Letterarietà, risponde Franchini, «è un´idea discussa, allargata, non più condivisa». Ma il fatto che le discriminanti siano venute meno che effetto fa? (domanda Cortellessa) «Rende il tutto più divertente, più anticonformista». Il controcanto è affidato a Francesco Cataluccio, ex direttore alla Bruno Mondadori e poi da Bollati Boringhieri: «La società italiana è diventata più cinica, non poteva che diventare più cinica anche l´editoria».

791 pensieri su “LETTERARIETA'

  1. In effetti l’uragano per l’editoria tradizionale sta arrivando, e anche per il libro come lo intendevamo una volta si aprono nuovi scenari, certamente ancora oggi esistono i vinili ma la conversione in file, essendo il file ormai lo strumento maggiormente utilizzato per qualsiasi tipo di utilizzo e diffusione (per dire, poveri fotografi analogici, anche se fotografano in pellicola sono costretti per mandare le foto a un giornale a scannerizzarle, pensa te) arriverà a toccare anche l’editoria letteraria. cioè, non solo cambia il modo di reperire e fruire i libri (le librerie faranno la fine delle agenzie di viaggio, o dei negozi di dischi) ma pare che cambieranno anche i libri. L’ereader non è una schermata che contiene le fotocopie di un libro, mi dice il mio amico Venerandi, poeta genovese che sta puntando su questa cosa, (se interessa: http://www.quintadicopertina.com/) riassumendo rozzamente, prevedendo i link, l’ereader, può essere esplorato su più livelli. Si riesce a immaginare una cosa simile? testo che si apre su altro testo che si apre su altro testo.
    il paradiso borges mi sa che l’ha immaginato così.
    Ora io non so se questo sia bene o male ma so che sta accadendo.
    E non in nuova guinea temo.
    Nel frattempo un bel lavoro da fare sarebbe appunto digitalizzare la maggior parte dei libri introvabili, proprio come stanno facendo i pirati, o rendere disponibili da subito in maniera digitale le proprie produzioni.
    Da questa discussione, se vogliamo trovare un punto curioso, emerge che se il famoso documentario che ha scaturito la discussione fosse stato in copyleft e visibile a tutti youtube, per dire, saremmo stati tutti più contenti, no?
    Ma qui si entra nel discorso diritto d’autore e divento antipatico quindi mi fermo qui.

  2. @ Alessandro Ansuini,
    se sulla questione Mondadori rimaniamo molto distanti (e credo sia l’unica questione in cui vado più d’accordo con Cortellessa), su questi temi ti ritrovo invece vicinissimo e sono contento.
    Se ti interessa, poco tempo fa su Giap c’è stata una discussione molto bella e densa su e-book e dintorni:
    http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=96
    Bon, siamo a 550, per il pdf chiudiamo qui.
    Sarà materiale utilissimo, un reperto significativo anche per gli storici del futuro: un esempio di come si discuteva di editoria e letteratura nel 2010, con la partecipazione attiva di scrittori, lettori, critici, editor, su uno dei blog letterari più seguiti della rete, in un momento terribile della vita associata in Italia, sul crinale di cambiamenti drammatici (nel senso inglese, di “plateale”).

  3. non sarò certo io a sparare contro gli ebook, i blog, la rete, il copyleft, il file-sharing e quant’altro ma spero ci si renda conto che il nodo politico-economico che vuol sottolineare cortellessa non si scioglie grazie al digitale. già lo indicano le cautele mondadori verso il mercato ebook e i vagheggiamenti di ferrari del brand editoriale come vero prodotto. ma basterebbe pensare al fatto che il copyleft non paga i curatori, non paga i traduttori (non sto neanche a parlare degli autori). e si noti che qui non è un problema di letterarietà o meno ma del fatto che se metto on line una versione digitalizzata con i piedi o senza aver corretto gli errori dell’ocr o un’edizione tradotta male, sto solo occupando disco e banda, non sto trovando un’alternativa al circuito editoriale.
    e poi rimane sempre e comunque il fatto che anche on line cerco (in genere) quello che so esistere: se una parte della produzione viene sistematicamente resa invisibile, la rete può dare uno spazio di sopravvivenza ma, appunto, ribadendo ulteriormente la condizione minoritaria, marginale, bla bla bla.

  4. @ Andrea Crotellessa.
    Lo so che sei rimasto in attesa della famosa risposta, ma sai com’è, tu ti assenti dalla discussione per andare a commemorare Sanguineti, e questo ti fa onore, ma quando la domenica mio figlio vuole essere portato in piscina invece che restare in casa a sudare sette camicie (oggi a Bologna c’erano 37 gradi), spero non ti offenderai se preferisco assecondare lui invece di te.
    Comunque ariecchime.
    Io capisco che tu sei legato alla forma libro tradizionale, anche a me piace molto. E so bene che il problema della scomparsa delle librerie sotto l’avanzata dei bookstore “montroniani” è una iattura perché riduce invece di applicare l’offerta di titoli e schiaccia tutto come un tritasassi.
    Dunque come si reagisce all’attuale tendenza in atto sulla “filiera editoriale tradizionale”?
    Noi ti abbiamo risposto e se non hai sentito “neanche una parola”, allora forse ha ragione il mio socio WM1: non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. Sia io che lui ti abbiamo spiegato per filo e per segno che bisogna essere in grado di attrezzarsi e sfruttare canali alternativi e paralleli (che sempre più si svilupperanno), mettendoli per quanto è possibile in relazione virtuosa con l’editoria esistente.
    Faccio un esempio: se io oggi ritenessi interessante fare una rivista letteraria, non credo che mi rivolgerei alla filiera tradizionale, i cui costi sono altissimi (carta, tipografia, distribuzione, librerie, etc.), ma la farei online, con un bel pdf scaricabile. Bypasserei cioè la sfida del mercato (il problema del fatturato, etc.) e proverei a raggiungere i lettori tramite la rete, anziché tramite le librerie. Per altro, rivolgendomi verosimilmente a lettori forti, fatico a immaginare che non farebbero la poca fatica di un click. Ho già discusso diverse volte di questo con l’amico scrittore Stefano Tassinari, che è appunto direttore di “Letteraria”, rivista alla quale noi collaboriamo, ma da questo orecchio lui, come te, da buon feticista della carta, non ci sente. E mi dispiace, perché gli tocca passare il tempo ad affrontare questioni organizzative, editoriali ed economiche, quando invece potrebbe spenderlo esclusivamente sui contenuti e il formato della rivista.
    Un blog come quello in cui stiamo scrivendo ora, tanto per dire, ospita in tempo reale una discussione sulla letteratura alla quale – con grande disdetta dei reazionari di ogni colore e grado accademico – partecipano pariteticamente critici letterari, scrittori e lettori. Discussione che – fatte tutte le tare del caso – esprime posizioni e argomenti. Quanto costa? Pochissimo. Quanto è condizionata dalle logiche di mercato? Per niente. E’ inutile? Direi di no: se tutti noi siamo qui a discutere da giorni vuol dire che, al contrario, lo riteniamo utile. E’ uno spazio di libertà sottratto alle filiere e agli oneri commerciali? Direi proprio di sì. E non solo il dibattito è stato ripreso da un paio di giornali, ma grazie all’iniziativa di Carmilla potrà avere una veste cartacea sfogliabile e conservabile nella libreria di casa.
    E’ in questo modo che bisogna lavorare. Orrizontalità, libero download e copyleft non sono solo scelte ideologiche o trendy, ma pratiche quotidiane che costruiscono una pista parallela alla filiera tradizionale. Noi certe cose non siamo riusciti a farle passare in Einaudi, è vero, ma questo non significa che con il cambiare dei tempi, e magari acquisendo più forza dentro la casa editrice (sei tu che proponi l’entrismo, no?) non riusciremo a convincerli. Al momento, ad esempio, stiamo provando a premere per una scelta generale a favore della carta ecosostenibile (scelta del tutto anticommerciale visto che costa più dell’altra, e che però per i nostri libri abbiamo già imposto). E comunque tutto questo non ci impedisce di continuare a sviluppare e ampliare le suddette pratiche, perché possano essere fruite da sempre più persone.
    Quindi la domanda la faccio io a te: perché continui a imputarci l’eterogenesi dei fini e l’introiezione della mentalità dell’aggressore, quando siamo stati i primi in questo paese a reagire ad essa e a mettere in campo pratiche alternative per sottrarsi alle peggiori dinamiche in corso?

  5. Ho riflettuto un po’ sull’imminente pubblicazione in pdf, print on demand, epub ed eventuali altri formati di questa discussione.
    Proprio perché mi interesso molto di Rete, sento che i modi, i toni e gli scarsi contenuti che ho postato spesso anche di fretta, senza riflettere, non mi rappresentino in un contesto diverso da quello del commentarium.
    Non so come la pensino gli altri, ma per me è così.
    In altri contesti mi regolo in modo diverso.
    Trovo che la forma più adatta per questa discussione sia appunto quella che stiamo vivendo ora.
    Se non è troppo sbattimento (e SOLO se non è troppo sbattimento) vorrei chiedere a chi compilerà il documento di togliere ogni mio intervento, grazie in anticipo.

  6. Siete i miei eroi.
    Così, dal set del film col vecchio Bud, ci siamo trasferiti su quello di ‘Non si uccidono così anche i cavalli?’.
    Dunque, arriva la mia implacabile sentenza. Condanno la signora gilda, Mr.Cort dice signorina, ma per me resta una signora, a rimanere attaccata qui per un minimo di altre quattro settimane. Le pause saranno brevi, e fisiologiche, ma durante il loro svolgimento le sarà letta ad alta voce l’opera omnia di Stephen King e di Wu Ming (non sono parenti). Mentre sconta la pena, le è impedito qualsiasi contatto con Ottonieri et similia, che nel caso comporterebbe l’azzeramento e la ripartenza della pena medesima. La Sentenza è inappellabile.
    Mi rendo conto, sembra crudele, in effetti lo è.
    Però, anche per noi….no?
    L.

  7. @ Wu Ming 4
    Poco fa a denti stretti dicevo al tuo antipaticissimo omonimo che questa discussione era potenzialmente la prima seria su questi argomenti. E quando dico “seria” dico “ampiamente partecipata e visibile”, ché quando tre anni fa nel «verri» cartaceo (e, sono d’accordo con te, ineffettualmente incircolante) facemmo il fascicolo sulla «bibliodiversità» nessuno lo commentò (se non il «Sole 24 ore» che ci accusò di… ideologia), se non in due interessanti incontri de visu, a Roma e a Palermo, dove però venne poca gente e comunque non ebbero seguito (fra l’altro, @ Simone Ghelli, lì vennero fuori molte belle idee riguardo al coordinamento delle librerie di qualità; ma mancarono e mancano le forze per metterle in pratica).
    Dunque sono d’accordo con te (e l’ho detto sempre, in altre discussioni), la rete è perfetta per discussioni di questo tipo. Solo che appunto come si legge anche in NIE (è la cosa più interessante del libro, questa) occorre uscire dal fondamentalismo digitale (al quale mi pare inclini invece qui, strumentalmente, l’antipaticissimo omonimo).
    Certi approfondimenti, certi stili di scrittura, certi impaginati avranno ancora per un po’ (decenni, penso) necessità della carta. La soluzione è una sinergia davvero osmotica, fra i due universi. «Il primo amore» già la pratica, per es., anche se la periodicità troppo lasca e la struttura verticitistica della versione digitale non mi convincono. Ora io sto lavorando alla nuova versione di «Alfabeta», che uscirà il prossimo 10 luglio, e il sito (curato da Andrea Inglese e Ian Reister di Nazione indiana) spero sarà appunto qualcosa di molto diverso dalla proiezione digitale del cartaceo.
    Però, proprio perché – come dice Gherardo Bortolotti – la fuga in avanti nella sfera digitale non annulla affatto i rapporti di forza esistenti, qui e ora, nel mondo cartaceo (e anzi diminuisce ancora, in prospettiva, le parti in gioco: sull’ebook poco tempo fa veniva annunciato che alla piattaforma Mondadori si contrapponeva, in prospettiva, una sola concorrente che coalizzava Feltrinelli RCS e GEMS), ritengo che rifiutarsi sistematicamente di discutere gli argomenti posti da me ponendone degli altri (tutti relativi a nuove tecnologie che hanno al momento porzioni esilissime di mercato), significhi niente di più e niente di meno che eludere un problema al quale non si trovano soluzioni.

  8. La temperatura qui è analoga a quella di Bologna, anche se voi l’avete vinta come sempre per umidità. E litigare con voi aumenta il disagio ben oltre la soglia di tollerabilità.

  9. @Gilda Policastro. Ho apprezzato la risposta che ha dato a Lara Manni e (implicitamente) a molti altri. Come corollario è richiesto che, all’ennesima appropriazione da destra di stilemi, endocetti e quant’altro, all’ennesima vittoria berlusconiana, all’ennesimo libercolo scritto in funzione del marketing, anzichè alzare gli occhi al cielo con aria satolla e oh-così-superiore (dando il destro a chi “la sinistra è un salotto snob e pretenzioso” e mandando a puttane il lavoro di chi, a sinistra, pensa che la strada sia il luogo ideale in cui stare, chi da sinistra cerca di alzare il livello anzichè schifarlo) ripeschi il caro vecchio Gramsci e se lo rilegga. Se non ne possiede una copia, non si preoccupi, la libreria di Casa Pound gliene fornirà in abbondanza. Ecchecazzo.

  10. @ Andrea Cortellessa
    Cosa eludo? Il fatto che pubblico per un colosso editoriale che è parte in causa nella tendenza in atto? Ma è la contraddizione su cui noi WM, come moltissimi altri autori, abbiamo deciso di muoverci ab origine. Altrimenti saremmo rimasti a pubblicare soltanto con piccole e piccolissime case editrici (trovarne di buone, poi, di quelle, ci vuole anche il lanternino, parlo per esperienza personale). Invece abbiamo deciso di sfruttare un vettore che ci consentisse di giungere a un pubblico vasto (ti ho detto che la cultura pop ci interessa, vero?, e che per noi è un terreno strategico, sì, credo quindici o sedici volte). Siamo parte del sistema, è vero. Come, del resto lo è chi gestisce i finanziamenti pubblici o vi ambisce (quello sì è un gran bel sistema!).
    Qui non stiamo parlando di fughe in avanti internettare in paradisi telematici, su, non fingiamo di fraintendere: si tratta di mettere in atto pratiche concrete e accessibili che eludono (quelle sì) certi vincoli e riescono a bypassare certe dinamiche in atto. E’ evidente che non è una soluzione radicale al problema della situazione in cui si trovano le case editrici e le catene librarie, ma è l’individuaizone di una pista diversa, la prefigurazione di un modo diverso di fare. Se per te è troppo poco e non ti basta, fammi una proposta pratica diversa e io ti ascolto.

  11. @Gilda Policastro. Rileggiamo insieme, oltre ai pregevoli testi da lei citati, anche l’Ariosto che Edoardo Sanguineti adattò per Luca Ronconi. Dove il principio del sollazzevole, mi pare, in nulla contrasta con l’elevarsi dello spirito.

  12. Lara: qualcosa mi dice che sarà impossibile ricevere risposta. Il trucco è semplice quanto stantio: MAI dare una definizione teorica, dire SEMPRE “questo sì” “questo no”. Guarda che funziona, ci si costruiscono le piramidi con ‘sta scusa. Maledetti barbari.

  13. @Più che rileggerlo, lì bisognerebbe ritornare alla prima messinscena di piazza, Lara, dove il Nostro sperimentò per la prima volta il principio scenico della simultaneità, nel ’69. Il Furioso, peraltro, era il primo travestimento teatrale: operazione tutt’altro che sollazzevole, e invece coltissima e di grande consapevolezza teorica e letteraria. Ma ovviamente non stiamo paragonando Altai, né la gran parte della letteratura di genere circolante a QUEL Furioso, vero? Perché Sanguineti tanto era insoddisfatto dei generi (romanzo, poesia – specie se scritta in poetese- etc.) che li sabotava, e tanto era maestro nel sabotare che finì con l’inventarne uno nuovo, di genere: per l’appunto, il travestimento.
    (Questa era sin troppo facile, G.L.: su Edoardo Sanguineti ho da pochi mesi licenziato una monografia, ma ovviamente te, Wu Ming e compagnia cantante sarete mica tenuti a saperlo.)

  14. Non ero presente, causa ragioni anagrafiche, a quella messinscena di piazza: ma ne ho letto e ho adocchiato la – giocoforza manchevole – trasposizione televisiva. E, sì, vorrei farlo il paragone. Perchè se è vero che la gran parte della letteratura “di genere” circolante è poca cosa, ce n’è altra buona parte che usa proprio sabotaggio e travestimento. Perchè quel che mi preme è quanto segue: il gioco del negarsi non paga, laddove molti degli scribacchini plasticosi conoscono Gadda e Sanguineti, e li amano anche. Sarebbe magnifico se la conoscenza di Harlan e Simmons fosse altrettanto diffusa negli interlocutori che li citano. Sia detto, e davvero, senza alcun intento polemico.

  15. @Dimitri la discussione su NIE la riprendiamo in una sede diversa, se credi, perché qui non mi pare ci si riesca a esprimere troppo liberamente sull’argomento, ma ho come l’impressione che questo libello dalle tue parole esca molto diverso da come si presenta in atto: i miei esempi fior da fiore erano una dimostrazione di come uno stile non esatto, non scientifico, non rigoroso, può essere meno democratico (anzi, lo è sicuramente) di un saggio teorico impegnativo come, che so, Mimesis di Auerbach. Rispetto al quale, una volta preso possesso degli strumenti necessari, il lettore potrà impossessarsi anche del ragionamento condotto sul realismo, del suo sviluppo e delle conclusioni. In NIE non vedo nessun ragionamento (quando ve ne sono, tipo quello sull’allegoria, sono arraffazzonati e condotti con un’approssimazione imbarazzante) bensì l’intenzione non tanto velata di far emergere una certa tendenza, determinati autori, e un’idea bislacca di letteratura popolare che col Gramsci citato poco prima da qualcuno se non da te (perdonami, ma ho pochissimo tempo stasera e per scorrere tutto il thread non bastano ormai le ore) c’entra quanto me con la simpatia, a dirla schiettamente.

  16. Mentre il mondo delle Lettere va a puttane, i quattro o cinque partecipanti a queste inutili interminabili chiacchiere fingono di avere una vita. Almeno di domenica sera. Staranno sicuramente vedendo o leggendo qualche ciofeca. Televisiva. O sulla televisione.

  17. Che poi, voglio dire, nelle universita’ italiane si parla di Tabucchi, Camilleri e Ammaniti. Non certo di Sanguineti. Aspettando che esca il suo primo romanzo, sperando che non sia una ciofeca recensita da Romano Luperini, ma un atteso capolavoro, la Policastro, assieme a Cortellessa, si attivi perche’ Tommaso Ottonieri abbia finalmente due righe su Wikipedia Italia.
    E pensare che sono emigrato a Londra, diversi anni fa, anche per colpa di Sanguineti Ottonieri Luperini Policastro, fra l’altro una minoranza con scarsa voce, ma non per questo fuori dal coro.

  18. @ Luca: ci ha reso peggiori la tizia un poco pizia, io ho tirato fuori una acrimonia insolita o quanto meno gratuita. Trattasi nel caso della erede di Sanguineti di un gravissimo caso di depressione bipolare: in effetti vede infelicità e analfabeti di ritorno in ogni dove. Con il suggerimento che inizi il prima possibile una cura specifica con un neurologo di fiducia, prego me per primo, ma anche tutti gli altri che la offendono di lasciarla stare. I suoi commenti scemeranno come anche i nostri.

  19. @Lara, non c’ero nemmeno io per la stessa ragione, ma Sanguineti mi raccontò di come la messinscena televisiva l’avesse pensata altrettanto simultanea, dunque destinata ad andare in onda in contemporanea sui due diversi canali Rai di allora, ma così non fu per opposizione dello stesso Ronconi, preoccupato della praticabilità di questa ipotesi, e che da solo firmò poi l’adattamento televisivo. [pura curiosità per specialisti]. Sabotare il genere letterario non equivale però semplicemente a prendere un poema della nostra tradizione, frantumarlo narrativamente, stravolgere la narrazione passandola dalla terza persona alla prima etc., cioè mutarne la forma Vuol dire credere che il linguaggio e la costruzione narrativa di un certo tipo veicolino un’ideologia di un certo tipo, e che un linguaggio rinnovato e sovversivo contestino in atto le premesse reazionarie di certo teatro, di certa narrazione, di certa poesia, dunque ribaltarne la sostanza.
    E se Sanguineti pensava che reazionari fossero Dante, Leopardi, e Montale, per dirne alcuni, si può immaginare cosa sia arrivato a pensare degli scrittori di genere. Dal momento che ebbe a dire di Cassola e Bassani che erano delle Liale. Poi, certo, ci andava pure a prendere un caffé, con Cassola, che non era permaloso e non si offese mai (a differenza di Bassani), proprio come è accaduto a Ottonieri con Wu Ming1, come da Wu Ming1 stesso testimoniato. Perché il bello della vita FUORI DALLO SCHERMO è che le persone, pure se con idee diverse, si possono ancora parlare civilmente, mentre in rete bisogna spesso turarsi il naso e quando si leggono ”interventi” come quello di Ama (de nuevo tu?) o di Vincent (boh), chiedersi, senza più retorica, ma che ci faccio (ancora) qui?

  20. @ Elvezio
    ne abbiamo parlato e crediamo di aver trovato un buon compromesso tra l’art brut e la privacy.
    Abbiamo deciso di non togliere quei commenti, perché sono comunque parte del testo, sono posizioni che sono state espresse (ed è normale che siano state espresse in quel modo, proprio perché è una discussione da blog). Dal flusso è meglio non sottrarre nulla, falserebbe il risultato.
    Però altereremo la firma. Quei commenti non saranno più attribuiti a “Elvezio” ma a un altro nick (ovviamente privo di link al tuo blog). E anche quando altri utenti ti hanno nominato, comparirà quel nick al posto del tuo. Faremo un trova-e-sostituisci.

  21. Mi dissocio dalle offese grevi alla Policastro ma aggiungo…
    Cortellessa non e’ antagonista all’establishment culturale, fra l’altro squalliduccio, che dite? Cortellessa ha un solo grande problema. Spero non esistenziale. Gli autori delle Lettere, per dire, potrebbero tranquillamente pubblicare per Einaudi o Mondadori, nelle collane piu’ attente ad una certa letterarieta’, meno commerciali insomma, ma non per questo piu’ coraggiose. Il dramma e’ che gli autori delle Lettere, pur avendo lo stesso valore medio di uno scrittore Eiunaudi, avranno meno visibilita’ e distribuzione. C’e’ una certa egemonia del Gruppo Mondadori insomma. Il problema e’ politico, non culturale.
    Cortellessa non puo’ neanche ritagliare piu’ di tanto uno spazio alle pubblicazioni delle Lettere, sempre per citarne una per tutte, sui media nazionali, che invece recensiscono o pubblicizzano quasi esclusivamente libri oltre una certa tiratura. Senza dimenticare che lo stesso critico deve occuparsi di autori che abbiano superato una soglia minima di visibilita’. Certo, se ci fossero meno scrittori in giro, a declinare sempre lo stesso ottimo libro, sarebbe meglio per tutti.

  22. @ Tutti
    il print-on-demand non lo facciamo, eh! 🙂
    Il pdf di questa discussione non sarà altro che… questa discussione in formato pdf.
    L’esigenza di fondo è quella di renderla più leggibile, perché questa colonna già ieri era lunga un par de chilometri e il font è minuscolo.
    Vedrete che *tutte* le posizioni espresse ci guadagneranno.
    E se qualcuna invece ci perderà, non sarà certo colpa della nuova impaginazione. Quel che farà schifo là, faceva schifo anche prima.

  23. Mi rendo conto che agli occhi di Cortellessa, come di chiunque altro non pratichi la rete, noi WM possiamo sembrare “fondamentalisti digitali”. Agli occhi di mia trisnonna, uno che cambiava una lampadina era già un perito elettrotecnico. Ma che dico? Uno che aveva una lampadina era già un esperto di elettricità!
    Sull’altro versante, c’è chi chi rimbrotta amichevolmente se mettiamo un nostro libro in download “troppo tempo” dopo l’uscita in libreria, o addirittura se mettiamo scaricabile Altai in un formato ePub troppo “spartano” e senza certe caratteristiche che il formato valorizza (sul forum Simplicissimus ci hanno fatto le pulci). C’è anche chi ci invita a fondare una nostra casa editrice indipendente che pubblichi solo ed esclusivamente on line e col print-on-demand (“Che ve ne fate degli editori? A cosa servono ormai?”).
    E’ chiaro che chi si muove in una dimensione “ibrida” e intermedia non accontenterà davvero nessuno, e noi siamo l’apoteosi della fottuta zona intermedia:
    usiamo la rete benino ma non siamo smanettoni;
    scriviamo letteratura popolare ma troppo complicata per chi vuole solo rilassarsi;
    sperimentiamo con la lingua ma non nella direzione che vorrebbero certi accademici;
    siamo fortemente politici ma siamo prima di tutto e specificamente scrittori e questo sta sulle balle a certa ultrasinistra bohèmienne o post-situazionista che ci attacca in quanto “recuperatori” e “rianimatori del cadavere dell’arte” etc.;
    stiamo nella grande editoria ma in un modo che sta sul cazzo a chi ci sta in modo “normale”;
    teniamo il culo in strada ma detestiamo una certa posa “miserabilista” che domina in quello che una volta si definiva “l’underground”…
    Beh, ragazzi, che vi devo dire?
    Non c’è postazione più bella di questa! 😀

  24. @ Roberto Bui (Wu Ming 1) e Federico Guglielmi (Wu Ming 4)
    Godetevi questa postazione, tanto ai due estremi non c’e’ niente di bbuono.

  25. @ Gherardo Bortolotti
    “ma basterebbe pensare al fatto che il copyleft non paga i curatori, non paga i traduttori (non sto neanche a parlare degli autori). e si noti che qui non è un problema di letterarietà o meno ma del fatto che se metto on line una versione digitalizzata con i piedi o senza aver corretto gli errori dell’ocr o un’edizione tradotta male, sto solo occupando disco e banda, non sto trovando un’alternativa al circuito editoriale.”
    Madonna, che confusione tra digitalizzazione, download, pirateria e copyleft!
    Nell’ordine:
    COPYLEFT, DOWNLOAD, DIRITTI
    Il copyleft, in senso lato, è quell’insieme di pratiche e licenze create allo scopo di conciliare libertà di riproduzione dell’opera e remunerazione del lavoro dell’autore. Se lo confondi con la pirateria, Stallman e tanti altri ti scaracchiano in faccia. Ci sono certe cose che non si possono fare con un’opera in copyleft o con un’opera in creative commons. “Some rights reserved”, è il principio. Alcuni diritti rimangono riservati. Prendi i nostri libri: possono essere riprodotti ma non a scopo di lucro. La riproduzione e circolazione deve restare gratuita. Ogni utilizzo commerciale va invece negoziato con noi, che ci prendiamo una fetta della torta. E infatti noi campiamo di diritti d’autore. Se un produttore vuole farne un film, non può prendere un nostro libro come se niente fosse: deve pagare prima l’opzione e poi, se riesce a produrre la pellicola, tutto il malloppo. Idem teatro, tv etc.
    E ovviamente i diritti esteri. In che senso il copyleft non pagherebbe il traduttore? Per poter tradurre e pubblicare un nostro libro, l’editore estero lo deve comprare, dopodiché assume un traduttore e paga pure lui/lei.
    QUALITA’ DELLA DIGITALIZZAZIONE
    Allora, per vedere una digitalizzazione “amatoriale” e volontaristica eppure precisa, competente e appassionata (e addirittura peer-reviewed), invito a visitare:
    http://www.liberliber.it
    E se a digitalizzare è l’editore stesso, se è serio cercherà di fare un buon lavoro. Lì basta vedere come sono le edizioni su carta: se sono sciatte e piene di refusi, con ogni probabilità sarà sciatta e piena di refusi anche l’edizione elettronica.
    PIRATERIA
    Mettiamocelo in testa: la pirateria è endemica. It’s here to stay. Non se ne andrà mai. Può essere ridimensionata, questo sì. Non ci sarebbe bisogno di andarsi a cercare i bit torrent di libri scansionati male se gli editori mettessero a disposizione files scansionati bene e a prezzi abbordabili (magari con un abbonamento che permetta di scaricare tot libri al mese, roba del genere). E ovviamente questo vale ancor più per i libri irreperibili, come si diceva sopra. Io mi sono scaricato Il canto di Kali in pdf illegale perché l’alternativa era girarmi tutte le bancarelle d’Italia e scartabellare fino a trovarne una copia. Ma la vergogna non è la pirateria, perché in questo caso chi ha digitalizzato il libro lo ha fatto per salvarlo dall’irreperibilità. La vergogna è che la maggior parte dei libri di un autore importante come Simmons siano tutti fuori catalogo, che i suoi libri siano stati macerati.

  26. Cortellessa, qui qualcuno è fesso. E indovina un po’: sei tu. Ti hanno fatto il trucco più vecchio del mondo e ci sei cascato come un grosso peperone farcito. Hanno fatto il poliziotto buono (WM4) e il poliziotto cattivo (WM1). E tu come da copione: hai continuato a lamentarti con quello buono di quant’era cattivo quello cattivo. E intanto, mentre quello cattivo ti distraeva facendoti incazzare, quello buono ti massacrava. Pfui.

  27. Santi Licheri jr ha torto e non ha torto.
    Questo thread acquisterebbe dall’ esser messo in scena, altro che banalmente in pdf, e quando fosse il turno del povero Elvezio che ha paura di fare cattiva figura un attore coperto da un lenzuolo farebbe un passo avanti e leggerebbe la sua parte.
    A Policastro si sarebbe voluto dire, sciogliti, ma in fondo questa sua figura da Grande Inquisitore è un memento di tempi e modi passati, una figura classica della modernità, temibile solo nel ricordo, utile a rivendicare la libertà del fare.
    AMEN
    Ah, poi c’è AMA, l’esule incattivito, un caratterista. Non ci fosse si sarebbe dovuto inventare. L’esimia filologa omonima, anche quella un personaggio classico, ma non frequente in rete, ci sta. No, verrebbe uno spettacolo divertente, un bel musical per dieci o venti spettatori.

  28. No è questione di cattiva figura o perlomeno non solo, anche perché visti certi interventi non devo certo preoccuparmi del livello dei miei.
    Trovo sia questione di contesto, appartenenze e altro ancora.
    Per chiarire: non ho problemi a scrivere commenti qui su Lipperatura e associare mio nome e blog con il contenitore qui presente, potrei avere problemi a vederlo associatoa Carmilla o contenuto in un pdf made in Carmilla e se tale possibilità fosse stata presente fin dall’inizio della discussione avrei potuto da un lato porre più attenzione a quanto scrivevo, dall’altro intervenire con altro nome senza link.
    Wu Ming ben comprende questa serie di problematiche e si è sbattuto per modificare, a riprova di come siano attenti a certe strategie e ambiti comunicativi.

  29. Avendo contribuito a iniziare la discussione, mi spiace non averla potuta seguire, ma ho avuto dei problemi durante il week-end e sono ricapitato qui 500 messaggi dopo.
    Dico dunque solo alcune opinioni a riguardo, dopo essermi scorso tutti i commenti (ho preso ferie per farlo!). Mi scuso se qualcosa è già stata detta.
    Sull’analisi testuale letteraria del testo di Ottonieri proposto dalla dott. Policastro quale esempio di letterarietà, vorrei dire che questo pezzo (che riporto per comodità di rilettura):
    “Che fu trascorso quell’istante di opacità, subito le schermo riprese la sua funzione ma più vivido, cangianti le ombrìe, psichedelìe di memorie proiettate, pervadente l’oblìo tecnicolore, che gemina lucendo in un sol punto, un punto solo la sua ansia e placa. – Si scostò un istante da quel punto, in cui ella poteva avere l’impressione di dominare il seriale anfiteatro del monitor; per incappare quindi nel bulbo della camera rotante – lì pure, in sala di controllo, inaccessibile scrutante sul deserto intermittibile delle cose in un quadro. Suo minimo punto di strizza nel cuore, aggrappatasi al guscio della tuta nera di Magoga, così che le parve squittire, pupille puntasse allora sull’intermittente a lei occhioso semicerchio degli schermi.”
    da lettore non proprio di massmarket paperback, quale mi ritengo, non lo trovo letterario, lo trovo aulico, lo trovo poetico, probabilmente sperimentale, ma non “letterario”, per lo meno nel senso in cui io (umile lettore medio) lo intendo. In altre parole, apprezzo e comprendo la capacità linguistica ed espressiva di Ottonieri, ma per come la vedo io il romanzo nasce “popolare” (ovvero “accessibile a tutti”) e da questo stralcio la lingua di Ottonieri non mi pare lo sia.
    Del resto il fatto che lei lo consideri dal suo legittimissimo punto di vista un fulgido esempio di “letterarietà”, mi fa capire molto delle ragioni per cui ci sia uno storico scollamento tra la critica accademica e il mercato editoriale (lettori), ragione per cui in Italia si fatica a trovare un prodotto editoriale accessibile, ma “valido”. In altre parole, sembra che per la critica si passi sul serio da Ottonieri a Moccia. Ovvero dalla categoria A alla categoria C, senza passare per la categoria wuminghiana “B”, ovvero “la terra di mezzo”.
    Da questo punto di vista mi ha sorpreso molto la classifica dei migliori libri di David Foster Wallace, uno che di letteratura se ne capiva, almeno stando a come scriveva. Quanti dentro quella classifica sono libri “di genere”? Quanti fanno parte della famigerata area intermedia? Perché in Italia siamo così spocchiosi da pensare che la letteratura di “genere” non abbia dignità e che l’unica “letteratura degna” sia quella degli Ottonieri, quando invece il romanzo “nasce” di genere? Penso per esempio al “Frankenstein” di Mary Shelley? Forse è questo il motivo per cui solo negli ultimi vent’anni in Italia si è visto il fiorire della categoria B?
    E se davvero possiamo adottare una classificazione – pur dai confini sfumati – in tre aree letterarie:
    (A) Letteraria “alta”, ovvero “colta” (gli Ottonieri)
    (B) Letteraria “intermedia”, ovvero “popolare-alta” (i Wu Ming)
    (C) Letteraria “bassa”, ovvero “popolare-bassa” (i Moccia)
    la domanda successiva che mi sorge è “perché”? Qual è lo scopo di ciascuna di esse? Di cosa si lamentano i critici? Del fatto che i romanzi di classe (A) non si trovino in libreria (ma si trovino per esempio online), o piuttosto del fatto che i libri di categoria (B) e (C) in generale esistano?

  30. Tra Ottonieri e WU Ming non c’è niente? Non Mari, non Siti, non Pugno, non Celati e non tutti gli altri che non elenco e che tra Moccia e Ottonieri fanno il corpo vivo della letteratura italiana?
    Il corpo vivo e in carne, il corpo vivo e nonostante tutto ancora sano, non solo il pur necessario terminale linguistico e sperimentale.
    Fai bene a autonominarti grande marziano.

  31. @aldrovandi: per forza di cose quando si tenta di dare una descrizione delle cose si usano delle categorie e le categorie “forzano” le interpretazioni.
    E’ evidente che in una scienza così poco esatta come la letteratura, i confini delle categorie sono quantomai sfumati, a volte sfuggenti e possono esserci sovrapposizioni più o meno nette. Alla fine , insomma, le categorie ognuno le gestisce e le interpreta secondo le proprie inclinazioni.
    Ho utilizzato i nomi “Ottonieri / Wu Ming / Moccia” solo perché già “simbolicamente” (e non) citati qui dentro. Tutti gli altri lei li può mettere nella categoria che preferisce. O può fare altre categorie, se questo la agevola. O astenersi, se ciò la irrita.
    Non posso certo inserire tutti gli autori da lei citati, e ce ne sarebbero anche altri. Per esempio Mari, di cui di recente ho letto il bellissimo Rosso Floyd, probabilmente si avvicina di certo più alla categoria (A), ma almeno in “Rosso Floyd” non è nemmeno così distante della (B). Quel che è certo è che Mari è un autore che, a differenza di Ottonieri e Di Ruscio, si trova ben esposto in libreria. E questo, a detta di taluni, sembra escluderlo automaticamente dalla categoria (A).
    Quanto infine a ironizzare gratuitamente sui nick altrui, tutto sommato non credo che giovi alla qualità della discussione.

  32. Vincent,
    grazie per l’excusatio, però io il lato migliore proprio non ce l’ho. E’ tutta una ciofeca mischiata.
    Mi piace Salgari, Ellroy, Soriano, Carl Schmitt (oh cazzo) e Foucault, Elmore Leonard Dick e Cervantes. Mi piace Leone, Monicelli, Eastwood Scorsese Joe Pesci Miyazaki e Spike Lee. Mi piace Hendrix MonK i Last Poets, Stooges e Sonic Youth, Dead Kennedys ed Elio, Sugarhill Gang e Snoop Dog, Ben Harper e Bach. Mi piace Bill Sienkievitcz e il Gruppo TNT, Pazienza e Rauschenberg, Liberatore e Pontormo. Mi piace Sankara, Malcolm, Nkrumah e Pancho Villa, Camilo Cienfuegos e Gandhi, Leonard Peltier e Molly Brant. Mi piace vedere galoppare un grande cavallo da corsa. Mi piace il sorriso delle donne che mi sorridono. Mi piace Maradona, el flaco Menotti, Leopoldo Luque, Mario Kempes, Osvaldo Ardiles.
    Quando giocavo al calcio, il campo mi sembrava l’unico posto dove poter stare. Avevo piedi dignitosi, ma facevo l’interdittore. Mi piaceva curare l’uomo d’ordine avversario, provare a levargli l’aria.
    Per un po’ l’ho fatto anche in politica, nel movimento. Mi piaceva fermare gli stronzi, creare spazi. Si poteva solo perdere, c’è sempre una Genova che ti aspetta, ma è stato anche divertente.
    Non ce l’ho un lato migliore, è tutta una ciofeca mischiata.
    L.

  33. @ aldovrandi
    Quoto: “Tra Ottonieri e WU Ming non c’è niente? Non Mari, non Siti, non Pugno, non Celati e non tutti gli altri che non elenco e che tra Moccia e Ottonieri fanno il corpo vivo della letteratura italiana?”.
    E’ precisamente per questo, perché esistono mille sfumature intermedie, che, ragionare in termini di “letterario” e “non-letterario” funziona solo sugli estremi facilmente identificabili come “A” e “C”, ossia è INUTILE. Inutile nel senso pieno del termine, cioè che non serve a niente perché mi spiega l’evidente e liquida l’indagine vera, empirica. Avevo aggiunto, citando Sergio Garufi (ma nessuno ci ha cagati), che esistono diversi modi di sollecitare il lettore, di non compiacerlo, di impegnarlo, e che insieme alla lingua, anche trama e sviluppo dei personaggi sono fattori rilevanti in questo senso. Cortellessa non la pensa così, almeno per quanto ha scritto in questo thread, e anche questa mi pare una differenza sostanziale tra le due posizioni espresse; insieme alla questione politico-strategica (ma in questo senso sicuramente potrà dare a noi liberisti inconsapevoli qualche buon consiglio operativo).

  34. @WuMing4
    dissi già, molti commenti fa, che io non taglio il mondo in due con l’ascia, a meno che non me lo faccia fare l’altro, sono onnivoro, e a certe condizioni posso leggermi persino libri scritti in Lingua Inerte, l’ho fatto e continuerò a farlo, sebbene con una vaga vena di fastidio, e quella non me la posso levare, né voglio.
    @Il Grande Marziano
    mi scuso, pensavo che uno che si chiama Grande Marziano ironizzasse in partenza, comunque tutti i nomi o quasi fatti da me sono già stati fatti in questo thread proprio da Cortellessa, che non mi sembra Torquemada, a differenza di Policastro che tiene in tasca l’acciarino per appiccare il fuoco alla catasta, Cortellessa mi sembra piuttosto aperto e onnivoro pure lui, benché difenda un concetto di letteratura che io IN GRANDISSIMA PARTE condivido.
    Ma ci stiamo ripetendo, direi.

  35. Wu Ming 1, il pdf a qual fine? e il pdf di cosa? Di una discussione in cui hai chiamato a raccolta tutti i tuoi sodali, dissuadendo ad esempio i miei (quei pochi che abbiamo in comune e che dunque bazzicano la rete) dall’intervenire, per far emergere dalla quantità degli interventi e dalla grevità degli insulti, che Wu Ming è Wu Ming e il web è il suo profeta (o il contrario, che è uguale)? Prendo la distanze da una discussione che è diventata un tuo spot promozionale (vedi ultimi due interventi), con una sintesi delle posizioni avversarie totalmente irrispettosa, poco obiettiva, poco lucida. E non dico irriguardose dell’avversario (dialettico, s’intende) come persona, il che è pure stato, ma come sostenitore di idee che ha avuto la pazienza e la correttezza di esprimere provando a documentare e ad argomentare, sempre libri alla mano e senza fumosità di sorta, come da più parti invocato.
    Poiché questa discussione non era un vostro spot promozionale, né un match Cortellessa/Wu Ming, ma una libera e aperta discussione a partire da un documentario che tra l’altro pochi hanno visto, mi aspetto che mi si chieda il permesso di postare altrove dei contenuti destinati a QUESTA discussione, una discussione in rete, esportabile fuori col consenso dei partecipanti. Che non hai, evidentemente, da parte mia. Poi liberissimi, signori Wu Ming, di essere scorretti: nec miror.

  36. @ aldovrandi
    Ci stiamo ripetendo da un bel po’. Io direi che è ora di chiamare i giri. Tanto chi voleva dare le sue sintesi tendenziose lo ha fatto. E chi vuole lasciare aperte delle domande, come me, pure ha facoltà di farlo.

  37. @ Cortellessa
    le posso chiedere, visto che aveva mostrato una certa disponibilità per altri libri, di leggere Nova Swing prima che sparisca dalle edicole? Non mi importa che le piaccia o meno, ma sarei curioso della sua opinione
    (col caveat che sto leggendo la traduzione in questo momento per la prima volta, e ci sono momenti in cui mi “tira via”)

  38. Ma Gilda, non c’è proprio nessun “altrove” o “altro utilizzo”.
    Nessun altrove, perché il pdf sarà scaricabile proprio qui, da Lipperatura (immagino che domani Loredana farà un post ad hoc).
    Nessun “altro utilizzo”, perché si tratta solo di un diverso formato e di una diversa impaginazione del medesimo dibattito *pubblico* a cui tu hai partecipato di tua spontanea volontà, non forzata da nessuno.
    Non sta in piedi la pretesa di voler discutere in html ma non in pdf, a che gioco giochiamo? Nel momento in cui vieni qui, intervieni e lo fai firmandoti con nome e cognome, sei tu stessa – in prima persona – ad attuare una pubblicazione.
    Dopodiché: la notizia che questo thread sarebbe stato ri-impaginato è di 48 ore fa, dopo quella notizia sei ri-intervenuta molte altre volte, perfettamente edotta della cosa. Come mai adesso parli di scorrettezza? Guarda che in pdf non darai un’impressione tanto diversa da quella che hai dato in html. Chi ti dava ragione leggendoti in html, ti darà ragione anche leggendoti in pdf. Non devi proprio aver paura di nulla.

  39. Ristabiliamo un pochino d’ordine. Il mondo della critica accademica non e’ certo quello della Policastro, povera donna, tutta chiacchiere e distintivo. E neanche il minoritario Sanguineti avrebbe avuto il potere di attribuire ad Ottonieri la Classe A. Poi, voglio dire, sembra che per scrivere Letteratura si debba essere molto TITOLATI e come minimo ricercatori, magari precari, nelle squalliduccie universita’ italiane. Ma di fatto cosi’ non e’.
    Insisto, dopo tutte queste chiacchiere, attendo con ansia il romanzo d’esordio della Policastro. Come poetessa, pubblicata sulla rivista della Manni credo, dovrei verificare, mi sembrava una mezza ciofeca anche lei. Nella media nazionale insomma.

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